Tesi di laurea: “il delitto di usura”

I. PREMESSE STORICHE SULL’USURA

§1 DIRITTO ROMANO

1.1 Il concetto di usura

1.2 Gli interessi convenzionali (usurae in obligatione e usurae ex pacto)

1.3 Gli interessi legali (usurae ex mora e altri casi)

1.4 I limiti ai tassi di interesse

1.5 Gli interessi illeciti

§2 DIRITTO INTERMEDIO

2.1 Il Medioevo

2.2 Le nuove figure contrattuali nel credito finanziario

2.3 Il credito al consumo e gli istituti di credito di beneficenza

2.4 Gli interessi leciti

2.5 I secoli successivi al Medioevo

2.6 La rivoluzione francese

§3 UNIFICAZIONE DI ITALIA

3.1 Il periodo preunitario

3.2 Il Codice Zanardelli

3.3 Il regime fascista

3.4 Il Codice Rocco

II. FATTISPECIE DELL’USURA EX ART. 644 DEL CODICE ROCCO

§1 PREMESSA

§2 CONDOTTA

2.1 L’approfittamento

2.2 Lo stato di bisogno

2.3 La prestazione tipica del soggetto attivo

2.4 La prestazione tipica del soggetto passivo e l’usurarietà

§3 DOLO

3.1 Le caratteristiche del dolo

3.2 Gli elementi del dolo

3.3 Il dolo eventuale e il tentativo

3.4 L’atteggiamento psicologico del soggetto passivo

§4 MOMENTO CONSUMATIVO

4.1 Premessa

4.2 Le caratteristiche della istantaneità e della permanenza

§5 OGGETTO DELLA TUTELA

5.1 L’interesse protetto

5.2 Il reato di pericolo e di danno

§6 MEDIAZIONE USURARIA

III. NOVELLA DEL 1992: L’USURA IMPROPRIA

§1 EVOLUZIONE DEL FENOMENO USURARIO

§2 USURA IMPROPRIA

2.1 La legge n. 356 del 7 agosto 1992 e sua «ratio» normativa

2.2 Gli elementi comuni al delitto di usura

2.3 Il nuovo requisito delle «condizioni di difficoltà economica o finanziaria di persona che svolge una attività imprenditoriale o professionale»

2.4 L’elemento soggettivo

2.5 La mediazione usuraria impropria

§3 MODIFICHE AL DELITTO DI USURA

3.1 Il trattamento sanzionatorio e la competenza processuale

3.2 La circostanza aggravante ex art. 644 3° comma c.p.

IV. LA FATTISPECIE DELL’USURA DISCIPLINATA DALLA L. N. 108/1996

§1 PREMESSE E RILIEVI COSTITUZIONALI

§2 IL NUOVO DELITTO DI USURA

2.1 Premesse

2.2 L’interesse tutelato

2.3 La fattispecie-base di usura con tasso-soglia predeterminato ex lege (art. 644, 1° e 3° comma, I parte, c.p.)

2.4 La fattispecie di usura con «interessi sproporzionati» a carico di chi versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria (art. 644, 3° comma, II parte, c.p.)

2.5 La fattispecie transitoria di usura ai sensi dell’art. 3 l.n. 108/1996

2.6 Punibilità della cosiddetta «usura reale»

2.7 L’usura con riguardo alle operazioni creditizie escluse dalla rilevazione dei tassi medi

2.8 L’elemento soggettivo

§3 DISCIPLINA DELLA PRESCRIZIONE ED I SUOI EFFETTI IN ORDINE ALLA NATURA GIURIDICA DEL DELITTO DI USURA

3.1 Premesse

3.2 La tesi dell’usura come reato permanente o eventualmente permanente e la giurisprudenza di merito immediatamente successiva all’entrata in vigore della l.n. 108/1996

3.3 La tesi secondo cui la verifica di usurarietà può operarsi solo al momento della pattuizione e la critica alla decisione del Tribunale di Velletri

3.4 L’orientamento interpretativo della Cassazione in sede civile

3.5 L’orientamento interpretativo della Cassazione in sede penale

3.6 Il d.l. 29 dicembre 2000, n. 394

3.7 Problematiche di diritto transitorio

§4 L’APPARATO SANZIONATORIO: LE CIRCOSTANZE AGGRAVANTI E LA CONFISCA

§5 LA MEDIAZIONE USURARIA

BIBLIOGRAFIA

I. PREMESSE STORICHE SULL’USURA

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Sommario: §1 DIRITTO ROMANO – 1.1 Il concetto di usura – 1.2 Gli interessi convenzionali (usurae in obligatione e usurae ex pacto) – 1.3 Gli interessi legali (usurae ex mora e altri casi) – 1.4 I limiti ai tassi di interesse – 1.5 Gli interessi illeciti – §2 DIRITTO INTERMEDIO – 2.1 Il Medioevo – 2.2 Le nuove figure contrattuali nel credito finanziario – 2.3 Il credito al consumo e gli istituti di credito di beneficenza – 2.4 Gli interessi leciti – 2.5 I secoli successivi al Medioevo – 2.6 La rivoluzione francese – §3 UNIFICAZIONE DI ITALIA – 3.1 Il periodo preunitario -3.2 Il Codice Zanardelli – 3.3 Il regime fascista – 3.4 Il Codice Rocco

§1 DIRITTO ROMANO

1.1 Il concetto di usura

Nelle fonti romane con il termine usura ([1]) si vuole indicare il compenso per l’utilizzo del capitale altrui, e ciò sia nel caso di liceità, sia nel caso di illiceità degli interessi richiesti.

L’obbligo di corrisponderli può avere origine pattizia, cioè dalla volontà espressa dalle parti, oppure origine dall’ordinamento giuridico; tuttavia, non è dato rinvenire, nelle fonti giuridiche romane, la moderna distinzione fra interessi convenzionali e interessi legali ([2]). In esse si dà importanza al mezzo processuale per ottenerli; si distingue, infatti, fra usurae quae sunt in obligatione e usurae quae officio iudicis praestantur ([3]).

Questa distinzione non coincide affatto con quella fra interessi convenzionali e legali; fra le usurae determinate officio iudicis, infatti, rientrano sia quelle che hanno una fonte normativa, sia quelle che sono stabilite dalle parti tramite un semplice patto aggiunto ad un contratto di buona fede ([4]).

E’ chiaro quindi sin da ora che vi possano essere diversi regimi processuali a seconda che le usurae, pur sempre riconducibili alla volontà delle parti, siano state stabilite attraverso un contratto ovvero attraverso un semplice patto e, in questo ultimo caso, accedano ad un contratto di mutuo o ad un contratto di buona fede.

Ancor più complessa è la situazione per quanto riguarda gli interessi che attualmente vengono chiamati legali; se, infatti, non vi sono dubbi sulla riconducibilità della mora debendi a siffatta categoria ([5]), è anche vero che risulta difficile operare una classificazione sistematica delle altre usurae non volontarie, giacché questa non è presente nelle fonti romane.

1.2 Gli interessi convenzionali (usurae in obligatione e usurae ex pacto)

Per trattare in modo compiuto il regime degli interessi convenzionali, bisogna distinguere, innanzitutto, il caso in cui venga stipulato un contratto di mutuo da quello in cui venga concluso un contratto di buona fede.

Il mutuo romano é per sua natura gratuito ([6]): questo comporta che in sede di giudizio, con l’actio certae creditae pecuniae ([7]), é possibile ottenere la sola restituzione della somma data a prestito e niente di più.

Al fine di poter ottenere giudizialmente anche il pagamento degli interessi, il creditore deve agire con un’ulteriore azione, autonoma dalla precedente: l’actio exstipulatu, alla quale sarà legittimato solo nel caso in cui le usurae siano oggetto di un apposito contratto ([8]).

Sono queste le cosiddette usurae in obligatione, le quali si distinguono dalle usurae ex pacto perché nelle ultime gli interessi hanno origine da un semplice patto che accede al mutuo.

Il nudo patto normalmente non fa sorgere azione ([9]); per questo motivo, tali usurae vengono definite indebitae alla stessa stregua di quelle stipulate per un tasso superiore al limite legale ([10]) e di quelle nemmeno pattuite, ma corrisposte per errore.

Gli interessi stipulati in questo modo, peraltro, se pagati spontaneamente dal debitore non sono mai ripetibili ([11]), a differenza delle altre indebitae che vengono imputate al capitale e, una volta esaurito, vanno restituite.

Irripetibilità del pagato e non imputabilità al capitale si comprendono con la considerazione che l’adempimento di un patto corrisponde a un dovere morale ([12]).

La normativa cambia se la convenzione degli interessi accede ad un contratto di buona fede; si rientra, in questo caso, nel regime processuale delle usurae quaeofficio iudicis praestantur ([13]).

In virtù dei poteri discrezionali che il giudice ha nel dirimere siffatte controversie, il debitore può essere condannato al pagamento non soltanto della somma dovuta contrattualmente, ma anche degli interessi pattuiti ([14]).

Si è tuttavia ritenuto che, in età classica, il patto per gli interessi avrebbe avuto efficacia se apposto ad alcuni soltanto dei contratti di buona fede, quali la compravendita e la locazione, mentre sarebbe stato escluso in altri, in particolare nel mandato e nel deposito, in considerazione della loro gratuità ([15]).

In ogni modo, la questione è tuttora controversa, anche perché nel Digesto si ammette esplicitamente che un patto di interessi possa esser fatto valere sia con l’actio mandati, sia con l’actio depositi.

1.3 Gli interessi legali (usurae ex mora e altri casi)

Si è già visto come, nel diritto romano, gli interessi legali per antonomasia siano quelli derivanti dalla mora debendi ([16]).

In età classica, giurisprudenza e cancelleria imperiale pongono le basi del principio generale secondo cui la mora produce interessi in tutti i casi in cui il rapporto sottostante sia di buona fede ([17]); pertanto, anch’essa rientra nelle usurae quae officio iudicis praestantur e sarà il giudice, in base ai poteri discrezionali di cui gode, a determinarne l’ammontare.

Più tardi, le usurae ex mora verranno riconosciute anche nella sfera della cognitio extra ordinem attraverso costituzioni imperiali e, in parte, attraverso l’elaborazione giurisprudenziale ([18]).

Per quanto riguarda gli altri tipi di interessi non derivanti dalla volontà delle parti, come già detto supra ([19]), non è possibile operare una ricognizione esaustiva perché, nelle stesse fonti giuridiche romane, manca un’opera di classificazione e di distinzione tra interessi legali e convenzionali.

Le varie fonti, tuttavia, permettono di distinguere i casi più importanti in:

  • Usurae dovute a conversio in usus suos: si tratta di interessi dovuti in conseguenza dell’uso indebito da parte di colui che aveva il compito di custodirlo o amministrarlo ([20]).
  • Usurae dovute a pro pecunia otiosa: sono gli interessi dovuti per aver lasciato improduttivo il denaro altrui quando si era tenuti ad investirlo e a farlo fruttare ([21]).
  • Usurae dovute per motivi di equità: sono gli interessi dovuti per ristabilire un equilibrio economico alterato da un fatto di per sé lecito ([22]).
  • Usurae post litem contestatam e rei iudicatae: trattasi degli interessi dovuti dal momento in cui la lite viene contestata e sono esigibili a partire dalla sentenza di condanna ([23]).
  • Usurae dovute per una particolare posizione di privilegio riconosciuta al creditore: in età classica sono dovuti interessi ante moram al minore di venticinque anni nel caso di fedecommesso di denaro disposto a suo favore ([24]).
  • Interessi legali, inoltre, sono dovuti anche al fisco.

Per concludere, è utile ricordare che all’epoca di Giustiniano tutto il sistema degli interessi legali, non esclusa la mora debendi, sarà ampliato con nuove figure come, ad esempio, il privilegio di interessi a favore degli istituti di beneficenza e quelli dovuti al marito sui beni dotali trascorso un anno dallo scioglimento del matrimonio ([25]).

1.4 I limiti ai tassi di interesse

Sin dai tempi più antichi furono imposti autoritativamente dei limiti alla stipulazione dei tassi di interesse: il fenus unciarium è il primo limite di cui si ha notizia nelle fonti ([26]) ed è pari alla dodicesima parte del capitale ([27]).

In dottrina è prevalsa la tesi secondo la quale questo tasso è in ragione mensile, e non annuale; il che equivale a un tasso massimo del cento per cento annuo ([28]).

Le motivazioni di tale orientamento risiedono soprattutto nella considerazione che nell’antichità, in un’economia premonetaria, i mutui hanno per oggetto solo derrate e sono a brevissimo termine.

L’introduzione della moneta ([29]) e la diffusione del prestito monetario a lunga scadenza sono causa di un abbassamento dell’originario limite attraverso una serie di leggi, plebisciti e senatoconsulti, emessi nel corso dell’età repubblicana.

Anche se le fonti non concordano sul contenuto delle varie disposizioni ([30]), è sicuro che alla fine della Repubblica il limite massimo degli interessi è fissato nel dodici per cento annuo ([31]); questo tasso rimarrà fermo per secoli, fino alla riforma di Giustiniano ([32]).

Il limite non trova però applicazione in tutti i tipi di prestiti, né viene imposto ovunque in modo uniforme.

Non vige, infatti, nel mutuo di derrate, per il quale è stabilito un limite massimo del cinquanta per cento ([33]); non si applica, inoltre, nel prestito marittimo, in considerazione dell’alto grado di rischio gravante sul creditore ([34]); infine, non viene osservato in Egitto.

In età del Principato si afferma il divieto delle usurae supra duplum ([35]) con lo scopo di impedire che il creditore possa percepire interessi in misura maggiore dell’ammontare del capitale dato in prestito.

L’introduzione del principio è, forse, da ritenersi ascrivibile a costituzioni imperiali non pervenuteci; in ogni caso, è certo che ha precedenti nell’ultima età repubblicana ([36]).

Nello stesso periodo, viene introdotto il divieto di anatocismo, il quale non permette che gli interessi scaduti e non ancora pagati vengano aggiunti al capitale in modo che producano a loro volta interessi ([37]); questo principio verrà poi ripreso e generalizzato da Giustiniano.

Venendo agli interessi legali, il limite della centesima, stabilito alla fine della Repubblica per quelli convenzionali, trova applicazione anche alle usurae ex moraed in genere a tutte le altre ipotesi analizzate supra ([38]).

Va aggiunto che la centesima viene applicata anche alla pena privata convenzionale ([39]), espediente utilizzato dalle parti per eludere il limite imposto, con il risultato pratico che la promessa è valida fino a concorrenza del tasso massimo legale ([40]).

Infine, per quanto riguarda la determinazione in concreto da parte del giudice del quantum debeatur nei iudicia bonae fidei, va rilevato che vi è una tendenza atta a circoscrivere la sua autonomia discrezionale da parte della cancelleria imperiale.

Questo fine viene conseguito attraverso il divieto di superare il limite della centesima e l’invito ad applicare i tassi stabiliti dalle consuetudini locali ([41]).

In altri casi, viene imposto al giudice di seguire precisi criteri per la determinazione dell’ammontare della somma dovuta ([42]) e, per alcune fattispecie, sono stabiliti tassi fissi e uniformi([43]).

In età giustinianea il regime dei tassi fissi, oramai imposti legislativamente, prevale; inoltre, viene abbassato il limite massimo al sei per cento e vietata al giudice l’applicazione dei mos regionis quando prevedano percentuali più elevate.

1.5 Gli interessi illeciti

Non è dato concludere questa breve ricognizione storica sull’usura nel diritto romano senza fare accenno al sistema di repressione delle usurae illecite.

Il carattere della illiceità, innanzitutto, lo assumono gli interessi convenuti in misura superiore a quella legale. Le pene comminate per tali usurae cambiano in ragione dell’epoca romana che viene presa in considerazione.

Al tempo della Repubblica, è possibile agire in giudizio con un’azione penale privata diretta ad ottenere un risarcimento pari al quadruplo degli interessi ingiustamente percepiti; inoltre, gli edili, competenti per la repressione del fenomeno, comminano delle multe pecuniarie ([44]).

Alla fine del periodo repubblicano sembra venir meno la pena del quadruplo; la condanna viene limitata alla ripetizione dell’indebito.

Nell’età del Principato, le conseguenze del conseguimento di interessi ultra modum sono solamente civili: ciò che è stato percepito contra legem viene imputato al capitale e, una volta che questo sia esaurito, l’eccedenza dovrà essere restituita al debitore ([45]).

Con il Dominato si torna ad una repressione penale: Diocleziano infligge l’infamia a chi pretende un improbum fenus, ovvero violi il divieto di anatocismo e, più tardi, Teodosio I, sotto l’influenza del Cristianesimo,  ripristina la pena del quadruplo ([46]).

Quanto al Codice di Giustiniano, poi, bisogna dire che in esso non è inclusa la costituzione di Teodosio relativa alla pena del quadruplo, ma viene riprodotta la disposizione di Diocleziano sulla comminazione dell’infamia.

§2 DIRITTO INTERMEDIO

2.1 Il Medioevo

Il Medioevo è convenzionalmente compreso nell’intervallo di tempo intercorrente tra la fine dell’Impero Romano d’Oriente e la seconda metà del secolo XV ([47]).

La letteratura, già prima di questo periodo, fornisce esempi illustri della riprovevolezza morale del prestito ad interessi; nella Sacra Bibbia, infatti, in un passo di Luca si legge: “mutuum date nihil inde sperantes” ([48]). Più tardi Dante, ne La Divina Commedia, collocherà gli usurai nella zona più ristretta del VII cerchio dell’inferno ([49]).

Nel Medioevo le leggi civili sull’usura si sviluppano sotto l’influenza del pensiero teorico dei Padri della Chiesa ([50]): l’usura viene definita in un’accezione più morale, che non tecnico-giuridica; si considera usurario tutto ciò che si riceve in più di quel che si è prestato. Essa, inoltre, riguarda sia il prestito di denaro che quello di altri beni consumabili, costituisce un male grave per l’ordine temporale, oltre che per la salute eterna, ed equivale alla sottrazione di beni altrui; perciò è da ritenersi senza dubbio contra naturam.

Si aggiunge che dal denaro non può nascere denaro; con il prestito a interesse, invece, questo diventa produttivo e non adempie più al fine per il quale è stato creato, quello cioè di facilitare gli scambi ([51]).

Negli scritti dei Padri della Chiesa, inoltre, si rilevano significativi corollari quali i seguenti: l’usura comporta lo sfruttamento dei poveri, procura benessere senza una corrispettiva attività, può essere lecita solo nei confronti dei nemici ([52]).

Questo è un primo quadro riassuntivo del pensiero cristiano e della dottrina del tempo.

Per quanto riguarda le prime leggi ecclesiali, invece, si rileva che il divieto del prestito ad interessi è imposto ai soli sacerdoti ([53]): infatti, nello stesso anno in cui il Concilio di Nicea del 325 d.C. ribadisce questo divieto ai soli prelati, sotto pena di destituzione, l’imperatore cristiano Costantino emana una costituzione che considera lecite le usurae centesimae ([54]) sul denaro, e del cinquanta per cento sulle derrate.

Nei secoli seguenti, con il crescere della povertà, dovuta alla decadenza economica seguita al disfacimento dell’Impero Romano, l’orientamento nei confronti dell’usura diviene sempre più restrittivo.

Già nel 440 d.C. papa Leone Magno, in una sua lettera ai vescovi della Campania, del Piceno e della Toscana, condanna i laici cristiani che praticano prestiti ad interesse.

Il Concilio di Taragena del 516 d.C., però, si limita a prescrivere il divieto ancora ai soli ecclesiastici, precisando che lo stesso vale anche quando la restituzione avviene tramite derrate alimentari.

Solo i Concili di Costanza dell’814 d.C. e di Parigi dell’829 d.C. vietano in modo pieno ed a tutti di dare prestiti ad usura ([55]).

Le leggi civili di questo periodo vanno di pari passo con il potere temporale: l’Admonitio generalis di Carlo Magno del 789 d.C. è la prima che proibisce ai laici l’usura; con questa, peraltro, non si interviene efficacemente sul piano sanzionatorio, cosicché le pene rimangono sostanzialmente quelle canoniche ([56]).

Lotario, nipote di Carlo, con il Capitolare di Olona dell’825 d.C., conferisce ai vescovi non solo il potere di ricercare e punire coloro che praticano l’usura, ma anche quello di richiedere l’appoggio dei Conti per imporre le loro decisioni, anche con la forza. Egli, inoltre, sanziona penalmente il reato emanando contro gli usurai pene di reprimenda, di ammenda e di imprigionamento.

In un altro capitolare dell’832 d.C., Lotario ordina ai missi dominici di ricercare gli usurai e di consegnarli ai vescovi da cui dipendono, affinché sia loro imposta la pubblica penitenza.

A partire dall’XI secolo, il commercio riprende vigore in dimensioni mai viste prima grazie anche alla minore aggressività degli Arabi dovuta alle numerose sconfitte subite; questo consente di stabilire rotte e collegamenti commerciali con l’Oriente e dà la possibilità a città come Venezia, Genova, Pisa ed Amalfi di imporsi come centri di scambio di notevole importanza e dimensioni.

Nello stesso tempo, si sviluppano in modo esponenziale le fiere, nelle quali viene scambiato ogni genere di bene di lusso, e i mercanti cominciano a coprire centinaia di chilometri per acquistare e vendere merci ([57]).

Parallelamente, si registra il ritorno della circolazione della moneta e la conseguente richiesta di liquidità ([58]).

L’economia comincia ad assumere una configurazione moderna: al credito al consumo si affianca progressivamente un vero e proprio mercato finanziario e sorge un primitivo ma importante sistema bancario.

Tutto questo è causa di una nuova e più approfondita attenzione al tradizionale divieto dell’usura da parte delle autorità del tempo e della Chiesa ([59]).

Il Concilio Lateranense del 1179 inasprisce le pene per coloro che commettono il peccato di usura escludendoli dalla possibilità di far valido testamento, dalla Comunione ed addirittura dalla cristiana sepoltura; il Concilio di Lione del 1180 minaccia di interdizione le corporazioni e le città che danno protezione ed ospitalità agli usurai.

Il Concilio di Vienna del 1311, poi, non solo dichiara nulli tutti gli statuti municipali che permettono il prestito ad interessi, ma promette perfino la scomunica alle autorità civili e giudiziarie che a tali norme diano applicazione, disponendo, altresì, che saranno puniti come eretici tutti coloro che ritengono che l’usura non è peccato ([60]).

Probabilmente questo inasprimento delle pene da parte della Chiesa è dovuto anche ad una reazione all’inversione di tendenza del potere politico il quale, per far fronte alle mutate esigenze economiche esposte supra ([61]), comincia timidamente a rendersi conto della necessità di regolare, e non di vietare, il prestito ad interesse.

2.2 Le nuove figure contrattuali nel credito finanziario

In questo periodo di nuovo fermento commerciale si registra la nascita di due mercati distinti del credito: l’uno degli affari, l’altro della povera gente per procurarsi beni di consumo.

Per quel che concerne il primo dei due, i mercanti ed i banchieri, non trovando molta comprensione da parte delle autorità ecclesiali, cominciano a fare uso di nuove figure di prestito diverse dal mutuo, per eludere l’ormai storicizzato divieto di usura.

A fronte di queste nuove forme contrattuali, però, gli scolastici e i loro discepoli cercano di evidenziarne ogni aspetto che possa ricondurle ad una usura indiretta in modo da consentirne la condanna ([62]).

Possiamo riassumere quelle più importanti come segue:

  • Pegno morto: si ha quando, per ottenere un prestito, viene dato in garanzia un bene immobile il cui reddito è percepito dal finanziatore fino alla restituzione del capitale. Questa figura è la prima forma di utilitas nascente dal denaro che viene ad avere una considerevole diffusione negli affari, ma che viene anche approfonditamente studiata e condannata dalla Chiesa. Essa non ha origine dal mutuo o dal pegno di tradizione romanistica, ma dalla tradizione longobarda, e viene proibita sia ai chierici che ai laici, fino a stabilire che i frutti percepiti vengono sottratti a quanto è stato prestato. Ciò darà origine ad un’ulteriore evoluzione delle pratiche usate a scopo di finanziamento: è il caso dei contratti simulati, tra i quali avrà importanza predominante la vendita con patto di retrovendita.
  • Vendita a credito con aumento del prezzo: si ha quando, in una compravendita, il prezzo viene pagato in un momento successivo alla conclusione della stessa, e risulta essere superiore a quello che si sarebbe versato in caso di esecuzione immediata. L’usurarietà si ravvisa nella differenza che intercorre tra il prezzo differito e quello immediato.
  • Vendita a termine con diminuzione del prezzo: si ha quando il prezzo, da pagare immediatamente, risulta essere minore di quello presumibilmente corrente al momento della consegna della cosa, che è differita. Anche in questo caso si ravvisa usurarietà nella differenza tra il prezzo pagato effettivamente e quello che sarebbe stato corrisposto al momento della consegna. Questa figura, insieme a quella esposta supra, sono molto importanti per due ordini di motivi: innanzitutto, entrambe vengono utilizzate dalla pressoché totalità dei mercanti e degli uomini di affari; inoltre, esse sono intimamente connesse al problema del giusto prezzo, il quale occupa largamente teologi e giuristi ([63]).
  • Contractus mohatrae: si tratta di un contratto di origine araba che approda in Italia nel secolo XIV. Esso consta di due compravendite poste in essere contemporaneamente e reciprocamente tra gli stessi soggetti; l’una è a credito e l’altra è per contanti ad un prezzo minore. Con questa operazione, il soggetto finanziato ottiene la corresponsione di una somma di denaro, che è il prezzo minore dato dal finanziatore per riottenere la proprietà della cosa appena compravenduta, contro l’obbligazione di restituirne successivamente una maggiore in forza del rapporto obbligatorio rimasto in piedi tra i due contraenti. La differenza tra il prezzo e l’obbligazione è, dunque, il quid pluris usurario.
  • Cambio: viene utilizzato per mascherare il mutuo, soprattutto nei rapporti commerciali. La forma più nota è quella del prestito marittimo, ma esiste anche una forma di negozio terrestre ([64]). Si tratta di un forte lucro che spetta a chi accetta di assumersi i rischi del trasporto marittimo, del denaro dato a mutuo fruttifero o della merce acquistata con quel denaro. La designazione di cambio è dovuta alla circostanza che, mentre presso i Romani si usava la sola moneta imperiale su tutte le piazze marittime, nel Medioevo la diversità delle monete impone la necessità non solo di trasportare il denaro, ma anche di cambiarlo.

Queste sono le fattispecie più utilizzate, ma ve ne sono delle altre che non sono meno importanti delle prime: ci riferiamo al patto commissorio ([65]), il quale non è ancora regolato e quindi ritenuto illecito solo se l’operazione è fatta in fraudem usurarum; merita, inoltre, di essere menzionata la rendita vitalizia, in quanto essa comporta una prestazione periodica di denaro o di altri beni in natura che, moltiplicati nel tempo, possono superare il capitale pagato per ottenere la rendita.

Altro campo aperto al sospetto di usura è quello dei crediti pubblici: l’interpretazione contraria alla loro liceità, infatti, si fonda sulla considerazione che il versamento annuale finisce col superare il capitale; la dottrina favorevole, invece, sostiene la loro legittimità sulla base della considerazione che qui non si è di fronte ad un mutuum, ma ad un contributo obbligatorio, non rimborsabile e versato senza intento di lucro. Si aggiunge, inoltre, che lo Stato determina il reddito e si assume il rischio di non ricevere più il capitale, ed in più – e tale è l’aspetto più importante – lo fa per un interesse superiore, che è quello della comunità ([66]).

2.3 Il credito al consumo e gli istituti di credito di beneficenza

La situazione si presenta sotto forme diverse per il credito al consumo: questo mercato diviene appannaggio pressoché esclusivo delle persone di religione ebraica.

Verso la fine del XII secolo, infatti, ebrei lombardi diffondono in tutta Europa la figura contrattuale del prestito contro pegno, la quale incontra grande fortuna ([67]).

I tassi praticati, già elevati in origine, si eleveranno ulteriormente fino a raggiungere i massimi storici intorno al XIII e XIV secolo; ciò porterà ad un crescente odio della gente comune nei confronti degli istituti di pegno, odio accompagnato dall’ostilità razziale nei confronti degli ebrei.

E’ in questo scenario che, mostrando una spiccata sensibilità verso le esigenze della popolazione meno provveduta, nascono i primi istituti di credito su pegno con scopo di beneficenza.

Il primo tentativo finalizzato al porre un limite al dilagare del prestito usuraio si registra in Baviera, a Freisingen; questo è seguito dalla creazione di una cassa mutua francese a Salins nel 1360 e di una a Londra nel 1361.

In Italia, la situazione indigente di gran parte della popolazione, spinge i francescani a creare i Monti di Pietà ([68]), i quali, ben presto, ottengono l’approvazione ufficiale da parte della Chiesa, in forza dell’obbiettivo prevalentemente religioso perseguito ([69]).

Inizialmente i Monti di Pietà sono gratuiti, ma poi, con il progresso economico ed il conseguente mutamento ideologico, anche questi cominciano a chiedere degli interessi, giustificandoli con il costo delle operazioni di gestione del denaro dato in prestito.

I francescani sostengono che in tale caso non si può parlare di usura, mancando ogni guadagno effettivo ed ogni aspetto speculativo; si dice che l’operazione consiste in due contratti successivi: il prestito su pegno gratuito e l’affitto oneroso dei servizi tra debitori e impiegati.

Comunque sia, questi istituti percepiscono interessi abitualmente variabili tra il quattro ed il sei per cento, ed in alcuni casi, quali quello del Monte di Pavia, raggiungono il dieci per cento.

E’ evidente l’inversione di tendenza che si va delineando rispetto alla originaria concezione di percezione di interessi, la quale era prima considerata contranaturam.

Tale tendenza si consoliderà nel 1515 d.C. quando, la Bolla Inter multiplices, nel corso del V Concilio Lateranense sotto Papa Leone X, riterrà lecito l’onere che viene pagato per il mutuo: esso, infatti, rappresenta solo l’equivalente delle spese per l’esercizio e la conservazione dell’Istituto e ha, inoltre, un effetto riduttivo del mercato dell’usura.

È da constatare tuttavia che, nonostante il considerevole passo in avanti fatto dalla Chiesa, c’e chi resta ancorato al totale divieto di prestito ad interesse come, fra gli altri, i Domenicani.

2.4 Gli interessi leciti

Intorno al XIV e XV secolo, grazie al rifiorire dell’economia commerciale, sorgono nuove figure contrattuali e, contemporaneamente, la dottrina comincia a mettere a fuoco i casi in cui la corresponsione di interessi non deve essere ritenuta ingiustificata. Così, grazie all’analisi approfondita delle fattispecie negoziali concrete, vengono tracciati con maggiore precisione i caratteri essenziali dell’usura.

L’inversione di tendenza laica, non seguita almeno all’inizio dai cattolici, nasce con modeste eccezioni al divieto di usura quali: la comprensione offerta al mutuatario che accetti il patto usuraio per stato di necessità; il riconoscimento della liceità della percezione dei frutti del pegno, quando si tratta di alcuni beni particolari, come, ad esempio, i benefici ecclesiastici detenuti da un laico; il pegno costituito a garanzia dell’obbligo di corrispondere la dote, e la possibilità per vedove e orfani di poter trarre frutti attraverso depositi o prestiti.

Il passo successivo è quello di far rientrare nella legalità situazioni ben più rilevanti come, ad esempio, l’indennizzo del fideiussore per quanto abbia dovuto sborsare ([70]), ed il patto con cui il ritardo nel rimborsare il prestito viene sanzionato dall’obbligo di pagare una somma ulteriore.

La fattispecie che di gran lunga porta ad un cambiamento e ad una evoluzione significativa del concetto di denaro è, tuttavia, la società ([71]): essa apre smisurate prospettive alla speculazione con lo sviluppo della commenda e della società in nome collettivo.

Queste figure, aventi origine nella comunità familiare, sono al riparo da ogni sospetto di usura, perché il conferimento in società di somme di denaro non configura un mutuo, bensì un’operazione nella quale chi investe il proprio denaro resta soggetto ai rischi dell’impresa che finanzia e, dunque, giustamente partecipa degli eventuali guadagni; in altre parole, chi presta il suo denaro ad un mercante o ad un artigiano per formare con lui una società, assume su di sé il rischio della loro attività e legittimamente può reclamare parte dei profitti realizzati ([72]).

2.5 I secoli successivi al Medioevo

L’arco di tempo che corre tra la scoperta dell’America (1492) e le due grandi rivoluzioni a cavallo del ‘700 e ‘800, quella francese e quella industriale, è convenzionalmente chiamato dagli storici età moderna ([73]).

Questo periodo è caratterizzato dalla nascita del capitalismo: il commercio assume un aspetto mondiale e cominciano ad essere scambiati non solo pochi beni di lusso, come le spezie e la seta, ma anche quelli di più largo consumo.

Si registra, inoltre, l’affermazione dello stato monarchico assoluto, cioè privo di ogni vincolo che limiti la volontà del sovrano, e la dissoluzione dei particolarismi medievali come i feudi e i comuni con le loro autonomie.

In questo scenario, secondo alcuni autori ([74]), il dibattito dottrinario e religioso intorno all’usura ha un carattere di minore importanza, giacché incide poco sul mercato dei prestiti.

Bisogna notare, tuttavia, che vengono emessi provvedimenti legislativi e religiosi di rilievo: nel 1541 Carlo V legalizza il prestito ad interesse in larga parte dei territori del suo impero ([75]), reintroducendo l’antico limite romano delle usurae centesimae ([76]).

D’altra parte, la tradizione dottrinaria della Chiesa viene ribadita con numerose statuizioni: nel 1666 Alessandro VII afferma la illiceità della restituzione di unquid pluris rispetto al capitale dato a mutuo e, nel 1679, Innocenzo XI conferma questa disposizione, aggiungendo che la somma corrisposta oltre il capitale è da ritenersi immorale, anche se corrisposta a titolo di benevolenza o di gratitudine ([77]).

Nel 1745, inoltre, Papa Benedetto XIV, con l’Enciclica Vix pervenit, proibisce la percezione di qualsiasi frutto originato dal prestito, il quale deve essere gratuito; ciò nonostante, riconosce il diritto al mutuante di esigere, oltre al capitale, un alcunché che sia però causato da un interesse legittimo ([78]).

Questi interventi non sembrano poter incidere sulla crescita, specie in Olanda, Francia, Belgio ed Inghilterra, di un sistema bancario e borsistico dai caratteri sempre più moderni, il quale raggiunge presto caratteri notevoli; tuttavia, permangono grandi sacche di bisogno e povertà tra i ceti contadini ed artigiani sui quali gli usurai prosperano.

Ciò è spunto, nel XIX secolo, del risorgere in Germania  di un movimento economico di ispirazione religiosa il quale, pur riecheggiando i Monti di Pietà francescani ([79]), avrà una veloce evoluzione nella nascita delle Banche Popolari e delle Casse Rurali ([80]).

Le prime sorgono in Germania, ad opera principale di Herman Shulze, il quale realizza nel 1850, in Sassonia ([81]), la prima società cooperativa di credito di ceti medi.

Le Casse Rurali, invece, trovano origine in vere e proprie società di mutuo soccorso per finalità assistenziali ([82]).

2.6 La rivoluzione francese

A partire dal 1800, le legislazioni civili di quasi tutti i paesi cominciano ad autorizzare il prestito ad interesse, grazie soprattutto alla rivoluzione francese.

Una legge promulgata dalla Costituente Francese nel 1789 ([83]), infatti, introduce la distinzione tra interesse lecito e abuso di interesse e fa sì che venga riformulato il significato del termine usura in conformità a come lo intendiamo oggi ([84]).

Dal maggiore favore accordato dalle autorità del tempo, deriva il ritorno in auge, presso i teologi, del problema della liceità dell’interesse e, finalmente, vengono riviste le antiche certezze: si sostiene, infatti, la tollerabilità dell’interesse ma solo in quanto sia fondato su un titolo legis civilis.

Così, nel 1821, sotto il pontificato di Pio VII, la Sacra Congregazione del Santo Uffizio ne riconosce la legittimità, purché esercitato nei limiti legali.

Sotto Papa Pio VIII, il Santo Uffizio e la Sacra Penitenziaria, entrambi del 1830, stabiliscono che non intercorrono in censura i confessori che assolvono coloro i quali prestano denaro ad interesse ai commercianti, purché ottengano dai loro penitenti la promessa di sottomettersi alle decisioni ulteriori della Santa Sede. Anche questo obbligo, infine, verrà meno in una successiva Sacra Penitenziaria emanata nel 1889.

§3 UNIFICAZIONE DI ITALIA

3.1 Il periodo preunitario

Negli anni precedenti l’unificazione d’Italia, l’usura è variamente condannata: le pene vanno dalla multa del doppio o del quadruplo fino alla confisca dei beni; inoltre, in alcuni casi sono comminati la reclusione, i lavori forzati, il bando e l’infamia.

Il delitto è regolato dal Codice penale Toscano del 1858 ([85]), il quale, all’art. 408 ([86]), prevede due figure: lo scrocchio e il ritrangolo; la prima consiste in una dichiarazione di ricevuta di denaro, mentre in realtà si tratta di generi di basso valore, la seconda in un riacquisto a basso prezzo di merce venduta a prezzo elevato.

L’usura è anche regolata dal Codice Parmense del 1820, il cui art. 494 la individua nella abituale esigenza di interessi superiori al legale e nella consegna di cose mobili in luogo di denaro; è disciplinata, inoltre, dal Codice Estense del 1855, agli artt. 533 ss., e anche dalla Legge napoletana del 7 Aprile 1828, il cui art. 7 porta rubrica usura abituale; previsioni simili, infine, non mancano nel regolamento romano degli Stati pontifici ([87]).

Altro esempio di sensibilità al problema, è offerto dagli artt. 126 e 127 del Codice Marittimo Mercantile approvato nel 1877: in questi articoli, infatti, ci sono disposizioni che non riconoscono la vincolatività delle promesse per assistenza al salvataggio fatto “in pieno mare o al momento del sinistro”, e l’attendibilità di qualsiasi promessa di compensi per importi maggiori della tariffa che venga fatta “in momento di pericolo della nave”.

Tale orientamento subisce, tuttavia, una prima inversione di tendenza nel 1857, quando il reato di usura viene abrogato dal Codice penale sardo ([88]); nella sua riforma del 1859, inoltre, non ve ne sarà traccia alcuna ([89]).

3.2 Il Codice Zanardelli

Dopo l’unificazione di Italia, con il Codice Zanardelli, nonostante qualche timida sollecitazione in senso contrario, viene confermato l’indirizzo sardo del 1859.

La dominante idea liberista, che prende spunto dal Code Napoleon francese, fa sì che non vi sia alcuna limitazione alla misura degli interessi convenzionali.

Le parti sono libere di pattuirli anche in misura maggiore di quella legale ([90]), ma per la validità dell’accordo, che secondo le opinioni del tempo costituisce sempre un’obbligazione autonoma ([91]), è richiesta la forma scritta; in mancanza il debitore non è tenuto a corrispondere alcun interesse ([92]).

Dai lavori preparatori si desume che i compilatori ritennero la disposizione un valido disincentivo alle pretese usuraie, perché l’avidità del mutuante sarebbe risultata da atto scritto e quindi conosciuta dalla gente ([93]); la storia, però, dà prova del contrario.

Altra misura non stimata è quella dell’art. 1832: questa concede al debitore la facoltà di restituire dopo cinque anni dalla conclusione del contratto le somme date in prestito ad un interesse maggiore della misura legale, nonostante il patto contrario.

Ci si chiede, in particolare, come possa essere possibile che il debitore, che non è in grado di corrispondere gli interessi, sia in grado di pagare l’intera somma mutuata; inoltre, tale disposizione si applica solo ai prestiti a lunga scadenza con esclusione quindi dell’usura a breve termine, la quale notoriamente costituisce la più frequente forma di manifestazione di questo delitto ([94]).

Di fronte a questa inattività del Legislatore rispetto al fenomeno usurario, la giurisprudenza manifesta la tendenza ad interpretare restrittivamente la disciplina civilistica.

In particolare, per quanto riguarda l’atto scritto richiesto dall’art. 1831, la giurisprudenza afferma che questo deve essere contenuto minuziosamente nello stesso atto di mutuo ([95]); inoltre, affrontando la questione del carattere usurario del patto, ne dichiara a volte l’illiceità, perché fondato su una causa contraria al buon costume, con la conseguente mancanza di azione per lo strozzino che vuole agire in giudizio per recuperare il credito concesso a condizioni usurarie ([96]).

Altre volte la giurisprudenza, ricorrendo ai principi generali in materia di obbligazioni, sostiene l’invalidità del patto usurario per vizio del consenso dovuto allo stato di necessità o di dipendenza del debitore al momento del ricorso al prestito ([97]).

In dottrina sorgono due posizioni contrapposte: l’orientamento concorde all’indirizzo giurisprudenziale propende per la nullità della clausola, dovuta al vizio di volontà determinato dallo stato di bisogno del debitore, mentre quella opposta fa leva sull’interpretazione letterale e garantista del dato normativo.

Il pensiero giurisprudenziale, che è causato anche da un movimento culturale a carattere solidaristico che si va manifestando sempre di più nel mondo del diritto, darà luogo ben presto ad un frenetico susseguirsi di proposte di legge finalizzate alla reintroduzione della repressione dell’usura.

Queste proposte di legge possono così riassumersi:

  • Il 9 aprile 1894 l’onorevole Della Rocca, al quale si associa l’onorevole Aguglia, presenta il primo progetto di legge che cerca di affrontare il problema ([98]).
  • Naufragato il primo, viene presentato un nuovo progetto da parte dell’onorevole Compans nel novembre del 1895 ([99]); questa iniziativa parlamentare, però, è destinata presto ad essere insabbiata.
  • Non migliore fortuna ha la proposta di legge recante “Provvedimenti contro l’usura” presentata dal Guardasigilli Gianturco nel 25 novembre del 1900.

In particolare, ancorché l’art. 1 ([100]) costituisca un notevole passo in avanti nella repressione dell’usura, il resto del progetto viene fortemente criticato per le carenze che presenta. Ci si riferisce soprattutto all’art. 3 del progetto, il quale esclude dalla punibilità gli istituti pubblici, le agenzie di prestito ed i commercianti nei contratti conclusi fra di loro, perché costoro devono “necessariamente presumersi idonei ed esperti nei contratti attinenti al loro commercio” ([101]).

  • Nel 26 novembre 1902, viene presentato il progetto Sonnino: il suo unico articolo prevede che ogni interesse che superi della metà il tasso legale viene considerato per tale eccedenza, nonostante qualsiasi patto contrario, come quota di ammortamento del debito del capitale ed il pagamento fattone è considerato rimborso del capitale medesimo; le disposizioni non si applicano ai prestiti su pegno fatti dai Monti di Pietà, regolati dalla legge 4 maggio 1898 n. 169.

Le numerose critiche ricevute da questo disegno di legge si incentrano soprattutto sulle considerazioni che il suo unico articolo presenta scarsezza di tecnicismo e che la limitazione del tasso convenzionale, operata in modo incondizionato, ha l’effetto di travolgere anche le ipotesi nelle quali non si manifesta alcun abuso; inoltre, non si comprende perché le disposizioni debbano limitarsi ai soli mutui di denaro ([102]).

  • L’ultimo in ordine di tempo è il progetto Garofalo del 1910: esso è diretto alla modificazione dell’art. 1831 ([103]) senza prevedere l’introduzione di una norma penale.

Le cause per cui nessuno di questi progetti va in porto sono numerose; tuttavia, ad aver maggior peso, è forse la mancanza nella volontà politica di sanzionare lo smodato arricchimento conseguito attraverso il prestito di denaro; a dimostrazione di ciò, si constata che previsioni simili a quelle contenute nei progetti esposti supravengono inserite senza difficoltà in territori limitati, quali quelli eritrei ([104]).

3.3 Il regime fascista

Il regime fascista segna l’inizio della repressione nei confronti degli usurai con la imposizione di misure di polizia ([105]).

La repressione, cominciata con sporadiche manifestazioni agli inizi del 1926, si va intensificando grazie l’applicazione a dir poco creativa del decreto legge 16 giugno 1927, n. 948, che disciplina il prezzo delle locazioni di immobili urbani ([106]) e degli artt. 166 ss. del T.U.L.P.S. ([107]), sulla scorta di una nozione sociale di usuraio, a carattere prevalentemente emotivo-irrazionale, priva di precisi limiti.

Le sanzioni indicate da tali fonti, cioè la diffida, l’ammonizione, l’arresto e il confino, sono infatti previste soltanto per alcuni tipi di autore, tra i quali non rientrano certamente gli usurai.

Ben più grave è che il cittadino, di fronte a questa repressione di tipo amministrativo, è praticamente sfornito delle garanzie di cui avrebbe goduto se le sanzioni avessero avuto carattere giurisdizionale.

Nella stampa quotidiana del tempo non vi è chi non veda come tale repressione sia pretestuosa; le pene comminate che vengono riportate sono anche prova del rigore usato nella repressione: vi sono esempi di confino per due anni a chi abbia prestato £. 20.000 facendosi rilasciare cambiali per £. 60.000 ([108]), di confino per tre anni a chi suole prestare a tassi oscillanti dal cento al duecentocinquanta per cento ([109]), dell’arresto, con successiva proposta per il confino, a chi procura automobili a condizioni onerosissime o presta somme a tasso altissimo su pegno di automobili ([110]) e a chi presta ad alta misura d’interessi facendosi rilasciare polizze dei Monti di Pietà ([111]).

Col passare del tempo la repressione si va intensificando tanto che Il Corriere della Sera del 24 febbraio 1928 riferisce che, “sulla scorta delle direttive del Primo Ministro”, le comminazioni del confino e dell’ammonizione agli usurai sono di applicazione quotidiana.

Non è agevole ricostruire la nozione di usura utilizzata dalla polizia del tempo; certo è che i criteri per l’individuazione dei soggetti perseguibili non vengono desunti da un’accurata indagine caso per caso ma, come spiega il T.U.L.P.S. per le fattispecie ivi regolate, dalla voce pubblica, in quel contesto caratterizzante del regime fascista di moralizzazione dei rapporti tra i consociati.

Si perseguono, pertanto, tutti coloro che sono noti per prestare ad alti interessi, prescindendo dall’esame delle singole contrattazioni e della situazione soggettiva dei debitori, e ciò non per l’assicurazione di una tutela generale del mercato del denaro, in quanto manca ancora la sensibilità politica ad una tale problematica, ma presumibilmente per la repressione di tipi di autore che contrastano con il modello di cittadino che si intende imporre alla collettività ([112]).

3.4 Il Codice Rocco

Nel 1 luglio 1931, finalmente, per effetto del R.D. 19 ottobre 1930 n.1398, entra in vigore il Codice penale Rocco il quale, all’art. 644 punisce il delitto di usura stabilendo testualmente che: “Chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo precedente ([113]), approfittando dello stato di bisogno di una persona, si fa da questa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da lire mille a ventimila”; il secondo comma punisce la mediazione usuraria prevedendo che:  “Alla stessa pena soggiace chi, fuori dai casi di concorso nel delitto preveduto dalla disposizione precedente,  procura ad una persona in stato di bisogno una somma di denaro o una altra cosa mobile, facendo dare o promettere, a sé o ad altri per la mediazione, un compenso usurario”.

Bisogna Rilevare come la formulazione di questo articolo sia influenzata da una parte, dalla repressione attuata dal regime fascista e, dall’altra, dall’idea tradizionalista della Chiesa.

L’oppressione fascista, infatti, ancorché sia stata basata su interpretazioni abbastanza discutibili delle norme del T.U.L.P.S. e di altre disposizioni, ha avuto il merito di desumere il concetto di usurarietà dalla realtà sociale, e di passare dalla visione largamente sociale dei progetti precedentemente formulati ([114]) a quella estremamente ristretta di tutela della singola situazione contrattuale ([115]); la tradizione cattolica, d’altra parte, ha influito sulla ratio stessa della fattispecie normativa prevista dall’art. 644, la quale fa propria l’idea di protezione del contraente più debole che versa in stato di bisogno ([116]).

II. FATTISPECIE DELL’USURA EX ART. 644 DEL CODICE ROCCO

monete

Sommario: §1 PREMESSA §2 CONDOTTA – 2.1 L’approfittamento – 2.2 Lo stato di bisogno – 2.3 La prestazione tipica del soggetto attivo – 2.4 La prestazione tipica del soggetto passivo e l’usurarietà – §3 DOLO – 3.1 Le caratteristiche del dolo – 3.2 Gli elementi del dolo – 3.3 Il dolo eventuale e il tentativo – 3.4 L’atteggiamento psicologico del soggetto passivo – §4 MOMENTO CONSUMATIVO – 4.1 Il momento consumativo – 4.2 Le caratteristiche della istantaneità e della permanenza – §5 OGGETTO DELLA TUTELA – 5.1 L’interesse protetto – 5.2 Il reato di pericolo e di danno – §6 MEDIAZIONE USURARIA

§1 PREMESSA

Il delitto di usura, introdotto per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano dal codice Rocco, all’art. 644, è disciplinato in due forme distinte: al primo comma si punisce l’usura diretta, cioè il fatto di chi, fuori dei casi preveduti dall’art. 643 in tema di circonvenzione di incapaci, si fa dare o promettere interessi od altri vantaggi usurari come corrispettivo di una prestazione di denaro o cosa mobile approfittando dello stato di bisogno di una persona; nel secondo comma, invece, si persegue la mediazione usuraria, la quale è commessa da chi procura una somma di denaro o una altra cosa mobile ad una persona in stato di bisogno, facendosi dare, per la mediazione, un compenso usurario.

Sottolineata la presenza, nello stesso articolo, di due fattispecie diverse, sarà conveniente prendere in considerazione lo studio della prima, più importante, in quanto l’altra è scarsamente applicata per ragioni che ci si riserva di puntualizzare più avanti ([117]); si esaminerà, in seguito, la seconda e si rileveranno le differenze che intercorrono tra le due .

§2 CONDOTTA

La condotta dell’usura diretta ([118]) si incentra su due requisiti oggettivi fondamentali: l’approfittamento dello stato di bisogno, che costituisce la parte centrale della fattispecie, e la dazione o promessa di interessi o altri vantaggi usurari, la quale descrive, con una mera tautologia, il corrispettivo che il soggetto passivo del reato è tenuto a prestare ([119]).

Per quanto riguarda il dolo, cioè l’elemento soggettivo del reato ([120]), si anticipa che questo è di tipo generico e che è rappresentato dalla volontà della condotta e dalla rappresentazione di tutti gli elementi costitutivi del fatto ([121]).

Ognuno di questi elementi del delitto verrà trattato qui appresso e, successivamente, sarà effettuato lo studio del momento consumativo e dell’oggetto giuridico.

2.1 L’approfittamento

Prima di trattare delle problematiche sorte in ordine alla interpretazione del concetto di approfittamento, sembra indispensabile fare una premessa: la dottrina, solitamente, ritiene che esso sia una nota della condotta e che deve ritenersi approfittevole l’azione di chi si fa dare o promettere da una persona in stato di bisogno un compenso usurario per procurarle denaro o altre cose mobili ([122]).

Questa impostazione, peraltro, non è esente da critiche: secondo altri autori, infatti, il requisito di cui si tratta atterrebbe maggiormente all’elemento psicologico ([123]).

Ora, il fatto che l’approfittamento venga trattato in questa sede, e non in altra, non vuole essere una presa di posizione sulla natura dello stesso, ma è, piuttosto, una scelta finalizzata a rendere più chiara la trattazione del nucleo centrale della fattispecie d’usura.

Perché si abbia condotta usuraria, innanzitutto, è necessario che il soggetto attivo approfitti dello stato di bisogno di una persona, il soggetto passivo.

Bisogna chiedersi, allora, quale significato acquista il termine approfittare nella logica della fattispecie ex art. 644 c.p.: secondo una dottrina, questo è un concetto del tutto assimilabile all’abuso dei bisogni, delle passioni o della inesperienza previsto dall’art. 643 c.p. ([124]), perché in entrambi i casi ci sarebbe uno sfruttamento indebito della particolare situazione di debolezza in cui si trova la vittima del reato ([125]).

Secondo altri, invece, si tratterebbe di due concetti distinti: l’abuso implicherebbe necessariamente una deviazione oggettiva da quanto prescritto da norme giuridiche, mentre l’approfittamento coinvolgerebbe anche le situazioni in cui la condizione in cui si trova la vittima del reato costituisce mero presupposto psicologico della condotta del soggetto attivo ([126]).

Ad avviso di altri autori la differenza tra i due concetti risiederebbe, piuttosto, nel fatto che l’abuso rappresenta un quid pluris dell’approfittamento: in quest’ultimo, infatti, così come disciplinato dall’art. 644, non vi è, da parte del soggetto attivo, una induzione a compiere una azione, attività che invece si riscontra nella circonvenzione di persone incapaci ([127]).

Scarso seguito, infine, hanno avuto gli sporadici tentativi di intendere il concetto di approfittamento sotto il profilo di una condotta attiva sulla vittima, diretta a circuirla o suggestionarla ([128]).

2.2 Lo stato di bisogno

I problemi interpretativi cui ha dato luogo il concetto di approfittamento sono poca cosa, se paragonati a quelli scaturenti dalla nozione di stato di bisogno.

Sembra utile ricordare, a tale riguardo, quanto scritto nel Fiandaca-Musco: secondo il manuale, infatti, il requisito di fattispecie dell’approfittamento dello stato di bisogno dimostra chiaramente, ad onta della sua apparente determinatezza, “una inguaribile ambiguità ed una naturale predisposizione ad essere utilizzato in funzione di variabili obiettivi politico–criminali” ([129]).

Si registrano, in dottrina e in giurisprudenza, innumerevoli posizioni le quali si muovono tra due estremi: da una parte, c’è la concezione oggettivistica e, dall’altra, la concezione soggettivistica.

Secondo la prima, detta anche concezione economica, lo stato di bisogno rappresenta la mancanza di beni di natura patrimoniale pur non identificandosi con lo stato di necessità, né di indigenza ([130]).

Essa è configurabile anche con riguardo ad un soggetto benestante, il quale, per motivi contingenti, sia momentaneamente assillato da un bisogno di denaro ([131]).

La concezione soggettivistica, anche detta psicologica, intende il concetto di stato di bisogno come una condizione psicologica in cui la persona si trova e per la quale non ha piena libertà di scelta ([132]).

All’interno dei confini posti da queste due tesi, vi sono molteplici interpretazioni: secondo formule ricorrenti in giurisprudenza, per stato di bisogno si intende l’impellente assillo che, limitando pesantemente la volontà del soggetto, lo induce a ricorrere al credito accettando condizioni usurarie, ancorché non si tratti di stato di necessità tale da annientare in modo assoluto qualunque libertà di scelta ([133]).

Secondo un’interpretazione più estensiva con tale espressione deve intendersi, invece, uno stato di disagio che limiti la libertà di scelta del soggetto, inducendolo a ritenere preferibile aderire ad una pretesa eccessivamente gravosa in termini di interessi pagati, piuttosto che subire un danno che si giudica comunque maggiore.

La casistica giurisprudenziale è variegata: il bisogno, si è affermato, può essere di qualunque specie ([134]), anche non patrimoniale, e deve essere valutato in relazione alle particolari condizioni del soggetto passivo; vengono in considerazione non solo le necessità più elementari della vita, ma anche quelle relative all’esercizio del mestiere o della professione ([135]).

A questa serie di pronunce deve affiancarsi, inoltre, la dottrina più recente: essa ha ulteriormente ampliato il concetto ricomprendendovi situazioni che riguardano il mantenimento del proprio stato patrimoniale, i rapporti sociali e la tutela della onorabilità ([136]).

Posizione particolare è quella del De Angelis: egli prende spunto da una dottrina che individua, come parametro di valutazione del bisogno di un soggetto, i diritti costituzionalmente garantiti ([137]), e ritiene che tale indicazione sarebbe troppo circoscritta.

Secondo quest’Autore, infatti, dato che la nostra carta costituzionale non si limita a mere enunciazioni di carattere programmatico, ma richiede la concreta attuazione delle proprie solenni affermazioni, è compito del legislatore creare gli strumenti adeguati a rendere effettivo il godimento dei diritti assicurati a tutti dal Costituente.

Nell’inerzia del legislatore, però, è il giudice che, senza mai sostituirsi a quest’ultimo, deve cercare di rendere concreti i principi costituzionali dilatando al massimo la norma, unico strumento sul quale può operare ermeneuticamente.

Lo stato di bisogno deve, allora, essere inteso in senso molto ampio, trovando un freno alla sua estensione solo in quei valori non previsti dalla Costituzione ([138]).

Va ancora rilevato che altra vecchia impostazione dottrinaria, secondo la quale era da escludere che nel concetto di stato di bisogno potesse rientrare il denaro ottenuto per investimenti produttivi ([139]), è stata contraddetta dalla giurisprudenza che ha affermato che esso è ravvisabile anche in capo ad un imprenditore commerciale con riferimento alle esigenze aziendali ([140]).

Di recente si è anche statuito che lo stato di bisogno può consistere nel bisogno di sangue per trasfusioni ([141]).

Nel quadro di un’interpretazione ancora più estensiva, la giurisprudenza ha ritenuto che il delitto di usura possa configurarsi anche nei confronti di una persona giuridica, rispetto alla quale lo stato di bisogno si pone, indubbiamente, in una prospettiva peculiare ([142]).

Da ultimo, si osserva che lo stato di bisogno non deve necessariamente essere del soggetto passivo, potendo riguardare anche terzi verso i quali l’usurato stesso è, o si sente, giuridicamente o moralmente responsabile ([143]).

Vista l’ampia compagine interpretativa del concetto di stato di bisogno, e rilevata la tendenza estensiva che si è registrata intorno a questo, non sembra fuori luogo l’insegnamento del Violante ([144]), secondo il quale sia necessario porre un limite al suo allargamento, essendo intuitivo che non ogni bisogno può essere rilevante ai fini della fattispecie di usura.

Purtroppo questo presuppone una operazione che, storicamente, si è dimostrata impossibile da compiere; un esempio valga per tutti: distinguere il  bisogno dal semplice desiderio, idea degna di nota, non è stato sufficiente a risolvere il problema della non configurabilità del delitto di usura nel caso dell’imprenditore che, fissatosi lo scopo di aumentare gli affari commerciali o di realizzare proficui investimenti produttivi svincolati da indifferibili esigenze, prende un prestito ad interessi usurari.

A sostegno di quanto qui affermato e, soprattutto, a dimostrazione del fatto che lo stato di bisogno pone problemi mai risolti, può essere presa in considerazione la nuova formulazione dell’art. 644, così come modificato dalla l.n. 108/1996, la quale non fa riferimento alcuno a questo concetto ([145]).

Prima di trattare di un altro aspetto del vecchio art. 644 del codice Rocco, cioè l’usurarietà degli interessi e degli altri vantaggi, è opportuno fare due puntualizzazioni: in primo luogo, il legislatore non ha fatto riferimento sic et simpliciter al  bisogno, bensì allo stato di bisogno, quindi, non ad un momento fissato, ma ad una situazione di fatto che si protrae nel tempo; viene esclusa, in secondo luogo, nella realizzazione del delitto di usura, la possibile interferenza dell’origine delbisogno.

In altre parole, è indifferente che esso dipenda da cause non imputabili o da cause imputabili al soggetto passivo, quali vizi, prodigalità, imprudenza, leggerezza ([146]).

2.3 La prestazione tipica del soggetto attivo

Bisogna distinguere, innanzitutto, la prestazione del soggetto attivo da quella del soggetto passivo: la prima viene tipizzata dall’art. 644 come una prestazione di denaro o di altra cosa mobile; la seconda è contraddistinta dall’inciso secondo cui il soggetto attivo si fa dare o promettere (dal soggetto passivo), sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, interessi o altri vantaggi usurari.

Secondo un’interpretazione tradizionale, l’espressione prestazione di denaro o di altra cosa mobile è da intendere in senso rigorosamente letterale, e cioè come una operazione meramente finanziaria, sotto forma di consegna o promessa di denaro o anche di cosa mobile, volta al soddisfacimento di un temporaneo bisogno del soggetto passivo ([147]).

Questa dottrina esclude, dunque, che nella fattispecie d’usura, così disciplinata dal legislatore del 1930, possa rientrare la cosiddetta usura reale, cioè quella che si realizza mediante operazioni diverse da quelle dette supra ([148]).

In realtà, per approfondire questo tema, è necessario distinguere il concetto di denaro da quello di cosa mobile: mentre non sorge alcun problema per quanto riguarda il primo ([149]), lo studio deve essere focalizzato sulla delimitazione del secondo.

La dottrina più recente, nell’ambito di un’interpretazione evolutiva della norma tesa ad inserire il delitto d’usura nell’attuale realtà economico–sociale, ha sostenuto che l’esatta accezione della espressione cose mobili deve essere desunta dall’art. 624 secondo comma del codice penale il quale, inteso come norma generale per tutti i delitti contro il patrimonio, comprende tra le cose mobili anche le energie economicamente valutabili ([150]) e quindi, per quanto concerne i nostri fini, le prestazioni di servizi e di attività professionali ([151]).

Ragionando in questi termini si supera l’impasse in cui la dottrina esposta supra ([152]) era venuta a cadere.

Nessuno ha mai potuto dubitare, invece, che nella prestazione del soggetto attivo non sono ricompresi i beni immobili, data la assoluta chiarezza della norma a riguardo.

Per quanto riguarda lo schema contrattuale, si è sottolineato che, al fine della commissione del reato, non è necessaria l’effettiva prestazione del soggetto attivo; è sufficiente, in altre parole, che ci sia la conclusione di un accordo tra i due secondo lo schema tradizionale proposta-accettazione.

Per altri versi, “se il soggetto attivo svolge  l’attività intesa ad ottenere i vantaggi usurari soltanto dopo aver eseguito la propria prestazione, viene meno il presupposto del reato, cioè lo stato di bisogno del soggetto passivo” ([153]).

Si vedrà in seguito come tale aspetto rappresenta una delle maggiori differenze che intercorrono tra l’usura diretta e la mediazione usuraria disciplinata dal capoverso dell’art. 644, per la quale invece non è sufficiente la semplice promessa della prestazione da parte del soggetto attivo in quanto, per la formulazione del testo normativo, questa deve essere realmente effettuata ([154]).

E’ utile qui aggiungere che, per la configurabilità della condotta punibile, la proposta può essere avanzata anche dal soggetto passivo.

Su tale indirizzo non sono concessi dubbi, dato che esso è consolidato da tempo, sia in dottrina che in giurisprudenza ([155]), e che nella realtà molto spesso, se non per la maggior parte dei casi, è chi si trova nello stato di bisogno a contattare l’usurario e a fare la proposta.

Non sorgono particolari problemi interpretativi anche riguardo alla non configurabilità del reato nel caso degli atti di liberalità; la norma, facendo riferimento espresso al corrispettivo di una prestazione di denaro, intende espressamente escludere che la donazione o altra manifestazione liberale possa configurare il reato.

Sinora si è considerata quella forma di condotta che è contraddistinta da una azione positiva, ma è utile dare un piccolo accenno anche a quella negativa: il silenzio([156]).

In generale, il silenzio consiste in un comportamento naturalisticamente rilevabile, in uno stato di quiete; esso, nella maggior parte delle ipotesi, non assume alcun significato particolare; tuttavia, può integrare la condotta richiesta dalla norma quando, presa in considerazione l’intera vicenda dei rapporti tra i due soggetti, configura un comportamento concludente.

Non è possibile, peraltro, stabilire a priori i casi in cui il silenzio rappresenta una condotta tipica rilevante ai fini dell’usura; sarà necessario, dunque, considerare la singola vicenda e analizzare gli accordi presi dalle parti, nonché le consuetudini sorte in forza di eventuali rapporti precedenti ([157]).

2.4 La prestazione tipica del soggetto passivo e l’usurarietà

 La prestazione tipica del soggetto passivo è il dare o promettere, sotto qualsiasi forma, interessi o altri vantaggi usurari.

Appare evidente, innanzitutto, come col termine interessi si è voluto far riferimento ad ogni tipo di obbligazione accessoria ad una principale, caratterizzata dal variare, in funzione del capitale, della misura degli interessi stessi e del tempo.

In altri termini, vengono ad essere ricompresi nel concetto sia gli interessi moratori, che quelli corrispettivi e compensativi; ragionando altrimenti, si rischierebbe di escludere la maggior parte delle fattispecie concrete rilevanti.

Per quanto riguarda gli altri vantaggi, invece, va detto che questo inciso ha posto in essere maggiori problemi interpretativi.

L’impostazione classica, facendo perno sull’inquadramento della norma sull’usura nei delitti contro il patrimonio, ritiene che i vantaggi devono essere necessariamente caratterizzati dalla patrimonialità ([158]).

La dottrina più recente ha mutato tale indirizzo sulla base della considerazione, ormai unanimemente riconosciuta ([159]), secondo la quale la collocazione di una norma in uno od altro titolo del libro II del codice penale non è vincolante per l’interprete, il quale deve tenere conto indistintamente di tutti gli interessi che il legislatore ha considerato nell’incriminare il fatto; secondo questa impostazione, quindi, possono essere oggetto dei vantaggi richiesti dalla norma penale anche utilità diverse da quelle patrimoniali ([160]).

Fatte queste precisazioni, è utile sottolineare, ancora, l’elasticità del termine vantaggi, intenzionalmente utilizzato dal legislatore per ampliare l’operatività della fattispecie, soprattutto in considerazione del fatto che l’usura si nasconde nelle forme e negli espedienti più vari.

In linea generale, dunque, la dottrina ritiene pacificamente che il reato si realizzi quando il corrispettivo si concreta nella dazione o promessa di cose mobili, nella dazione o promessa di cose immobili, ovvero nella prestazione o promessa di lavoro o di servizi ([161]); ci sono autori, poi, che vi fanno rientrare casi limite quali la prestazione sessuale, la remissione della querela precedentemente sporta e la chiusura dello stabilimento del concorrente ([162]).

Dove la norma dell’ art. 644 non appare certo un modello di chiarezza è proprio nella definizione della esorbitanza degli interessi od altri vantaggi ottenuti dall’usuraio (o comunque promessi dall’usurato); essa, infatti, si limita ad usare in proposito l’aggettivo usurari, mentre aveva il compito di individuare e precisare le caratteristiche essenziali di tale aspetto.

La tautologia che si rileva è dovuta, senza dubbio, ad una specifica scelta del legislatore del 1930 volta ad affidare alla discrezionalità del giudice la valutazione in concreto dei casi in cui vi è un interesse o altro vantaggio usurario.

Tale indirizzo risponde ad una precisa esigenza di politica criminale basata su due considerazioni: da una parte, si dice, l’usura può essere realizzata attraverso i mezzi più vari e, dall’altra, la misura degli interessi dipende da diverse circostanze di tempo, di luogo, di persone e di rischio ([163]).

Anche la giurisprudenza di legittimità non dà una definizione dell’usurarietà degli interessi, statuendo che si tratta di un giudizio di valore affidato all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito incensurabile in Cassazione ([164]).

Essa, inoltre, quando ha cercato di precisare la dimensione dell’elemento in questione, si è spesso limitata ad indicare ipotesi e interessi manifestamente sproporzionati, cioè notevolmente superiori a quelli che di regola vengono corrisposti.

A fronte di tale situazione, la dottrina ha tentato di offrire definizioni le quali, inevitabilmente, sono risultate numerose e, soprattutto, incerte.

Secondo alcuni autori “è usurario l’interesse quando presenta un eccesso che non rappresenta una controprestazione, bensì un lucro indebito senza legittima causa” ([165]); altri hanno parlato sic et simpliciter di lucro sfornito di causa ([166]).

Una più attenta dottrina individua un altro punto di riferimento nella delimitazione dell’usurarietà degli interessi o dei vantaggi, ravvisandolo nel concetto diingiustizia del profitto e, segnatamente, nella “non congruità del vantaggio richiesto rispetto alla prestazione effettuata” ([167]).

L’interpretazione che più delle altre ha avuto diffusione e consensi nella giurisprudenza, tuttavia, è quella che parla di “interessi manifestamente sproporzionati alla prestazione” in quanto notevolmente superiori a quelli corrisposti di regola per simili attività, tenuto conto delle caratteristiche dell’operazione e del rischio relativo ([168]).

Per ricollegarsi, infine, al concetto di stato di bisogno, vorremmo ricordare quella giurisprudenza secondo cui la prova della sussistenza degli elementi dell’usura richiesti dall’art. 644 – la esorbitanza del tasso di interesse praticato, dello stato di bisogno della parte lesa e della conoscenza di tale stato da parte dell’agente – deve ritenersi raggiunta anche in base alla sola misura degli interessi, qualora siano di entità tale da fare ragionevolmente presumere che soltanto un soggetto in stato di bisogno possa contrarre un prestito alle predette condizioni ([169]).

§3 DOLO

3.1 Le caratteristiche del dolo

Per quanto riguarda l’elemento psicologico del soggetto attivo è necessario stabilire, innanzitutto, se l’art. 644 preveda un dolo di tipo generico o di tipo specifico ([170]).

Ebbene, alla luce della norma stessa, nessuno ha mai dubitato del carattere generico di tale dolo ([171]); problemi più complicati, invece, sono sorti riguardo al contenuto dello stesso.

Prima di considerare in modo più particolareggiato tale aspetto, si deve dare cenno ad una problematica riguardante la struttura stessa del delitto.

Ci si è chiesti, in particolare, se l’usura sia o meno un reato plurisoggettivo ([172]) e si è osservato, a tal proposito, che esso non rientrerebbe in tale categoria, se non sotto un profilo strettamente naturalistico, ininfluente ai fini della determinazione della fattispecie.

Tale constatazione, però, non esime l’interprete dal considerare che tra gli elementi costitutivi del delitto c’è anche un comportamento del soggetto passivo([173]), che non può non ritenersi sorretto da un atteggiamento psicologico.

E’ necessario valutare, quindi, se questo atteggiamento possa essere qualificato come dolo: la risposta non può che essere negativa, solo che si consideri che il soggetto passivo non pone in essere alcuna offesa tipica ([174]); si deve concludere, dunque, che l’usura fa parte di quella categoria di delitti che si perfezionano con la cooperazione del soggetto passivo.

3.2 Gli elementi del dolo

Venendo al contenuto del dolo bisogna rilevare, innanzitutto, che oggetto della volontà è l’azione tipica prevista dall’art. 644 c.p.

Il soggetto attivo, in altre parole, deve essere mosso da una volontà colpevole che si sostanzi nella conoscenza dello stato di bisogno in cui versa il soggetto passivo ([175]) e della natura usuraria degli interessi o altri vantaggi che percepisce; la sua condotta, inoltre, deve essere accompagnata dall’intento di adempiere la prestazione promessa ([176]).

Riguardo a quest’ultimo requisito, il comportamento tipico assume rilievo solo se inserito in una situazione di sinallagma: l’agente, pertanto, deve volere la propria condotta come causa dell’altrui prestazione.

Se il soggetto attivo volesse semplicemente percepire la prestazione del soggetto in stato di bisogno senza adempiere la propria, potrebbe configurarsi il delitto di truffa o al più, ricorrendone gli estremi, la insolvenza fraudolenta, ma non l’usura ([177]).

Nel caso in cui l’iniziativa proviene dalla persona in stato di bisogno, è sufficiente, al fine della configurabilità del dolo, che il soggetto attivo del reato accetti la proposta, perché in questo caso è appunto la accettazione che configura il comportamento tipico ([178]).

In tema di consapevolezza dello stato di bisogno, la giurisprudenza ha dichiarato che l’usuraio deve essere consapevole dello stato di bisogno della controparte aggiungendo che non è necessario che ne conosca le cause ([179]); altre volte è stato affermato che l’usuraio deve avere consapevolezza della minore libertà di scelta del soggetto passivo determinata dallo stato di bisogno ([180]).

Di recente si è osservato che richiedere, come ha fatto sovente la giurisprudenza, una “certa e piena conoscenza del grave stato di disagio economico” che determina l’altro contraente a soggiacere alle pretese usurarie ([181]), può impedire la perseguibilità delle forme di usura nascoste dietro il paravento delle società di finanziamento che, nella società moderna, hanno in larga misura soppiantato le ipotesi tradizionali di contratto usurario ([182]).

E’ stato rilevato, inoltre, che spesso l’interesse del soggetto passivo è quello di nascondere il proprio stato di bisogno per ottenere il finanziamento usurario, e di conseguenza sarebbe stato consigliabile ancorare a parametri assai meno rigorosi l’accertamento del dolo ([183]).

Secondo altri autori ([184]), occorre trovare un punto di incontro tra la necessità di reprimere determinate forme di usura e l’obiettiva esigenza della consapevolezza da parte dell’agente dell’approfittamento dello stato di bisogno del soggetto passivo; tale bilanciamento potrebbe essere indicato da una decisione di merito ([185]) con la quale si è individuata l’esistenza del dolo anche da una serie di elementi della fattispecie concreta (ad esempio, l’entità della prestazione oggetto dell’obbligazione del soggetto passivo), i quali devono far ritenere che l’agente non poteva ignorare lo stato di bisogno della controparte, o comunque, senza accertarlo in concreto, ne doveva aver accettato la possibile sussistenza, almeno secondo la forma del dolo eventuale ([186]).

Per quanto riguarda la natura usuraria degli interessi, il problema interpretativo posto dall’art. 644 è quello di capire se, per la configurabilità del dolo, l’agente debba avere consapevolezza soltanto del tipo dei vantaggi e della quantità degli interessi richiesti, ovvero debba avere la esatta cognizione della usurarietà degli stessi secondo il significato inteso dalla norma.

A tal proposito, è bene tentare di risolvere la questione attraverso l’ausilio dell’art. 47 ultimo comma c.p., il quale dispone che “l’errore su una legge diversa dalla legge penale esclude la punibilità, quando ha cagionato un errore sul fatto che costituisce il reato”, ovvero dell’art. 5 c.p., il quale prevede che “Nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale”.

A seconda che si ritenga il termine “usurari” previsto dalla norma un concetto disciplinato dalla legge penale o meno, infatti, si dovrà optare per soluzioni opposte fra loro: nel primo caso sarà applicabile l’art. 5 c.p. e l’eventuale errore in cui sia incorso il soggetto agente non avrà ripercussioni particolari sul dolo (dunque, tale individuo, anche se non era a conoscenza della usurarietà degli interessi o vantaggi usurari che stava richiedendo, avrà integrato il dolo) ([187]); nel secondo, invece, sempre che tale errore produca un errore sul fatto che costituisce il reato, sarà applicabile l’art. 47 c.p. e, dunque, la fattispecie dell’usura non si sarà perfezionata per mancanza dell’elemento soggettivo.

Una dottrina, sulla base della considerazione per cui il concetto di usurarietà non sarebbe disciplinato da norme penali, bensì da regole extra-penali, propende per questa seconda soluzione ([188]).

Secondo questo indirizzo, è necessario e sufficiente che il soggetto attivo si rappresenti l’entità e il tipo delle prestazioni dedotte nel sinallagma e sappia di non avere titolo all’acquisizione dei vantaggi dati o promessi dal soggetto passivo; l’usuraio, inoltre, non deve ignorare che l’unica causa della controprestazione del soggetto passivo è nella sua prestazione e, soprattutto, deve sapere che quest’ultima non è idonea a fungere da corrispettivo.

Per quanto riguarda il momento in cui il requisito del dolo deve essere presente, si è osservato che non è necessario che l’approfittamento accompagni tutto l’iterdella condotta tipica, bastando che ci sia nel momento in cui viene effettuata l’accettazione della proposta ([189]); il conseguimento dell’utile ingiusto da parte dell’usuraio, infatti, non fa parte della struttura della fattispecie, essendosi la figura legale perfezionata con la promessa o con l’accettazione.

3.3 Il dolo eventuale e il tentativo

Un aspetto importante della disciplina dell’elemento soggettivo è quello riguardante il dolo eventuale ([190]): bisogna chiedersi, in particolare, se il delitto di usura sia configurabile anche nel caso in cui il soggetto agente abbia agito per scopi diversi, ma si sia rappresentato la possibilità dell’approfittamento dello stato di bisogno della controparte.

Sarà utile un esempio: si pensi al chirurgo che pretenda una somma assolutamente spropositata dal proprio paziente che gli chiede di eseguire una delicata operazione, al fine di scoraggiarlo, non avendo intenzione di eseguire quell’intervento; se egli si prospetta la probabilità, o anche solo la possibilità, che il paziente accetti la sua proposta a condizioni inique, a causa dello stato di bisogno, si è rappresentato, seppure in via eventuale, la conseguibilità del vantaggio usurario per l’esistenza di una situazione di minor forza contrattuale della controparte; in questo caso, se il paziente accetta, verseremo in una ipotesi di usura caratterizzata da dolo eventuale, in quanto la richiesta a condizioni inique è accompagnata dalla rappresentazione della eventualità che la controparte accetti premuta dallo stato di bisogno in cui versa ([191]).

Per altro verso, non sorgono particolari problemi anche riguardo alla configurabilità del tentativo ([192]); a tal proposito bisogna distinguere l’attività di ideazione da quella di esecuzione del delitto.

La prima è uno stato puramente intellettivo in cui il reo concepisce l’intento criminoso; essa, di per sé sola, non è punibile ([193]), ma allorché la risoluzione criminosa comincia a tradursi in atto del mondo esteriore concretandosi in un’azione o in una omissione, ha inizio la fase esecutiva.

In questa fase, ancorché l’azione non sia stata compiuta o l’evento non si sia verificato, se il soggetto attivo pone in essere uno o più atti idonei diretti in modo non equivoco a farsi dare o promettere, per la propria prestazione, interessi o altri vantaggi usurari approfittando dello stato di bisogno del soggetto passivo, egli avrà commesso il delitto di usura tentata la quale è disciplinata secondo il combinato disposto dell’art. 644 e dell’art. 56 c.p.([194]).

Secondo una dottrina ([195]), tuttavia, il tentativo nell’usura non sarebbe configurabile perché essa apparterrebbe alla categoria dei reati di pericolo ([196]).

A prescindere dal fatto che non è detto che l’usura sia un reato di pericolo ([197]), bisogna dire che la circostanza per la quale tali reati non ledono, ma soltanto minacciano il bene protetto, non esclude che rispetto ad essi si possa verificare l’ipotesi contemplata nell’art. 56 c.p., e cioè un’azione idonea diretta inequivocabilmente a realizzare quell’avvenimento esteriore richiesto dalla legge, senza che lo stesso si sia avverato.

Ultimo interrogativo che è opportuno porsi, prima di passare al comportamento del soggetto passivo, è se sia ipotizzabile il tentativo in presenza di dolo eventuale.

A tal proposito, sembra consigliabile la soluzione negativa, sol che si consideri che, mentre per il dolo eventuale è richiesto che il soggetto attivo abbia previsto un certo risultato, ma non abbia agito con lo scopo di determinarlo, per il tentativo sono necessari uno o più atti idonei, diretti in modo non equivoco, a commettere quel determinato delitto.

In altre parole, per tornare all’esempio di dolo eventuale esposto supra ([198]), se il chirurgo non ottiene l’accettazione della proposta iniqua fatta al paziente, non avrà commesso il delitto di usura tentata, perché gli atti da lui posti in essere erano diretti a non eseguire quella operazione, e non ad ottenere interessi o altri vantaggi usurari.

3.4 L’atteggiamento psicologico del soggetto passivo

Come già rilevato, l’usura fa parte di quella categoria di delitti che si perfezionano con la cooperazione del soggetto passivo ([199]).

E’ indubitabile, tuttavia, che non può parlarsi di cooperazione senza che vi sia alla base una volontà cosciente; dunque, un altro requisito soggettivo della fattispecie dell’usura è l’atteggiamento psicologico del soggetto passivo ([200]).

Questo individuo deve quanto meno volere l’atto di disposizione; se non ha l’intento di adempiere la prestazione promessa non può parlarsi di usura. In tale ipotesi, infatti, non sarebbe presente il requisito dello stato di bisogno, dato che il soggetto passivo avrebbe ancora una libertà di scelta apprezzabile.

Tale conclusione non sembra essere accettabile, tuttavia, se si sposa la tesi oggettivistica dello stato di bisogno ([201]): se si parte dal presupposto che vi è bisogno nel momento stesso in cui c’è carenza di beni di natura patrimoniale, infatti, non è possibile ritenere che, solo per il fatto che il soggetto si sia risoluto a non adempiere, manchi tale requisito.

A ben vedere, però, improntando il discorso su un altro tipo di considerazione, si giunge allo stessa conclusione: ove si verifichi l’eventualità che il soggetto passivo non voglia adempiere, è davvero difficile decidere su quale delle due parti ricada il danno della contrattazione e chi tra le due agisca con intento speculativo maggiormente degno di sanzione; non si vede, cioè, per quale ragione l’ordinamento debba accordare tutela a chi in verità non sembra meritarla, perché è tutt’altro che leso, e punire chi tiene una condotta che nel caso concreto è priva di lesività.

Nel caso in cui, invece, il soggetto passivo vuole adempiere, ma non è sicuro di avere i mezzi necessari per farlo, non ci sono particolari problemi di configurabilità del delitto; qui, infatti, l’elemento psicologico è presente ma è accompagnato da un dubbio.

Secondo una dottrina che parte dalla concezione soggettivistica, infine, il soggetto passivo deve avere la consapevolezza del proprio stato di bisogno, mancando la quale non si determinerebbe, nei rapporti con la controparte, quella posizione di minor forza contrattuale necessaria al delitto di usura ([202]).

Questa è una tesi che, partendo dal suo presupposto, non sembra francamente criticabile; semmai, come infatti è stato fatto da dottrina e giurisprudenza, le critiche devono essere incentrate sulla formulazione dell’art. 644, la quale avrebbe potuto anche prescindere dal concetto di stato di bisogno, in modo da evitare tali e tanti dubbi interpretativi.

§4 MOMENTO CONSUMATIVO

4.1 Premessa

Al fine di affrontare in modo compiuto l’esposizione del tema, appare auspicabile la trattazione separata di due questioni: la prima consiste nello stabilire in quale momento il delitto di usura si perfeziona; la seconda riguarda la configurazione di tale reato come un delitto istantaneo, istantaneo con effetti permanenti o permanente.

Il problema della individuazione del momento consumativo nel delitto di usura viene risolto in maniera sostanzialmente concorde da dottrina e giurisprudenza.

Entrambe affermano, normalmente, che il momento consumativo coincide con quello in cui il soggetto attivo si fa dare o promettere gli interessi o i vantaggi usurari ([203]).

Appare indifferente, pertanto, che l’usuraio abbia effettivamente conseguito tali benefici o, a causa dell’insolvenza del debitore, o per altre cause, non li abbia concretamente ottenuti.

Secondo una dottrina minoritaria ([204]), l’usura farebbe parte di quella categoria di reati che si consumano con la conclusione del contratto a contenuto tipico; il momento consumativo, in altre parole, coinciderebbe con la stipulazione del negozio usurario.

Tornando all’orientamento dominante, bisogna dire che solitamente ci si limita a ripetere gli estremi formali della fattispecie prevista nel primo comma dell’art. 644 c.p. e, dunque, non è permesso comprendere appieno se il delitto si consuma al momento in cui il soggetto interessato accetta le condizioni usurarie, ovvero nel diverso momento in cui l’accettazione giunge al proponente.

L’importanza di questo interrogativo si scorge sol che si consideri quanti negozi, al giorno d’oggi, si perfezionino con la manifestazione differita del pensiero: si pensi, per fare un esempio, al caso della società finanziaria che fa firmare al cliente (soggetto in stato di bisogno) un documento contenente la promessa di interessi usurari, riservandosi la conclusione del contratto ad un momento successivo; o, ancor più semplicemente, al caso del contratto a contenuto usurario fra persone lontane che trattano per posta.

Per rispondere a tale questione non si può far altro che prendere in considerazione l’art. 644 e chiedersi se esso richieda la conclusione di un accordo nel senso civilistico del termine.

Ebbene, a seconda che si dia più o meno peso al termine “corrispettivo” contenuto nella norma, si dovrà decidere per l’una o l’altra possibilità: se si argomenta che il legislatore abbia inteso tale termine in senso tecnico, sarà necessaria la conoscenza dell’accettazione da parte del proponente secondo quanto disposto dall’art. 1326 c.c. ([205]); se invece, come sembra più conforme alla voluntas legis, tale termine sta ad indicare solo un programma negoziale per il quale è indifferente la conclusione del contratto, perché basta che vi sia il comportamento lesivo, allora il delitto si perfezionerà nel momento stesso in cui il soggetto accetta ([206]).

I termini del discorso, chiaramente, non sono dissimili nel caso in cui sia il soggetto passivo a fare la proposta e il soggetto attivo sia l’accettante; anche in questo caso, infatti, il reato si consuma con la semplice accettazione da parte dell’usuraio senza che l’usurato ne venga a conoscenza.

Ultima precisazione da farsi è quella per cui non sarebbe corretto confondere il momento consumativo con quello di sottoscrizione del documento, in quanto si confonderebbe un problema di esistenza del reato con un problema di prova dello stesso.

4.2 Le caratteristiche della istantaneità e della permanenza

La questione che, riguardo al momento consumativo, ha fatto maggiormente discutere, è quella relativa alla qualificazione dell’usura come reato istantaneo,istantaneo ad effetti permanenti o permanente ([207]).

Subito dopo l’entrata in vigore del codice Rocco si registra, in alcuni rari orientamenti dottrinari ([208]), nonché in alcune decisioni dei giudici di merito ([209]), ed in una sentenza della Cassazione ([210]), la qualificazione dell’usura come reato permanente.

Successivamente, sia in dottrina ([211]) che in giurisprudenza ([212]), ha avuto maggior fortuna la diversa tesi secondo cui il delitto in parola rientrerebbe nella categoria dei reati istantanei ad effetti permanenti: istantaneo, perché la condotta non si protrae nel tempo, ma si esaurisce nell’atto stesso della dazione o della promessa; ad effetti permanenti, perché essendo sufficiente la promessa, gli interessi e le utilità possono essere corrisposte successivamente, determinando il perdurare delle conseguenze dannose del patto usurario.

Alcuni autori, tuttavia, a prescindere dal giudizio sulla accoglibilità o meno della tesi esposta, non ritengono configurabile in sé tale categoria di reato: si sostiene, infatti, che essa è sprovvista di una utilità pratico-giuridica e che è utile solo per una funzione meramente classificatoria di distinzione tra i reati permanenti e quelli che tali non sono, ma che sono caratterizzati da un protrarsi di alcuni effetti nel tempo ([213]); si aggiunge ([214]), inoltre, che tutti i reati istantanei potrebbero essere definiti a consumazione istantanea con effetti permanenti.

Un’altra posizione è quella che ritiene l’usura un reato eventualmente permanente ([215]): questa dottrina sostiene che, se è vero che il delitto in parola non consiste nella conclusione di un contratto in se stesso considerato, ma nella dazione o promessa degli interessi o vantaggi usurari, ben può accadere che il colpevole, mantenendo ininterrottamente l’identica situazione antigiuridica, vada percependo alle singole scadenze tali utilità od ottenga nuove promesse sulle stesse; quando i rapporti tra usuraio e usurato non si definiscono in una sola volta, dunque, ma c’è una reiterazione della condotta punibile (cosa che accade nella maggior parte delle ipotesi concrete), si è di fronte ad una usura permanente.

Più semplicemente, secondo altri ([216]), in tutte le ipotesi in cui vi è uno sfruttamento dello stato di bisogno del soggetto passivo che si protrae nel tempo per effetto della volontà dell’agente, dovrebbe parlarsi di reato permanente, in tutte le altre ipotesi di reato istantaneo.

Una isolata impostazione dottrinaria, infine, parla di reato esaurito: questa figura ricorrerebbe quando il delitto ha prodotto tutti gli effetti dannosi conseguenti alla violazione della norma, ed ai quali mirava l’agente, in modo che questi non possa più impedire il verificarsi degli effetti medesimi ([217]).

La critica a tale tesi si è basata sulla considerazione che un delitto non può mai ritenersi esaurito perché a questo consegue una pluralità di effetti, strettamente concatenati l’uno all’altro, che sono estranei alla descrizione normativa ([218]).

Per concludere sul momento consumativo, è il caso di aggiungere che nell’ipotesi in cui fra le stesse persone sono stati conclusi successivi contratti di prestito a carattere usurario, si è in presenza di una pluralità di delitti di usura, eventualmente uniti dalla continuazione ([219]); in tal caso, si è rilevato, “gli estremi del delitto debbono essere accertati con riferimento a ciascun patto usurario; in particolare va tenuto presente che lo stato di bisogno può insorgere anche durante il corso del rapporto, attese le modalità di questo” ([220]).

§5 OGGETTO DELLA TUTELA

5.1 L’interesse protetto

Dopo aver analizzato la condotta, il dolo e il momento consumativo dell’usura ex art. 644 del codice Rocco, è giunto il momento di esaminare l’oggetto di tutela.

Si è preferito affrontare tale problematica soltanto ora, in modo da aver acquisito tutte le nozioni utili per risolvere la questione.

Il problema dell’oggetto di tutela è quello di chiedersi quale sia il bene giuridico protetto dalla norma, vale a dire quel quid che la norma, con la minaccia della pena, mira a tutelare da possibili aggressioni.

La maggior parte degli autori non fa distinzione tra il concetto di bene giuridico tutelato e interesse protetto; sebbene a stretto rigore si deve intendere il primo come qualsiasi cosa atta a soddisfare un bisogno umano ([221]), e il secondo come l’interesse del soggetto tutelato a godere di quel determinato bene, lo scrittore non si discosterà da tale prassi e, dunque, verrà usato l’uno e l’altro per indicare la stessa cosa.

Venendo al problema, e inquadrandolo sotto il profilo storico-politico, si ha la possibilità di cogliere una prima linea di pensiero, maturata sotto il codice Zanardelli, e quindi abbandonata nel corso dei lavori preparatori del codice Rocco, per la quale un intervento del legislatore penale nel campo del prestito ad interesse assumeva il significato di tutela delle classi sociali meno abbienti ([222]).

Fatta questa breve premessa di ordine storico, e avendo riguardo all’interpretazione dell’oggetto giuridico fatta dell’art. 644 nel periodo successivo all’entrata in vigore del codice penale del 1931, bisogna riferire che, forse, l’orientamento più seguito è quello secondo cui l’usura è posta a tutela di interessi di natura esclusivamente patrimoniale ([223]).

Secondo altri autori, i quali non si discostano in modo sostanziale dall’indirizzo testè riportato, bisogna più esattamente parlare di tutela di interessi attinenti alla libertà morale del soggetto passivo ed al suo patrimonio, nel senso che la possibile ed eventuale offesa della prima sarebbe strumentale alla offesa del secondo.

Detto in altre parole, vi potrà essere anche la lesione della libertà morale del soggetto passivo, ma ciò solo in via strumentale, cioè come mezzo per raggiungere il fine di colpire il patrimonio ([224]).

La critiche a questa seconda impostazione si sono basate su due considerazioni: si è osservato, in primo luogo, che non è stata posta sufficiente attenzione al fatto che il soggetto attivo è estraneo alla situazione di minor libertà della persona in stato di bisogno e, dunque, che l’intento dell’aggressore di incidere sul patrimonio della controparte è elemento più che sufficiente ([225]); si è obiettato, in secondo luogo, che la lesione della libertà morale del soggetto passivo costituisce soltanto una modalità della lesione del patrimonio e non appare, nell’economia della norma, come oggetto di un’autonoma considerazione ([226]).

Altre posizioni dottrinarie, forse con minor aderenza alla prescrizione normativa, e con maggior consapevolezza delle relazioni intercorrenti tra una disciplina penale del prestito ad interesse ed il mercato del denaro, ritengono che venga tutelata la regolarità dell’ordinamento del credito; fra queste, il più tenace assertore del carattere pubblicistico degli interessi lesi dalla condotta descritta nell’art. 644 c.p. è stato Florian: egli osserva che l’usura lede un bene di carattere collettivo, l’economia nazionale o, meglio, l’ordinamento del credito, constatando che la previsione sarebbe operativa anche nel caso in cui non si sia verificato alcun danno o alcun profitto ([227]).

Questa impostazione dottrinaria, sicuramente utile al fine politico della repressione del fenomeno usurario, giunge tuttavia a delle conclusioni che non sono affatto aderenti al disposto normativo; non è possibile, infatti, alla luce della previsione normativa, sostenere che si è in presenza di usura anche nel caso in cui non vi sarebbe alcun danno o alcun profitto.

Bisogna sottolineare, inoltre, come al tempo in cui scriveva l’Autore, mancava una visione completa dei problemi economici del Paese e, dunque, un ordinamento del credito vero e proprio; basti considerare, al riguardo, che in tutte le disposizioni di carattere economico-generale emanate in quegli anni si ravvisano due soli articoli sulle fonti del credito: l’art. 16 r.d. n.1830 del 1926 e l’art. 33 r.d. n.967 del 1929; è dunque improbabile che il legislatore penale, nel disciplinare il delitto d’usura, si sia riferito all’ordinamento del credito ([228]).

Tornando alla dottrina secondo cui entrerebbero in gioco interessi di natura esclusivamente patrimoniale, nell’ambito di una ricostruzione più articolata dell’oggetto della tutela penale, si è osservato che tale posizione, di per sé non errata, è comunque insufficiente; le diverse possibili condotte del reato, infatti (e cioè, effettiva prestazione, o semplice promessa dei vantaggi usurari), denotano livelli diversi di offensività rispetto agli interessi in gioco.

Poiché, si aggiunge, elemento costante di tutte le ipotesi di usura è l’esistenza di un negozio inidoneo a costituire un mezzo corretto per la tutela degli interessi della parte la cui autonomia è limitata dallo stato di bisogno, il delitto sarebbe destinato a proteggere “l’interesse del soggetto economicamente più debole a stabilire le condizioni del negozio senza essere costretto ad aderire a risoluzioni per lui dannose”, nonché gli interessi relativi alla personalità dello stesso ([229]).

Secondo questo Autore, in definitiva, l’usura proteggerebbe più interessi distinti: quello attinente alla libera determinazione del contenuto del negozio da parte del soggetto passivo, quello alla integrità della sua personalità, e quello relativo al contenuto patrimoniale.

Il solo fatto che vi sia la tutela di molteplici interessi diversi, peraltro, non può indurre l’interprete a ritenere che l’usura sia un reato plurioffensivo: questa figura ricorre quando la lesione, o anche la sola messa in pericolo, agisce su due o più beni che appartengono a soggetti distinti ([230]); in questo caso, invece, vi è la presenza di più beni che fanno capo allo stesso soggetto, cioè all’usurato.

5.2 Il reato di pericolo e di danno

Altro problema connesso alla trattazione dell’oggetto giuridico tutelato dall’usura è quello del chiedersi se essa sia un reato di pericolo o un reato di danno.

Generalmente, secondo la dottrina ([231]), deve ritenersi che sono di danno quei reati per la cui perfezione giuridica è necessario che il bene tutelato sia distrutto o diminuito, mentre sono reati di pericolo quelli per cui basta che il bene stesso sia minacciato.

Al fine di effettuare tale distinzione, in altre parole, bisogna porre in considerazione il momento in cui il reato si perfeziona, ed accertare se il fatto che integra la figura del reato costituisce lesione o semplice esposizione a pericolo dell’interesse protetto.

Come rilevato supra ([232]),la fattispecie dell’art. 644 si perfeziona in due casi: sia quando vi è un’effettiva prestazione (“…si fa da questa dare…interessi”), sia quando vi è un semplice accordo (“…o promettere…interessi”); posto che nel primo vi è sempre un effettivo evento dannoso dell’interesse tutelato,  è da vedere se, in presenza del secondo, vi sia una semplice messa in pericolo.

Questo accade solo se si sposa l’indirizzo maggioritario secondo cui l’interesse tutelato sarebbe esclusivamente di natura patrimoniale: qui, infatti, se vi è la promessa dei vantaggi usurari, senza la loro effettiva prestazione, il patrimonio non è danneggiato, bensì messo in pericolo.

Non può esser detta la stessa cosa, invece, se si accoglie la tesi secondo cui sarebbe tutelata, oltre al patrimonio, anche la libertà morale del soggetto passivo ([233]), o quella secondo cui sarebbe presente anche la tutela della libertà negoziale del soggetto passivo ([234]): sia nell’una che nell’altra, infatti, lo stato di pericolo non è configurabile, perché la sola promessa è in sé lesiva della libertà morale o, rispettivamente, di quella negoziale ([235]).

§6 MEDIAZIONE USURARIA

All’inizio della trattazione sull’usura ex art. 644 del codice Rocco, è stato puntualizzato come essa consti di due fattispecie diverse fra loro: quella del primo comma, detta usura diretta, e quella del secondo comma, comunemente chiamata mediazione usuraria o usura indiretta.

Ora, dopo aver analizzato gli elementi costitutivi della prima, è giunto il momento di trattare della seconda.

Il capoverso dell’art. 644 c.p. dispone: “Alla stessa pena soggiace chi, fuori dai casi di concorso nel delitto preveduto dalla disposizione precedente, procura ad una persona in stato di bisogno una somma di denaro o un’altra cosa mobile, facendo dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario”.

Per fare un esempio, questo è il tipico caso in cui Tizio, il mediatore, procura a Caio, la persona che versa in stato di bisogno, un prestito erogato da un soggetto terzo, Sempronio, e per questo suo servizio si fa dare o promettere un compenso usurario.

Posto che gli elementi necessari per l’esistenza di tale delitto sono in gran parte identici a quelli già esaminati nell’analisi dell’usura diretta, sarà conveniente precisare quali siano le differenze che intercorrono con quest’ultima.

Una prima ed importante discrepanza si desume dalla stessa formulazione della fattispecie del capoverso: mentre nel primo comma è contenuto l’inciso “…approfittando dello stato di bisogno di una persona…”, nel secondo non si riscontra traccia alcuna dell’approfittamento ([236]); affinché si perfezioni l’usura indiretta, dunque, non è necessario che il mediatore approfitti dello stato di bisogno, ma è sufficiente che egli procuri a chi è in tale stato una somma di denaro o un’altra cosa mobile facendosi dare o promettere, per la mediazione, un compenso usurario ([237]).

La ratio di questa maggiore severità nella tipicizzazione normativa è individuabile nel minore impegno per il mediatore; egli, infatti, non è tenuto ad una prestazione rischiosa come quella dell’usuraio perché, mentre quest’ultimo sopporta il pericolo della insolvenza della persona in stato di bisogno, il mediatore non ha nulla o quasi da perdere ([238]).

La mediazione usuraria, inoltre, quale fattispecie autonoma rispetto a quella prevista dal primo comma, non presuppone che la sovvenzione procurata sia usuraria, essendo sufficiente che usurario sia il compenso che il mediatore si è fatto dare o promettere.

In altre parole è ben possibile che, nella stessa operazione finanziaria, ci sia una contratto lecito tra finanziatore e finanziato e un delitto di usura indiretta da parte del mediatore ai danni del secondo di quei soggetti ([239]).

Peraltro, poiché l’art. 644 comma secondo punisce come delitto autonomo la mediazione usuraria “fuori i casi di concorso nel delitto preveduto dalla disposizione precedente”, deve ritenersi che il mediatore che pretenda un compenso usurario per fare concludere alla vittima un contratto che egli sa essere usurario, risponde a titolo di concorso ex art. 644 primo comma, e non di mediazione usuraria ([240]).

Secondo una corrente dottrinaria vi sarebbe concorso anche nel caso in cui il mediatore non pretende un compenso usurario, ma è comunque a conoscenza della usurarietà del contratto che intercorre tra soggetto attivo e soggetto passivo ([241]).

Ulteriore elemento di diversità con l’usura diretta è dato dal momento consumativo; la mediazione usuraria si perfeziona, infatti, quando il soggetto passivo riceve, in virtù dell’opera del mediatore, quanto era stato pattuito come oggetto dell’accordo criminoso ([242]).

La ratio di questa previsione discende direttamente dalla natura della mediazione, la quale importa il pagamento della provvigione al mediatore solo se l’affare viene concluso ([243]).

Va aggiunto, a tale proposito, che secondo il Violante l’attività mediatrice prevista dal secondo comma dell’art. 644 c.p. deve interpretarsi in modo estensivo; in altre parole, è da ritenersi penalmente rilevante anche il comportamento di semplice segnalazione della persona che dispone dei beni richiesti se, in seguito a tale segnalazione per la quale è stato promesso o versato un corrispettivo usurario, il soggetto passivo riesca ad ottenere i beni che gli servono; anche in tale ipotesi, infatti, il soggetto attivo procura denaro o altre cose mobili, svolge, cioè, un’attività in forza della quale la controparte ottiene ciò di cui ha bisogno ([244]).

III. NOVELLA DEL 1992: L’USURA IMPROPRIA

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Sommario: §1 EVOLUZIONE DEL FENOMENO USURARIO – §2 USURA IMPROPRIA – 2.1 La legge n. 356 del 7 agosto 1992 e sua «ratio» normativa – 2.2 Gli elementi comuni al delitto di usura – 2.3 Il nuovo requisito delle «condizioni di difficoltà economica o finanziaria di persona che svolge una attività imprenditoriale o professionale» – 2.4 L’elemento soggettivo – 2.5 La mediazione usuraria impropria – §3 MODIFICHE AL DELITTO DI USURA – 3.1 Il trattamento sanzionatorio e la competenza processuale – 3.2 La circostanza aggravante ex art. 644 3° comma c.p.

§1 EVOLUZIONE DEL FENOMENO USURARIO

La capacità deterrente della fattispecie criminosa dell’art. 644 c.p. si manifesta, già nell’immediato periodo successivo alla sua entrata in vigore, assai debole.

Tale debolezza, che poi si è accresciuta nel tempo fino a rendere necessaria la novella di cui ci si occuperà qui appresso, è dovuta a molteplici problemi: si registrano, innanzitutto, le difficoltà di accertamento degli elementi costitutivi del delitto (stato di bisogno della persona offesa, approfittamento dell’usuraio, pattuizione di interessi usurari, consapevolezza dello stato di bisogno necessaria ad integrare il dolo) ([245]); si assiste, in secondo luogo, ad un diffuso sentimento di pudore del soggetto passivo, che è spinto al silenzio dal timore di eventuali ritorsioni da parte dell’usuraio e, come se ciò non bastasse, la giurisprudenza tende ad interpretare in modo restrittivo la norma, spinta dall’esigenza di non ledere il principio di legalità previsto dall’ art.1 c.p.

In tale contesto, mentre l’usura va diffondendosi sempre più e assumendo forme di rilievo nel centro e nel meridione del Paese, le pronunce dei giudici si fanno sempre meno numerose.

A partire dalla seconda metà degli anni settanta, con il consolidarsi della società industriale, il fenomeno assume forme sempre più sofisticate e, attraverso un adeguamento delle pratiche usuraie alla nuova dinamica della produzione, del lavoro e dei consumi, si assiste ad un primo preoccupante condizionamento del mercato del denaro ([246]).

In assenza di un intervento legislativo, e stimolata dalla dottrina più attenta al problema, la giurisprudenza procede ad una rivisitazione della norma dell’art. 644 attraverso il riconoscimento, quale soggetto passivo, anche della persona giuridica, comportando, di conseguenza, un adeguamento della nozione stessa di stato di bisogno ([247]).

Si procede, inoltre, all’interpretazione del concetto di stato di bisogno quale “necessità di carattere aziendale”, e non personale, ove il soggetto passivo sia un imprenditore ([248]), pur tuttavia escludendo che il bisogno possa consistere in difficoltà economiche e finanziarie ([249]).

Agli inizi degli anni ottanta, si assiste ad un ulteriore sviluppo del fenomeno: l’usura comincia ad assumere dimensioni non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente diverse e, a seguito del proliferare delle associazioni malavitose e delle associazioni di stampo mafioso in particolare, prende a svolgere un ruolo importante anche nel settore terziario ([250]).

E’ noto, infatti, che l’impresa mafiosa si finanzia con gli ingenti capitali ricavati dalle sue molteplici attività illecite, in particolare dal traffico della droga, dalle estorsioni, e dai sequestri di persona, e perciò può fruire di ingenti quantità di denaro a basso costo.

Tale tipo di organizzazione, inoltre, nei rapporti di lavoro, utilizza la propria capacità intimidatoria sui prestatori d’opera, scoraggiando ogni tipo di rivendicazione di salario, di contributi assicurativi e previdenziali.

Questo tipo di associazioni, in definitiva, condiziona, oltre che il mercato del denaro, anche quello di offerta degli altri fattori produttivi, facendo pressione sulle imprese al fine di ottenere prezzi di vendita più bassi e, soprattutto, procurare loro una sofferenza patrimoniale che porta presto all’indebitamento usuraio. Il passo successivo è quello della forzosa compartecipazione nell’impresa della stessa organizzazione mafiosa, la quale è pronta con ogni mezzo a subentrare all’originario imprenditore nella titolarità aziendale ([251]).

Questa situazione della realtà empirica, poi, è aggravata, sul piano giuridico, dalla fattispecie dell’usura; essa, infatti, richiede il requisito dell’approfittamento dello stato di bisogno, mentre le imprese contattate dalle associazioni mafiose non si trovano, a stretto rigore, in tale situazione, bensì solo in difficoltà economiche o di liquidità.

§2 USURA IMPROPRIA

2.1 La legge n. 356 del 7 agosto 1992 e sua «ratio» normativa

Di fronte a queste problematiche di interesse generale, se non addirittura di ordine pubblico economico, il Legislatore non poteva rimanere inerte e, dunque, il 7 agosto del 1992, con la legge n. 356, converte il d.l. 8 giugno 1992, n. 306, portante “Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa” ([252]).

Questa legge apporta numerose modifiche del codice di procedura penale e del codice penale: per quanto qui interessa, l’art. 644 c.p. viene modificato nelle pene edittali ( l’inciso “…è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da lire mille a ventimila” viene sostituito con “…è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire sei milioni a lire trenta milioni”); viene aggiunto, allo stesso articolo, un terzo comma, con il quale viene prevista un’aggravante al delitto di usura e di mediazione usuraria (“Le pene sono aumentate da un terzo alla metà se i fatti di cui ai commi precedenti sono commessi nell’esercizio di una attività professionale o di intermediazione finanziaria”); e – ciò che più conta – viene disciplinata una nuova figura criminosa, l’usura impropria, inserita nel nuovo art. 644 bisc.p., che recita:“Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 644, approfittando delle condizioni di difficoltà economica o finanziaria di persona che svolge una attività imprenditoriale o professionale, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni e con la multa da lire quattro milioni a lire venti milioni.

Alla stessa pena soggiace chi, fuori dei casi di concorso nel delitto previsto dal comma precedente, procura ad una persona che svolge una attività imprenditoriale o professionale e che versa in condizioni di difficoltà economica o finanziaria una somma di denaro o un’altra cosa mobile, facendo dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario.

Si applica la disposizione del terzo comma dell’articolo 644.”

Con queste modifiche si perseguono, sostanzialmente, due esigenze normative: da una parte, quella di apprestare alla figura dell’usura una maggiore efficacia deterrente; dall’altra, quella di rendere più ampio l’ambito applicativo della sua fattispecie criminosa ([253]).

La prima, viene perseguita attraverso l’elevamento delle sanzioni e l’inserimento di un’ipotesi aggravante; la seconda, attraverso l’introduzione dell’usura impropria.

Al tal proposito, è opportuno dire che, se da una parte per la maggiore efficacia deterrente della norma ex art.644 c.p. non vi sono stati grossi problemi, perché è bastato aumentare le pene edittali, dall’altra il compito di rendere più concrete le possibilità di applicazione della stessa è apparso, invece, di maggiore complessità.

Durante i lavori parlamentari per la conversione del d.l. 306/92, in un primo momento, viene suggerita l’estromissione dalla ipotesi base dell’usura del requisito dell’approfittamento dello stato di bisogno, per farne l’oggetto di una specifica circostanza aggravante e, allo stesso tempo, si propone di definire l’interesse o altro vantaggio usurario come “il corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile convenuto o corrisposto in misura tale da eccedere globalmente, in ragione di anno, il doppio del saggio ufficiale di sconto valevole tempo per tempo” ([254]).

Successivamente, si propone una via diversa ([255]): limitare le modifiche dell’art. 644 c.p. all’innalzamento della pena ed alla previsione di una ipotesi aggravata e, contemporaneamente, introdurre nel codice penale un nuovo articolo, il 644 bis, con il quale si disciplina una nuovo delitto, l’usura impropria ([256]).

Alla fine, viene approvato dai due rami del Parlamento questo secondo indirizzo, perché maggiormente rispondente alla necessità di porre un freno al dilagare delle organizzazioni mafiose nell’attività usuraria ([257]).

Il legislatore, dunque, ha preferito, anziché riformulare l’art. 644 c.p., introdurre una nuova fattispecie criminosa di più facile accertamento processuale.

Per l’integrazione dell’usura impropria, infatti, non è richiesta la prova dell’approfittamento dello stato di bisogno, bensì quella meno gravosa dell’approfittamento delle “condizioni di difficoltà economica o finanziaria di persona che svolge una attività imprenditoriale o professionale”.

Qui appresso, si analizzerà questa nuova fattispecie normativa ponendo particolare attenzione sia agli elementi che ha in comune con il delitto di usura, sia al nuovo requisito di cui appena detto; successivamente, saranno trattate le modifiche riguardanti l’innalzamento della pena e l’ipotesi aggravata inserite nell’art. 644 c.p.

2.2 Gli elementi comuni al delitto di usura

Prima di entrare nel problema, bisogna porre attenzione all’inciso “…fuori dei casi previsti dall’articolo 644…”, con il quale si apre l’art. 644 bis c.p.: questo sta a significare che l’usura impropria si pone in rapporto di alternatività rispetto all’usura ([258]).

Ad una prima lettura delle disposizioni qui in oggetto, si rileva come entrambe siano simili nella formulazione; a questo fa da riscontro la loro somiglianza dal punto di vista strutturale.

L’ art. 644 bis c.p. ripresenta numerosi elementi costituti dell’art. 644 c.p.: per quanto riguarda l’oggetto giuridico, anche la disposizione dell’usura impropria tende a tutelare, a seconda della tesi che si preferisce accogliere, solo gli interessi patrimoniali della vittima ([259]), oppure anche la libertà morale ([260]), o negoziale del soggetto passivo ([261]).

Ciò che questa norma mira a salvaguardare in più rispetto all’usura, come si evince dai lavori preparatori, è la libertà e la lealtà della concorrenza sul mercato ([262]).

Quanto alla condotta punibile, essa deve concretizzarsi in entrambi i reati nell’approfittamento, cioè nell’avvalersi contra ius di una situazione di debolezza del soggetto passivo a proprio vantaggio ([263]).

Come visto supra ([264]), bisogna ricordare che, secondo molti autori, il concetto di approfittamento, a differenza dell’abuso previsto all’art. 643 c.p., comprende anche le ipotesi in cui non viene effettuata da parte del soggetto attivo alcuna attività di induzione della vittima a compiere un atto, ma questi si limiti ad avvalersi della preesistente situazione di debolezza del soggetto passivo.

In secondo luogo, sia l’usura che l’usura impropria richiedono la dazione o la promessa di interessi o altri vantaggi usurari, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile.

Per quanto riguarda l’espressione “cosa mobile”, va aggiunto che, alla luce della ratio normativa della nuova fattispecie di usura indiretta vista supra ([265]), e in considerazione dell’ampia latitudine che il Legislatore ha voluto conferire al fenomeno dell’usura in generale, sembra consigliabile accogliere quella impostazione dottrinaria secondo cui vi rientrerebbero anche le energie non naturali, economicamente valutabili, come le prestazioni di servizi e di attività professionali ([266]).

Per finire con la condotta, anche l’elemento della usurarietà degli interessi o altri vantaggi è comune alle due fattispecie criminose e, dunque, sfumati i tentativi di riformulazione legislativa di tale concetto ([267]), rimangono, anche con riguardo all’usura impropria, quei dubbi interpretativi che hanno occupato per anni sia la dottrina che la giurisprudenza ([268]).

2.3 Il nuovo requisito delle «condizioni di difficoltà economica o finanziaria di persona che svolge una attività imprenditoriale o professionale»

Con la nuova incriminazione prevista dall’art. 644 bis c.p., il Legislatore ha chiaramente perseguito l’intento di ampliare il raggio delle condotte usurarie punibili, soprattutto con riferimento ai casi in cui il soggetto passivo sia un imprenditore commerciale.

La formula normativa, infatti, richiede, in sostituzione dello stato di bisogno dell’art. 644 c.p., un nuovo requisito costituito da due elementi: in primo luogo, sono richieste “condizioni di difficoltà economica o finanziaria”; in secondo luogo, la persona che deve trovarsi in tali condizioni deve svolgere “una attività imprenditoriale o professionale”.

Per quanto riguarda il primo, bisogna dire che esso, per certo, richiede una condizione meno gravosa e meno compromessa, tale da non costituire quell’impellente assillo per il soggetto passivo che, per la giurisprudenza ([269]), rappresenta appunto il tratto distintivo dello stato di bisogno rilevante ai fini dell’art. 644 c.p.

La riprova di questo si ricava non solo dalla formulazione della norma, la quale parla di “difficoltà” in luogo di “bisogno”, ma anche dal più lieve trattamento sanzionatorio previsto per l’usura impropria (reclusione da sei mesi a quattro anni e multa da quattro a venti milioni, in luogo della reclusione da uno a cinque anni e multa da sei a trenta milioni previsti per l’usura ex art. 644 c.p.).

L’elemento delle “condizioni di difficoltà economica o finanziaria”, dunque, fa si che possano rientrare nell’ambito della repressione penale molte di quelle condotte che a livello equitativo sarebbe stato giusto punire, ma che, in forza del principio di stretta legalità, la giurisprudenza aveva dovuto escludere.

Ricordiamo, infatti, con riferimento all’art. 644 c.p., che la giurisprudenza ha affermato la sussistenza dello stato di bisogno quando l’imprenditore abbia fatto ricorso a prestiti usurari nel tentativo di evitare il fallimento della propria azienda ([270]); si è statuito, inoltre, che il delitto di usura non sia integrato, per carenza dello stato di bisogno, qualora l’imprenditore si sia ripromesso uno scopo di lucro, cioè quello di aumentare i propri affari commerciali ([271]), o quello dell’aver perseguito la finalità di proficui investimenti produttivi, del tutto svincolati da indifferibili esigenze ([272]).

Altre sentenze precedenti alla novella del 1992, tuttavia, ci permettono di delineare le differenze che intercorrono tra la nuova fattispecie di usura impropria ex art. 644 bis c.p. e quella di usura: si è sostenuto, infatti, che lo stato di bisogno “non può…identificarsi con una semplice difficoltà che induca a ricorrere preferenzialmente al finanziamento di privati…, dovendo pur sempre raggiungere una intensità tale da limitare in modo sensibile la libertà di scelta” ([273]); è stato detto, inoltre, che non può parlarsi di usura “nel caso di momentanea difficoltà finanziaria che non incida sulla libertà negoziale del soggetto, come quando si preferisca il prestito privato a quello bancario…” ([274]).

Alla luce della giurisprudenza ricordata, della formula usata dal Legislatore per disciplinare il nuovo delitto di usura impropria e dell’esigenza di distinguere quest’ultima dall’usura ex art. 644 c.p., bisogna ritenere, dunque, che l’elemento delle “condizioni di difficoltà economica o finanziaria” ricorre in tutti i casi in cui si è in presenza di una debolezza economico-patrimoniale caratterizzata da una carenza di mezzi finanziari, tale da spingere l’imprenditore o il professionista a sobbarcarsi l’onere di un prestito erogato a condizioni usurarie.

Bisogna aggiungere, inoltre, che siffatte condizioni devono essere accertate oggettivamente secondo parametri di mercato ([275]), e che ricorrono anche in caso di una difficoltà economica meramente temporanea, e nel caso in cui l’imprenditore abbia il fine di effettuare investimenti produttivi ([276]).

Prima di passare all’esame dell’altro elemento del nuovo requisito previsto dall’art. 644 bis c.p., e cioè all’inciso secondo cui la persona che deve trovarsi in tali condizioni deve svolgere “una attività imprenditoriale o professionale”, data l’ampiezza e genericità dell’espressione “investimento produttivo”, è opportuno un chiarimento: la difficoltà economica o finanziaria, ancorché temporanea, potrà essere riscontrata nel caso in cui l’imprenditore persegua lo scopo di assicurare continuità, efficienza e competitività alla propria attività, non invece nel caso in cui egli abbia di mira l’ampliamento e lo sviluppo della stessa ([277]).

Venendo alla individuazione del soggetto passivo, il concetto di imprenditore non può che essere ricostruito attraverso gli artt. 2082 e 2083 c.c ([278]); perprofessionista, invece, deve intendersi il soggetto che presta una attività intellettuale per l’esercizio della quale sia richiesta una laurea o una particolare abilitazione da parte dello Stato ([279]).

L’elemento che richiede che la persona svolga “una attività imprenditoriale o professionale” funge quale limitazione del novero dei possibili soggetti passivi; in altre parole, la figura dell’usura impropria, a differenza di quella dell’usura ex art. 644 c.p., può dirsi integrata solo quando il soggetto passivo è un imprenditore o un professionista.

Altra questione che è utile porsi è quella riguardante i rapporti intercorrenti tra i due elementi di cui si è trattato: ci si chiede, in particolar modo, se l’imprenditore o il professionista debba trovarsi in difficoltà economiche o finanziarie a causa della propria attività imprenditoriale o professionale, ovvero anche per cause diverse, cioè per attività che nulla hanno a che fare con queste.

Al riguardo, vale la pena osservare che la norma dell’art. 644 bis c.p. nulla dispone in ordine a tale problematica e, inoltre, che relativamente alla fattispecie dell’usura ex art. 644 c.p., dottrina e giurisprudenza hanno concordemente ritenuto irrilevante l’origine dello stato di bisogno ([280]).

Queste due considerazioni, dunque, potrebbero indurre l’interprete a propendere per la soluzione secondo la quale non sarebbe richiesta alcuna connessione tra lostatus di imprenditore o professionista e l’attività che è causa delle condizioni di difficoltà economiche o finanziarie; tuttavia, considerando che l’usura impropria è stata disciplinata proprio al fine di combattere il fenomeno usurario, che si è andato notevolmente diffondendo nell’esercizio di impresa o dell’ attività professionale, sembra doversi ritenere che un collegamento causale, seppur minimo, deve comunque esserci ([281]).

Questa conclusione, tra l’altro, ha anche un suo senso a livello equitativo e, soprattutto, a livello costituzionale: non si vede perché, infatti, l’imprenditore o il professionista debba essere penalmente tutelato per una carenza patrimoniale che nulla c’entra con la propria attività, e un altro soggetto, che non rientra in tali categorie, non debba esserlo; sarebbe configurabile una violazione dell’art. 3 Cost. ([282]).

2.4 L’elemento soggettivo

L’usura impropria è un delitto a dolo generico ([283]); per la sua integrazione, in particolare, si richiede la coscienza e volontà di concludere un contratto sinallagmatico con interessi o vantaggi usurari, nonché la rappresentazione delle condizioni di difficoltà economico-finanziarie della vittima e la volontà di approfittarne.

Secondo una dottrina ([284]), il dolo sarebbe un altro elemento che l’usura impropria ha in comune con l’usura ex art. 644 c.p.; in realtà, anche se formalmente questa risulta essere una considerazione non errata, bisogna rilevare che ci sono delle differenze sul piano probatorio: l’accertamento processuale dell’elemento soggettivo dell’usura impropria, infatti, è meno gravoso rispetto a quello dell’usura propria.

Come visto supra ([285]), l’accertamento del dolo di quest’ultima è costituito dall’ardua prova della consapevolezza, in capo al soggetto attivo, dell’approfittamento dell’altrui stato di bisogno; riguardo all’usura impropria, invece, ciò di cui deve essere dato prova, è la consapevolezza delle difficoltà economiche o finanziarie in cui versa l’imprenditore o il professionista, circostanza che è evidentemente più semplice fornire.

Va ricordato che, per quanto riguarda la prova dell’elemento psicologico dell’usura propria, vi è stata un’evoluzione giurisprudenziale: si è passati dal richiedere una “certa e piena conoscenza del grave stato di disagio economico” che determina l’altro contraente a soggiacere alle pretese usurarie ([286]), al ritenere che una serie di elementi della fattispecie concreta (ad esempio, l’entità della prestazione oggetto dell’obbligazione del soggetto passivo, o la mancanza di precisi ed attendibili piani di rimborso), devono far ritenere che l’agente non poteva ignorare lo stato di bisogno della controparte, o comunque, senza accertarlo in concreto, ne doveva aver accettato la possibile sussistenza, almeno secondo la forma del dolo eventuale ([287]).

Ci si chiede, allora, se con riguardo all’usura impropria sia configurabile il dolo eventuale e, più in generale, se sia consigliabile adottare una così estensiva impostazione giurisprudenziale: per quanto riguarda il primo dei due quesiti, secondo alcuni ([288]), non vi sono particolari problemi di ordine normativo per la configurabilità del dolo eventuale; anzi, è proprio in considerazione del recente intervento del Legislatore che deve propendersi per la soluzione positiva; per quanto riguarda il secondo, invece, si osserva, giustamente, che non ha ragione d’essere l’interpretazione estensiva fatta dalla giurisprudenza, data la maggiore ampiezza della fattispecie descritta nell’art. 644 bis c.p.: di conseguenza, non rimane spazio per la configurabilità del dolo eventuale, perché è “preferibile ritenere che per l’integrazione del dolo di usura impropria sia necessaria la precisa consapevolezza dell’approfittamento delle condizioni di difficoltà economico-finanziarie del soggetto passivo” ([289]).

2.5 La mediazione usuraria impropria

Il secondo comma dell’art. 644 bis c.p. disciplina il delitto di mediazione usuraria impropria: questo reato è in posizione di autonomia sia rispetto all’usura impropria, sia rispetto ai delitti previsti dall’art. 644 c.p. (cioè l’usura e la mediazione usuraria), e tutela l’imprenditore o il professionista in difficoltà, dalla riprovevole condotta del mediatore che si intromette tra chi presta e chi riceve denaro, in cambio di un compenso usurario per l’opera svolta.

In questo delitto, a differenza dell’usura impropria, non è necessario l’approfittamento delle condizioni di difficoltà economiche o finanziarie; detto in altre parole, il fatto tipico richiesto per la punibilità della condotta è più ampio.

Un’altra differenza di rilievo è che, similmente a come è stato rilevato con riguardo alla mediazione usuraria ex art. 644 c.p. rispetto all’usura ([290]), non si esige che il prestito procurato al soggetto passivo sia usurario, bastando che lo sia il compenso dato al mediatore per l’opera prestata.

In forza della clausola di riserva contenuta nel secondo comma dell’art. 644 bis c.p., peraltro, se il mediatore concorre a far stipulare un contratto usurario tra l’imprenditore o il professionista ed il terzo sovventore, risponderà penalmente a titolo di concorso nel delitto di usura impropria.

Per quanto riguarda l’elemento psicologico, infine, anche in questo caso si è in presenza di dolo generico; esso consiste nella coscienza e volontà sia di procurare denaro o altra cosa mobile ad un imprenditore o un professionista che versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria , sia di far dare o promettere, a sé o ad altri, un compenso usurario per la mediazione.

§3 MODIFICHE AL DELITTO DI USURA

3.1 Il trattamento sanzionatorio e la competenza processuale

Come rilevato supra ([291]), la l.n. 356/1992, di conversione del d.l. 306/1992, modifica il delitto di usura ex art. 644 c.p. sotto due aspetti: da una parte, vi è un innalzamento delle pene, dall’altra, viene introdotta una circostanza aggravante.

Per quanto riguarda il primo, l’usura è ora sanzionata con la reclusione da uno a cinque anni e la multa da sei a trenta milioni di lire (precedentemente era prevista la reclusione fino a due anni e la multa da duecentomila a quattro milioni di lire).

Bisogna dire che la modifica è stata senz’altro opportuna: le pene comminate precedentemente, infatti, non svolgevano in modo appropriato la funzione deterrente dal commettere il delitto in parola.

L’inasprimento sanzionatorio, poi, ha anche un effetto processuale: l’autorità giudiziaria competente a conoscere del delitto, ai sensi del combinato disposto degli artt. 6 e 7 c.p.p. ([292]), è ora (rectius, fino all’entrata in vigore del d.lgs. 51/1998) il tribunale, in luogo del pretore; la fase delle indagini preliminari, inoltre, è di competenza della procura della Repubblica presso il tribunale (e non più presso la pretura), cioè dell’ufficio competente per i reati collegati con l’attività delle associazioni criminali.

Bisogna evidenziare, infine, che la giurisprudenza di legittimità ha precisato che l’art. 11 quinquies del d.l. 306/1992, nella parte in cui prevede l’innalzamento delle pene, è una norma avente natura sostanziale e quindi, in forza dell’art. 2 c.p., ai fatti commessi anteriormente all’entrata in vigore della l.n. 356/1992 continuano ad applicarsi sia i precedenti limiti di pene, sia la competenza pretorile ([293]).

3.2 La circostanza aggravante ex art. 644 3° comma c.p.

La lettera b del primo comma dell’art. 11 quinquies del d.l. 306/1992 introduce, all’art. 644 c.p., un nuovo terzo comma.

Ai sensi di questo nuovo comma, le pene previste per il reato di usura e di mediazione usuraria sono aumentate da un terzo alla metà, se i fatti vengono commessi“nell’esercizio di una attività professionale o di intermediazione finanziaria”.

Questa circostanza aggravante ad effetto speciale, evidentemente, tende a valorizzare la maggiore insidiosità e la conseguente maggiore pericolosità delle condotte usurarie poste in essere da soggetti che si trovano in una posizione di ulteriore vantaggio rispetto alla vittima.

Queste condotte sono spesso alquanto sofisticate e il loro maggiore disvalore penale è dato dal fatto che i soggetti attivi appartengono o ad istituti di credito e ad imprese finanziarie che si dedicano istituzionalmente alla erogazione di finanziamenti, o ad una particolare categoria professionale che viene strumentalizzata al fine di negoziare la concessione di prestiti a condizioni usurarie.

In questo caso, il collegamento funzionale che deve essere presente tra la condotta punibile e la qualità di libero professionista o intermediario finanziario è esplicitato dalla norma stessa, e non rimane, dunque, implicito, come invece è stato osservato in occasione dello studio dell’approfittamento delle condizioni di difficoltà economica o finanziarie attuato da persona svolgente attività imprenditoriale o professionale, richiesto dal primo comma dell’art. 644 bis c.p.

In altri termini, e per fare un esempio pratico, non si vede come l’aggravante in esame possa essere applicata all’attività professionale di un medico dentista, attività nel cui esercizio non ricorre in alcun modo un collegamento funzionale con la conclusione di negozi giuridici a contenuto patrimoniale ([294]).

Per finire, bisogna aggiungere che, secondo quanto dispone il terzo comma dell’art. 644 bis c.p., la circostanza aggravante di cui si è appena trattato, si applica anche ai delitti di usura impropria e mediazione usuraria impropria ([295]).

IV. LA FATTISPECIE DELL’USURA DISCIPLINATA DALLA L. N. 108/1996

denaro sotto la lente

Sommario: §1 PREMESSE E RILIEVI COSTITUZIONALI §2 IL NUOVO DELITTO DI USURA – 2.1 Premesse – 2.2 L’interesse tutelato 2.3 La fattispecie-base di usura con tasso-soglia predeterminato ex lege (art. 644,1° e 3° comma, I parte, c.p.) 2.4 La fattispecie di usura con «interessi sproporzionati» a carico di chi versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria (art. 644, 3° comma, II parte, c.p.) 2.5 La fattispecie transitoria di usura ai sensi dell’art. 3 l.n. 108/1996 – 2.6 Punibilità della cosiddetta «usura reale» – 2.7 L’usura con riguardo alle operazioni creditizie escluse dalla rilevazione dei tassi medi – 2.8 L’elemento soggettivo – §3 DISCIPLINA DELLA PRESCRIZIONE ED I SUOI EFFETTI IN ORDINE ALLA NATURA GIURIDICA DEL DELITTO DI USURA – 3.1 Premesse – 3.2 La tesi dell’usura come reato permanente o eventualmente permanente e la giurisprudenza di merito immediatamente successiva all’entrata in vigore della l.n. 108/1996 – 3.3 La tesi secondo cui la verifica di usurarietà può operarsi solo al momento della pattuizione e la critica alla decisione del Tribunale di Velletri – 3.4 L’orientamento interpretativo della Cassazione in sede civile – 3.5 L’orientamento interpretativo della Cassazione in sede penale – 3.6 Il d.l. 29 dicembre 2000, n. 394 – 3.7 Problematiche di diritto transitorio – §4 L’APPARATO SANZIONATORIO: LE CIRCOSTANZE AGGRAVANTI E LA CONFISCA – §5 LA MEDIAZIONE USURARIA

§1 PREMESSE E RILIEVI COSTITUZIONALI

Ad appena quattro anni dalla introduzione del delitto di usura impropria, il Legislatore torna ad occuparsi del fenomeno usurario spinto da una pluralità di esigenze: innanzitutto, quella di porre freno ad una piaga sociale di cui si è presa definitiva coscienza; in secondo luogo, quella di trovare una adeguata risposta alle insoddisfazioni pratico-applicative causate dalla formulazione normativa dell’usura impropria ([296]) e, infine, quella di rendere omogenea la disciplina penale dell’usura e di ancorarla a parametri interpretativi forniti di una maggiore obiettività ([297]).

Così, con la legge n. 108, del 7 marzo 1996 ([298]), nell’ambito di una nuova e più ampia riforma della disciplina penale dell’usura, viene interamente riscritto l’art. 644 c.p., disciplinato un nuovo articolo 644 ter, abrogato l’art. 644 bis c.p. e introdotta una fattispecie di carattere transitorio (prevista dall’art. 3, l.n. 108/1996).

Lasciando da parte quest’ultima e l’art. 644 ter, con la riserva di analizzarli successivamente ([299]), è ora opportuno prendere in considerazione il nuovo art. 644 c.p. che così dispone: “Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 643, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da lire sei milioni a lire trenta milioni.

 Alla stessa pena soggiace chi, fuori del caso di concorso nel delitto previsto dal primo comma, procura a taluno una somma di denaro od altra utilità facendo dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario.

 La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Sono altresì usurari gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria.

 Per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito.

 Le pene per i fatti di cui al primo e secondo comma sono aumentate da un terzo alla metà:

 1) se il colpevole ha agito nell’esercizio di una attività professionale, bancaria o di intermediazione finanziaria mobiliare;

 2) se il colpevole ha richiesto in garanzia partecipazioni o quote societarie o aziendali o proprietà immobiliari;

 3) se il reato è commesso in danno di chi si trova in stato di bisogno;

 4) se il reato è commesso in danno di chi svolge attività imprenditoriale, professionale o artigianale;

 5) se il reato è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale durante il periodo previsto di applicazione e fino a tre anni dal momento in cui è cessata l’esecuzione.

 Nel caso di condanna, o di applicazione di pena ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per uno dei delitti di cui al presente articolo, è sempre ordinata la confisca dei beni che costituiscono prezzo o profitto del reato ovvero di somme di denaro, beni ed utilità di cui il reo ha la disponibilità anche per interposta persona per un importo pari al valore degli interessi o degli altri vantaggi o compensi usurari, salvi i diritti della persona offesa dal reato alle restituzioni e al risarcimento dei danni”.

Prima di passare all’esame della nuova ipotesi-base del delitto di usura disciplinata dal primo e terzo comma dell’articolo, tuttavia, è opportuno dar conto di una perplessità di ordine costituzionale espressa in dottrina ([300]).

L’anomalia consisterebbe nel momento di promulgazione della legge, varata a Camere sciolte, cioè in regime di prorogatio ex art. 61 secondo comma della Costituzione ([301]).

Ebbene, fino alla l.n. 108/1996, la prassi parlamentare in regime di prorogatio non ha mai riguardato la emanazione di nuove leggi, e meno che mai in Commissione ([302]), come è invece avvenuto per la nuova legge sull’usura, che, per di più, è un intervento normativo di carattere penale.

Il regime in questione, infatti, ha sempre riguardato la c.d. “ordinaria amministrazione” ([303]) e, quindi, la promulgazione di tale legge è espressione di un nuovo orientamento legislativo ([304]).

Sempre sotto il profilo costituzionale, va detto che anche quella che rappresenta la maggiore novità del nuovo delitto di usura, ha dato luogo a perplessità di ordine costituzionale.

La disposizione che ([305]), ancorando l’incriminazione soltanto al superamento della metà del tasso effettivo globale medio degli interessi praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari, ne prevede il rilevamento trimestrale del Ministro del Tesoro e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, infatti, ha occupato parte della dottrina ([306]), sotto il profilo del rispetto del principio della riserva assoluta di legge ex art. 25 Cost. ([307]).

Secondo diversi Autori, i dubbi costituzionali risiedono nel fatto che tale disposizione penale, data l’eliminazione di ogni riferimento a fattori soggettivi, dipenderebbe in modo totalitario da un provvedimento amministrativo, cioè da una fonte sottordinata, con la conseguente violazione del principio della riserva assoluta di legge in materia penale.

Il rinvio della norma penale ad una fonte sottordinata, tuttavia, non è certo una novità del nostro sistema; anzi, è ormai orientamento prevalente della Corte Costituzionale ([308]), seguita dalla maggioranza della dottrina ([309]), che tale rinvio deve considerarsi legittimo, laddove la fonte sottordinata si limiti ad aspetti di carattere tecnico, lasciando alla legge penale una “sufficiente determinazione legale” del precetto.

Ebbene, francamente, non sembra possibile asserire che l’intervento amministrativo richiesto per la determinazione dell’usurarietà del corrispettivo svuoti la norma dell’art. 644 c.p. della sua determinazione legale, posto che, a ben considerare, la legge in esame ha effettuato in modo sufficientemente compiuto la scelta dei comportamenti meritevoli di intervento repressivo, dettando altresì i parametri di riferimento per l’attività di integrazione ad opera della fonte secondaria ([310]). Si deve ritenere, in altre parole, che i decreti ministeriali si limitino a fornire un contributo essenziale di natura esclusivamente tecnica ed esecutiva.

Alla stessa conclusione, peraltro, giungono coloro i quali insistono sulla considerazione che il provvedimento di fissazione del tasso usurario ha la funzione di operare a monte un bilanciamento degli interessi in gioco tra i soggetti che sovvenzionano e quelli che sono sovvenzionati, nella prospettiva di una “tecnica incrociata” di tutela ([311]).

Per finire, è necessario accennare al fatto che anche e soprattutto la seconda parte del terzo comma dell’art 644 c.p. solleva dubbi di illegittimità costituzionale ma, poiché la trattazione di questa problematica rappresenterà il momento centrale dello studio della seconda fattispecie d’usura, quella cioè di “tasso usurario infrasoglia” ([312]), si rinvia alla relativa sede ([313]).

§2 IL NUOVO DELITTO DI USURA

2.1 Premesse

Come accennato supra ([314]), l’ipotesi-base del nuovo delitto di usura è disciplinata dal combinato disposto del primo e terzo comma dell’art. 644 c.p.

Questa prima fattispecie è caratterizzata dal venir meno del requisito dell’approfittamento dello stato di bisogno, quindi di un criterio soggettivo, in favore di un requisito di tipo oggettivo, e cioè la promessa o effettiva dazione di interessi o altri vantaggi che eccedono della metà il tasso effettivo globale medio rilevato trimestralmente dal Ministero del Tesoro, con riferimento alle varie categorie omogenee di operazioni classificate annualmente con decreto del Ministro del Tesoro, sentiti la Banca d’Italia e L’Ufficio italiano dei cambi, e pubblicato senza ritardo nella Gazzetta Ufficiale.

L’ipotesi base dell’usura, in altre parole, si caratterizza oggi per la predeterminazione normativa del tasso-soglia al di sopra del quale l’interesse diventa usurario; il vecchio requisito dell’approfittamento dello stato di bisogno, invece, non è più richiesto affinché si perfezioni il delitto (esso, tuttavia, non è scomparso del tutto, infatti, è previsto come circostanza aggravante dal n. 3 del quinto comma dell’articolo 644 c.p); inoltre, vi è l’assenza di qualsiasi riferimento alla situazione di debolezza economica della vittima del reato.

L’altra fattispecie di usura è descritta dalla seconda parte del terzo comma, la quale prevede che “sono altresì usurari gli interessi , anche se inferiori…” al tasso-soglia trimestrale, “…e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alle prestazioni di denaro o di altra utilità ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria”.

In tale seconda figura, dunque, il Legislatore ripropone il requisito delle condizioni di difficoltà economica o finanziaria (senza, però, far riferimento all’approfittamento), già presente nel vecchio delitto di usura impropria ex art. 644 bis c.p., e introduce la nuova nozione normativa di interessi comunque sproporzionati, con ciò riprendendo la frequente terminologia che in passato era usata da dottrina e giurisprudenza per individuare la soglia di usurarietà dell’operazione finanziaria ([315]).

Tale modifica radicale degli elementi costitutivi dell’usura ripropone in termini nuovi, e forse più accesi, il dibattito interpretativo sull’individuazione del bene giuridico tutelato; sembra, dunque, opportuno affrontare qui appresso tale problematica, per poi procedere successivamente all’analisi dei requisiti delle singole fattispecie del delitto.

2.2 L’interesse tutelato

L’individuazione dell’oggetto giuridico del delitto di usura è, da sempre, un tema piuttosto controverso.

Vigente la vecchia formulazione dell’art. 644 c.p., accanto alla tradizionale opinione che ricomprendeva tale delitto fra quelli destinati ad apprestare tutela esclusivamente al patrimonio del singolo ([316]), non erano mancate voci secondo le quali esso tutelava anche la libertà morale della vittima ([317]), o l’interesse alla libera determinazione del contenuto del contratto e quelli attinenti al patrimonio e alla sfera personale del soggetto passivo ([318]).

Una opinione isolata, inoltre, era quella del Florian: secondo questo Autore il delitto di usura tutelava l’ordinamento del credito; questa impostazione venne fortemente criticata per l’assenza di una coscienza del mercato creditizio.

La nuova formulazione della disposizione, anziché sopire la disputa, la ha riaccesa: svolgendo una prima ricostruzione del problema, infatti, a fronte della diversificazione normativamente operata tra l’ipotesi di interessi usurari dedotti dal superamento del tasso-soglia e quella in cui l’usurarietà va stabilita in concreto, si pongono all’interprete molteplici vie ricostruttive dell’oggettività giuridica del delitto in questione.

In una prima direzione, potrebbe sostenersi che entrambe le fattispecie d’usura disciplinate dall’art. 644 c.p. mirino a tutelare la regolarità del mercato del credito; in una seconda direzione, potrebbe, invece, opinarsi nel senso che alle due ipotesi di interessi usurari corrispondano diversi oggetti di tutela: nella fattispecie del primo comma si tutelerebbe l’ordinamento del credito, in quella del terzo comma il patrimonio individuale del soggetto passivo.

Secondo una ulteriore impostazione, la quale tende a ricostruire in modo unitario il bene protetto, l’oggetto di tutela resterebbe il patrimonio del soggetto che versa in uno stato di difficoltà presunta iuris et de iure, nell’ipotesi del tasso usurario ex lege (art. 644, terzo comma, prima parte); e accertata dal giudice, nel caso di usurarietà determinata in concreto (art. 644, terzo comma, seconda parte) ([319]).

Per contro, si è invece manifestata l’opinione per cui la nuova dimensione normativa del delitto di usura, imperniata com’è sulla centralità della figura criminosa che fa leva sul dato oggettivo del tasso-soglia, miri a proteggere “non solo la posizione del singolo contraente, ma anche – e forse soprattutto – il regolare funzionamento delle attività connesse alla prestazione del credito” ([320]).

A giudizio di un’altra dottrina, affine a quella appena accennata, il deciso orientamento oggettivistico seguito dal legislatore consentirebbe, “ma forse sarebbe meglio dire: obbliga”, una collocazione dell’illecito tra i reati plurioffensivi ([321]), “in doppio senso, e cioè perché l’evento colpisce più beni del soggetto passivo, quello del patrimonio e quello della libertà morale, e, contemporaneamente, offende l’interesse pubblico alla correttezza ed alla genuinità dei rapporti economici” ([322]).

Altra dottrina giunge ad una simile soluzione, anche se non ritiene necessariamente centrale la figura dell’usura che supera i tassi-soglia, e in posizione sussidiaria l’altra; il nucleo centrale della nuova fattispecie, e cioè la sproporzione tra le prestazioni, infatti, deve ritenersi comune ad entrambe le manifestazioni criminose, e dunque bisogna concludere che, “sia nell’ipotesi di tasso usurario pubblicato che in quella di tasso usurario infrasoglia…il bene giuridico tutelato sia il sano esercizio dell’attività creditizia”, e cioè “il diritto civico a un accesso alle risorse creditizie del sistema economico secondo condizioni ordinarie” ([323]).

In una direzione parzialmente diversa si è spinto Manna, il quale, tuttavia, giunge a delle conclusioni simili a quelle appena esposte: secondo l’Autore, l’oggettivazione della fattispecie, prodotta attraverso la individuazione a monte del tasso usurario e l’esclusione del requisito soggettivo dello stato di bisogno, non può non comportare anche conseguenze sulla tematica dell’interesse protetto dalla disposizione incriminatrice; il mutamento della normativa, infatti, avrebbe prodotto una anticipazione della soglia di tutela penale, con conseguente collocazione del delitto in questione non più tra quelli di danno o di pericolo concreto, bensì tra quelli dipericolo astratto o comunque presunto.

Di conseguenza, l’usura andrebbe ora inserita nella dimensione tipica del diritto penale economico, che ha come obiettivo quello di regolamentare e tutelare il corretto andamento del mercato finanziario inteso quale “bene strumentale”, la cui protezione è a sua volta funzionale alla tutela del patrimonio dei singoli, che costituisce il “bene finale” ([324]).

Una impostazione parzialmente difforme, invece, adottano coloro i quali non ritengono sia possibile ricondurre ad unità il bene tutelato dalle fattispecie di usura.

E’ opinione di alcuni, infatti, che sulla scorta della centralità dell’ipotesi a tasso predeterminato rispetto a quella infra-soglia, si debba respingere l’idea di una presunzione dello stato di difficoltà della vittima ([325]), proprio in considerazione “della funzione di oggettiva regolamentazione pubblica del credito che assume la fattispecie base rispetto alla tradizionale ipotesi di «sfruttamento» del soggetto passivo, che connota la norma sussidiaria che si è voluta mantenere” ([326]).

Un’altra dottrina ([327]) ritiene meritevole di sostegno la tesi per cui lo scopo della norma è quello di assicurare il corretto funzionamento del mercato finanziario, inteso come bene giuridico “strumentale” rispetto alla protezione del patrimonio dei singoli, che costituisce il “bene finale”, ma solo con riferimento alla fattispecie-base con tasso usurario predeterminato ex lege.

Secondo tale impostazione, infatti, si deve considerare come la prospettiva di tutela dell’ordinamento del credito emerga chiaramente dai lavori preparatori della riforma ([328]); in secondo luogo, la presunzione iuris et de iure di cui si è più volte accennato, non è ancorata a dati tipici della fattispecie, perché “al negozio oggettivamente usurario possono corrispondere motivazioni, contesti economici, ripartizioni del rischio che prescindono completamente da una condizione di inferiorità economica della vittima” ([329]).

Sempre a giudizio di tale Autore, inoltre, per quanto riguarda l’ulteriore fattispecie di usura, cioè quella disciplinata dalla seconda parte del terzo comma dell’art. 644 c.p., bisogna ritenere che, essendo ancora richieste le condizioni di difficoltà economica o finanziaria, si torna ad una tutela “diretta e primaria” del patrimonio del soggetto in posizione di debolezza ed inferiorità.

Pare opportuno, infine, dare accenno ad una ulteriore tesi, la quale si discosta in modo abbastanza evidente da quelle fino ad ora esposte; si fa riferimento alla opinione espressa dal Mantovani, secondo cui l’usura sarebbe un reato di scopo che non tutela l’offesa ad un bene giuridico, bensì “la realizzazione di certe situazioni, che lo Stato ha interesse che non si verifichino, poiché tale interesse non è l’oggetto giuridico del reato ma lo scopo dell’incriminazione, e poiché la frustrazione di tale scopo, attraverso la commissione del reato, non può essere considerata l’offesa, coincidendo quella con la realizzazione della condotta criminosa e confondendosi l’offesa col disvalore del fatto tipico” ([330]).

2.3 La fattispecie-base di usura con tasso-soglia predeterminato ex lege (art. 644, 1° e 3° comma, I parte, c.p.)

E’ giunto ora il momento di vedere in modo più particolareggiato l’ipotesi-base del nuovo delitto di usura.

Ad un primo esame, si rileva subito coma essa, descritta dall’art. 644, primo e terzo comma, c.p., presenta oggi, rispetto alla previgente disciplina, un notevole ampliamento dei comportamenti punibili.

Tale allargamento dell’ambito applicativo discende da due principali novità: in primo luogo, si registra la scomparsa di qualsiasi requisito relativo alla condizione del soggetto passivo, essendo venuti meno sia l’approfittamento dello stato di bisogno (richiesto dal previdente art. 644 c.p.), sia le condizioni di difficoltà economica o finanziaria (richieste dall’usura impropria ex dall’art. 644 bis c.p., oggi abrogata); in secondo luogo, per quanto riguarda l’oggetto della prestazione del soggetto attivo, è oggi richiesto il “corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità”, in sostituzione del “corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile”.

Una prima conseguenza discendente da tali modifiche è quella della necessità di prevedere ex lege un limite oltre il quale la prestazione deve ritenersi usuraria, pena la indeterminatezza della stessa fattispecie; per cui, la prima parte del terzo comma, prevede che “la legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari”.

Prima di parlare in modo più particolareggiato della procedura prevista dall’art. 2 l.n. 108/1996 per la rilevazione e conseguente pubblicazione del tasso-soglia, bisogna sottolineare che, alla luce di tali novità normative, oggi, per l’integrazione dell’usura è sufficiente la promissio o la datio di un tasso di interesse superiore al limite consentito.

Ne consegue che, a differenza del passato ([331]), il delitto si configura anche nell’ipotesi in cui il soggetto che richiede il prestito sia mosso da finalità speculative, e cioè per l’incremento degli affari o per il soddisfacimento di esigenze voluttuarie.

Per quanto riguarda la seconda novità di rilievo, cioè l’introduzione della formula “altra utilità”, bisogna dire che viene meno l’esclusione delle prestazioni aventi ad oggetto beni immobili  e che si aprono maggiori spiragli per ritenere punibili le cosiddette forme di usura reale ([332]).

Come già accadeva in passato, inoltre, il reato di usura è configurabile con riguardo a qualsiasi contratto sinallagmatico ([333]): non soltanto il mutuo, ma anche l’apertura di credito, la compravendita a rate o con patto di riscatto, il leasing, il factoring, ecc.

Per venire al tasso-soglia, gli interessi o altre utilità date o promesse diventano usurari quando superano della metà il tasso effettivo globale medio disciplinato dall’art. 2 della l.n. 108/1996 ([334]): esso viene rilevato trimestralmente dal Ministero del Tesoro sentiti la Banca d’Italia e l’Ufficio italiano dei cambi, con riferimento alla categoria omogenea di operazioni in cui è ricompreso il credito in questione ([335]).

Una prima classificazione delle operazione omogenee è stata operata con il d.m. 23 settembre 1996 ([336]), cui è succeduto il d.m. 24 settembre 1997 ([337]): tra i due decreti non sono registrabili sensibili differenze, se non legate al fatto che, nel secondo, ha trovato autonomo rilievo la categoria dei prestiti contro cessione del quinto dello stipendio.

Le categorie di operazioni, secondo le istruzioni che la Banca d’Italia ([338]) ha fornito per la rilevazione dei dati, da trasmettersi a cura dei singoli operatori al fine di determinare il tasso medio praticato, sono così individuate:

  1. Apertura di credito in conto corrente: vi rientrano le operazioni regolate in conto corrente in base alle quali la banca si obbliga a tenere a disposizione del cliente una somma di denaro per un dato periodo di tempo, ovvero a tempo indeterminato e, inoltre, il cliente ha la facoltà di ripristinare tale disponibilità; vi rientrano, cioè, anche i passaggi a debito dei conti non affidati e gli sconfinamenti.
  2. Finanziamenti per anticipi su crediti e documenti e sconto di portafoglio commerciale: vi rientrano i finanziamenti a valere su effetti, altri titoli di credito e documenti salvo buon fine, le operazioni di finanziamento poste in essere sulla base di un contratto di cessione del credito ex art. 1260 c.c. e le operazioni di sconto di portafoglio commerciale; non importa, inoltre, se tali tipologie siano o meno contabilmente gestite su conto corrente.
  3. Credito personale: vi rientrano i prestiti che non siano erogati sotto forma di apertura di conto corrente (altrimenti sarebbero da ricondurre alla categoria 1 di cui supra), e che rispondano alle caratteristiche di essere destinati a finanziare esigenze generiche di spesa o consumo personali, familiari o legate all’esercizio dell’attività professionale del cliente, nonché di essere erogati in un’unica soluzione e prevedano il rimborso in base ad un piano di ammortamento; possono avere durata sia superiore che inferiore ai diciotto mesi.
  4. Credito finalizzato: vi sono ricompresi i finanziamenti rateali relativi all’acquisto di uno o più specifici beni di consumo.
  5. Operazioni di factoring: questa categoria comprende gli anticipi erogati a fronte di un trasferimento di crediti commerciali, effettuati con la clausola pro solvendo o pro soluto, dal soggetto autorizzato (impresa fattorizzatta) a un intermediario specializzato (factor), che assume l’impegno della riscossione; vi rientrano, inoltre, tutti i rapporti di factoring, e non solo le operazioni effettuate ai sensi della legge 21 febbraio 1991, n. 52.
  6. Operazioni di leasing: sono riconducibili a questa categoria i finanziamenti realizzati con contratti di locazione di beni materiali (mobili o immobili) o immateriali (ad esempio il software), acquistati o fatti costruire dal locatore su scelta e indicazione del conduttore che ne assume tutti i rischi e con la facoltà di quest’ultimo di divenire proprietario dei beni locati al termine della locazione, dietro versamento di un prezzo stabilito.
  7. Mutui: la categoria fa riferimento ai finanziamenti oltre il breve termine (cioè durata superiore ai diciotto mesi) che siano assistiti, anche parzialmente, da garanzie reali, non abbiano la forma tecnica del conto corrente o del prestito personale, prevedano l’erogazione in un’unica soluzione e il rimborso tramite il pagamento di rate comprensive di capitale ed interessi; possono essere, inoltre, a tasso fisso o variabile.
  8. Prestiti contro cessione del quinto dello stipendio: si tratta, come si è detto, di una categoria che assume autonomo rilievo con il d.m. 24 settembre 1997 citato supra, e che fa riferimento alle erogazioni destinate ad essere restituite attraverso una cessione di parte dello stipendio; prima di ricevere autonoma collocazione, la categoria in esame rientrava tra gli altri finanziamenti alle famiglie.
  9. Altri finanziamenti a breve e a medio/lungo termine: questa è una categoria di carattere residuale in cui rientrano tutte le forme di finanziamento che non siano riconducibili alle categorie precedenti, ed in particolare: i finanziamenti non assistiti da garanzie reali (chirografari); i finanziamenti che non prevedono due o più erogazioni, anche se assistite da garanzie reali; i finanziamenti che presentano il pagamento dell’intera quota capitale e/o degli interessi in unica soluzione.

Al quarto comma dell’art. 644 c.p., poi, sono precisate le voci di costo delle operazioni creditizie rilevanti ai fini del calcolo del tasso-soglia: “Per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito” ([339]).

Come si vede, in definitiva, il precetto dell’art. 644 è soltanto generico e, per la determinazione in concreto dei comportamenti punibili, occorre un intervento tecnico-integrativo dei decreti del Ministro del Tesoro; in altre parole si è di fronte ad una norma penale in bianco ([340]).

Questo, tuttavia, non deve far sorgere perplessità di ordine costituzionale per violazione dell’art. 25, secondo comma, della Costituzione; come è stato rilevatosupra ([341]), infatti, bisogna ritenere che il decreto ministeriale è teso ad un intervento tecnico puramente specificativo degli elementi della fattispecie dell’usura, i quali sono già sufficientemente determinati dalla norma.

Da ultimo, l’interprete non può esimersi dal notare che appare chiaro come, con questa novella, il Legislatore sia riuscito ad aumentare il grado di determinatezza della fattispecie dell’usura, a restringere la discrezionalità interpretativa del giudice e a limitare le incertezze applicative che caratterizzavano il previgente art. 644 c.p.; a ciò, tuttavia, è legato anche il rischio di limitare l’accesso al credito legale, perché ora l’operatore bancario, con il timore di incorrere in un comportamento usurario, potrebbe razionare il credito alla clientela marginale ([342]).

2.4 La fattispecie di usura con «interessi sproporzionati» a carico di chi versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria (art. 644, 3° comma, II parte, c.p.)

La seconda fattispecie di usura introdotta dal Legislatore del 1996 ([343]), è disciplinata dall’art. 644, terzo comma, seconda parte, c.p.: essa si caratterizza per l’abbandono del criterio del tasso prefissato, e per la sanzione penale anche di quelle prestazioni che, pur non raggiungendo il detto tasso, risultino comunque sproporzionate rispetto alla controprestazione, avuto riguardo sia alle concrete modalità del fatto, che al tasso medio praticato per operazioni similari, quando il soggetto passivo si trovi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria.

La ratio normativa di questa fattispecie è legata ad almeno due esigenze di politica criminale: la prima, così come emerge anche dai lavori parlamentari ([344]), è legata alla necessità di colmare possibili vuoti di tutela; è prevedibile, infatti, che, a fronte di una predeterminazione del tasso usurario, vi sia una serie di pattuizioni di interessi i quali, ancorché non eccedenti il tasso-soglia, siano da considerarsi comunque sproporzionati e, dunque, da punire penalmente ([345]); la seconda,  è quella di sanzionare i comportamenti usurari connessi alle operazioni creditizie escluse dalla rilevazione dei tassi effettivi globali medi ([346]).

Questa fattispecie incriminatrice, dunque, che è stata da alcuni autori definita di “usurarietà in concreto” ([347]), sarebbe una sorta di chiusura del sistema di repressione del fenomeno usurario.

Il soddisfacimento di queste esigenze, tuttavia, così come accennato supra ([348]),ha comportato una riduzione del livello di determinatezza della fattispecie criminosa, tale da far sorgere, in capo a molti esponenti della dottrina ([349]), un dubbio di costituzionalità per violazione dell’art. 25, secondo comma, della Costituzione ([350]).

Gli elementi della fattispecie in parola che devono essere analizzati sono almeno quattro: gli interessi o vantaggi “comunque sproporzionati”, le “concrete modalità del fatto”, le “operazioni similari” e le “condizioni di difficoltà economica”.

Con riferimento all’inciso “interessi,…altri vantaggi o compensi che…risultano comunque sproporzionati”, bisogna rilevare come tale espressione si accosti notevolmente a quelle che in passato sono state usate dalla dottrina e, soprattutto, dalla giurisprudenza, che aveva ritenuto manifestamente infondata l’eccezione di costituzionalità sollevata in relazione al previgente art. 644 c.p. ([351]); sembra quasi che il Legislatore, al fine di non incorrere in censure per indeterminatezza della fattispecie, abbia voluto uniformarsi ai canoni definitori che si sono consolidati sotto il vigore della vecchia disciplina.

Vale osservare, inoltre, come il Legislatore faccia ora riferimento, oltre che agli interessi e agli altri vantaggi, anche ad un nuovo concetto, cioè ai compensi.

Non sembra, tuttavia, che tale nuovo elemento contribuisca a dare maggiore determinazione alla norma qui in esame: esso, infatti, alla luce dell’interpretazione che è stata data di altri vantaggi, vigente la vecchia normativa ([352]), può benissimo essere ricompreso in questi ultimi.

Per quanto riguarda la sproporzione, dato che ad essa non si accompagna un’ulteriore qualificazione (come ad esempio, notevole, manifesta o evidente), sembra necessaria un’interpretazione sistematica. Sicché, o tale sproporzione viene agganciata al dettato dell’ipotesi-base dell’usura, dovendosi, dunque, considerare sproporzionata la pattuizione di interessi o altri vantaggi o compensi, quando questi risultano essere superiori alla metà di quelli che normalmente vengono corrisposti per operazioni similari ([353]); o, come ritiene la dottrina maggioritaria, si fa riferimento al criterio offerto dall’art. 1448, secondo comma, c.c., che prevede la possibilità di rescissione per lesione del contratto a prestazioni corrispettive, qualora la lesione ecceda la metà del valore della prestazione eseguita o promessa dalla parte danneggiata ([354]).

Per valutare l’elemento delle “concrete modalità del fatto”, invece, l’interprete non ha alcun appiglio normativo: l’unica indicazione di rilievo, peraltro non decisiva perché priva di adeguata motivazione, sembra essere offerta dai lavori parlamentari, ove si dice che si tratta di un riferimento “ad ipotesi diverse dal prestito bancario” ([355]); stessa considerazione, inoltre, deve essere fatta in relazione all’inciso “operazioni similari” ([356]).

L’elemento delle “condizioni di difficoltà economica o finanziaria” si presenta nella stessa veste descrittiva usata dall’abrogato art. 644 bis c.p. e, dunque, ricopre lo stesso significato normativo di cui si è detto in occasione dello studio degli elementi dell’usura impropria ([357]); vi sono, tuttavia, due differenze: in primo luogo, nel nuovo art. 644, terzo comma, seconda parte, c.p., tutti i soggetti possono versare in tali condizioni, mentre prima si faceva riferimento ai soli imprenditori o professionisti; in secondo luogo – e ciò che più interessa – non è più richiesto che l’agente approfitti di tale stato.

Proprio in considerazione del suo connotato oggettivo, inoltre, si è rilevato da alcuni ([358]) che non si deve correre il rischio di “appiattire” l’elemento qui trattato con quello degli interessi sproporzionati di cui supra: ciascuno di essi riveste una propria autonomia e l’interprete non può presumere la presenza di condizioni di difficoltà economiche o finanziarie, dalla semplice pattuizione di interessi sproporzionati.

Si è aggiunto, inoltre, che l’uno e l’altro dei due requisiti debbono comunque presentarsi in termini oggettivamente apprezzabili, dovendosi ragionevolmente escludere che la situazione di difficoltà vada concepita “sulla base delle valutazioni soggettive, personali della vittima” ([359]).

In definitiva, si rileva che, da una parte, vi è una serie di nuove nozioni sfuggenti ed indefinibili che non contribuiscono a tipizzare la norma; dall’altra, si registra il venir meno di alcuni degli elementi (in particolare l’approfittamento, la limitazione dell’oggetto del contratto usurario al denaro o ad altra cosa mobile e lo stato di bisogno), che partecipavano alla determinazione della vecchia fattispecie dell’usura ex art. 644 c.p., anch’essa oggetto di dubbi di illegittimità incostituzionale ([360]).

In altre parole, si è di fronte ad una previsione penale che, sicuramente, non eccelle per la propria determinatezza e che, quindi, fa sospettare fortemente della sua legittimità costituzionale ([361]).

Tutto questo, poi, comporta un evidente rischio di restrizione del credito nei confronti dei soggetti economicamente più deboli: gli operatori bancari, infatti, alla luce del maggior rischio economico connesso all’operazione finanziaria, applicano tassi più elevati proprio ai soggetti che non sono in grado di offrire adeguate garanzie, e, dunque, per non incorrere nella sanzione penale, potrebbero essere indotti a non effettuare prestiti a tale tipo di clientela ([362]).

2.5 La fattispecie transitoria di usura ai sensi dell’art. 3 l.n. 108/1996

 La costruzione della nuova fattispecie normativa, prevista dal novellato art. 644 c.p. su un meccanismo piuttosto complesso di determinazione dei tassi-soglia, ha imposto la necessità di valutare, nell’attesa della emanazione dei decreti ministeriali previsti dai commi primo e secondo dell’art. 2 della l.n. 108/1996, a quale tipo di incriminazione ricondurre i fatti di usura che si verificano medio tempore.

Per la verità, smentendo ogni pessimismo che poteva scaturire dall’assenza, nella legge, di un termine perentorio, la classificazione delle operazioni omogenee, nonché la prima rilevazione trimestrale del tasso effettivo globale medio, sono intervenuti in tempi assai prossimi a quelli normativamente stabiliti: il primo comma dell’art. 3 l.n. 108/1996, infatti, prevede che “La prima classificazione di cui al comma 2 dell’articolo 2 (cioè la classificazione delle operazioni omogenee) verrà pubblicata entro il termine di centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge”, e che “Entro i successivi centottanta giorni sarà pubblicata la prima rilevazione trimestrale di cui al comma 1 del medesimo articolo 2 (cioè il tasso effettivo globale medio); ed in effetti, la prima è stata effettuata con il d.m. 23 settembre 1996 ([363]), mentre la seconda è stata recepita con il d.m. 22 marzo 1997 ([364]).

Dal momento di entrata in vigore della novella, fino a quello della pubblicazione del d.m. ultimo citato, si poneva quindi il problema di apprestare una disciplina avente ad oggetto i fatti verificatisi durante tale periodo di tempo.

In realtà, il Legislatore avrebbe avuto anche una seconda via, cioè quella di procrastinare l’entrata in vigore della legge, lasciando in vigore nel frattempo le vecchie ipotesi normative, al momento in cui sarebbero stata pubblicata la prima rilevazione trimestrale; tuttavia, si è preferito fare altrimenti, e così, l’art. 3 l.n. 108/1196, al secondo comma, dispone che, “Fino alla pubblicazione di cui al comma 1 dell’articolo 2 è punito a norma dell’articolo 644, primo comma, del codice penale chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 643 del codice penale, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, da soggetto in condizioni di difficoltà economica o finanziaria, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e ai tassi praticati per operazioni similari dal sistema bancario e finanziario, risultano sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità”; inoltre, per quanto riguarda la mediazione usuraria, “Alla stessa pena soggiace chi, fuori del caso di concorso nel delitto previsto dall’articolo 644, primo comma, del codice penale, procura a soggetto che si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria una somma di denaro o altra utilità facendo dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto, risulta sproporzionato rispetto all’opera di mediazione”.

Come si vede, tali fattispecie, ricalcano essenzialmente gli stessi elementi descrittivi della seconda ipotesi dell’usura (quella, cioè, ex art. 644, terzo comma, seconda parte, c.p.) ([365]), ma con delle differenze.

In primo luogo, per quanto riguarda la prima delle due, si fa riferimento, come criteri per qualificare usuraria la prestazione, oltre alle concrete modalità del fatto, anche ai tassi praticati per operazioni simili, cui si aggiunge, però, “dal sistema bancario e finanziario” ([366]).

In secondo luogo, con riguardo alla mediazione usuraria, la norma transitoria si rivela ancora meno determinata rispetto alla corrispondente ipotesi, disciplinata dall’ultima parte del terzo comma del nuovo art. 644 c.p., in quanto la sproporzione si deve desumere soltanto dalle “concrete modalità del fatto”, mancando il riferimento “al tasso medio praticato per operazioni similari” ([367]).

Francamente, non sembra che queste differenze rispetto alla seconda ipotesi di usura dell’art. 644, terzo comma, c.p., siano tali da far venir meno le perplessità di ordine costituzionale che erano state esposte in occasione della trattazione di quest’ultima ([368]); anzi, bisogna rilevare come, con riguardo alla mediazione usuraria transitoria, esse si aggravino ([369]).

In tema di successione di leggi penali nel tempo, infine, bisogna rilevare che i rapporti intercorrenti tra la normativa transitoria e quella finale, possono essere ricostruiti in due modi: se si considera la transitoria come una legge temporanea (e, francamente, risulta difficile fare altrimenti), si renderà applicabile il quarto comma dell’art. 2 c.p. ([370]), e quindi, di conseguenza, non potranno essere applicati né il terzo, né il secondo comma dello stesso articolo, con la impossibilità di applicare la disposizione più favorevole al reo (art.2, terzo comma, c.p.), e quella della cessazione dell’esecuzione della pena e degli effetti penali (art 2, secondo comma, c.p.); se si opina, invece, come è stato prospettato da alcuni, che “lo scopo dell’art. 3 l. 108/96 sia essenzialmente quello di «traghettare» l’usura dalla «vecchia» alla «nuova» incriminazione scongiurando vuoti di tutela e che esso sia perseguito attraverso una norma inserita nell’ambito di una legge di riforma destinata ad avere stabili effetti”, si arriva alla conclusione “di escludere che quella disposizione possa essere considerata come «legge temporanea» e quindi, in quanto tale,…l’art. 3 cit. sembra doversi ricondurre ad una sorta di disposizione transitoria che non esclude l’applicabilità del comma 3° dell’art. 2 c.p.” ([371]).

2.6 Punibilità della cosiddetta «usura reale»

La compiuta trattazione della questione, che non è di poco momento ([372]), rende necessario fare una premessa su cosa si intenda per usura reale.

Secondo alcuni, la cosiddetta usura reale si distingue da quella pecuniaria perché oggetto della prestazione del soggetto attivo non è una somma di denaro, bensì, oltre ad una “cosa mobile”, anche beni immobili e, soprattutto, servizi o attività professionali ([373]).

La dottrina maggioritaria, invece, ritiene che la prestazione di una “cosa mobile” deve essere fatta rientrare nel concetto di usura monetaria ([374]).

Prendendo ad oggetto la precedente normativa dell’usura, quindi, in base alla prima tesi, non si può affermare che il Legislatore non intendesse punire alcuna forma di usura reale, perché il riferimento, oltre che alla prestazione di denaro, anche al concetto di “altra cosa mobile”, faceva comunque più correttamente ritenere che egli avesse inteso reprimere anche l’usura reale, ma limitatamente ai beni mobili ([375]); per la tesi maggioritaria, invece, bisogna ritenere che, ancorché la previsione del vecchio art. 644 c.p. fosse iniqua, l’interpretazione letterale della stessa non consentisse la punibilità dell’usura reale.

Ad avviso del Violante ([376]), poi, l’esatta accezione dell’espressione cose mobili doveva essere desunta dall’art. 624 secondo comma del codice penale il quale, inteso come norma generale per tutti i delitti contro il patrimonio, comprenderebbe tra le cose mobili anche le energie non naturali economicamente valutabili ([377]) e dunque, per quanto concerne i nostri fini, le prestazioni di servizi e di attività professionali.

In altre parole, l’Autore riteneva che il vecchio art. 644 c.p. intendesse punire anche l’usura reale, così tuttavia rischiando di approdare ad una non consentita applicazione analogica (ex art. 14 delle preleggi) della norma penale ([378]).

A seguito della riforma intervenuta con la legge n. 108 del 1996, il problema si presenta in termini rinnovati: l’inciso “cose mobili”, infatti, è stato sostituito da“altra utilità”.

Posto che il concetto di altra utilità è più ampio e generico rispetto a quello di cose mobili, a prima vista sembra che il Legislatore si sia mosso nella direzione di coloro i quali ritenevano che la fattispecie normativa intendesse punire anche quelle forme di usura che si realizzavano con espedienti diversi rispetto alla pattuizione di interessi monetari; ed infatti, alcuni Autori hanno espresso tale opinione ([379]).

Ad una più attenta lettura del dato normativo, tuttavia, bisogna considerare le profonde differenze che intercorrono tra la nuova e la previgente normativa: l’originario art. 644 c.p., non contenendo la determinazione del tasso usurario, e risolvendosi, a livello interpretativo, nel concetto di “notevole sproporzione”, consentiva, almeno a livello teorico, di far rientrare nell’oggetto della prestazione dell’agente anche voci non esclusivamente monetarie; la nuova fattispecie, invece, con la predeterminazione del tasso usurario, e nonostante l’ampliamento ad ogni “altra utilità”, si rivela compatibile con la sola usura pecuniaria.

Va detto, infatti, che la norma in discorso è mutuata essenzialmente dal modello francese ([380]) il quale, a differenza di quello tedesco ([381]), attiene fondamentalmente all’usura pecuniaria, proprio in virtù del fatto che ravvisa il delitto nel superamento di un certo tasso di interesse.

Si potrebbe opinare che sia possibile aggirare tale problema attraverso l’espediente dell’affidare ad un perito la determinazione dell’equivalente, in termini monetari, della prestazione, e poi calcolare su di esso il relativo tasso, ma in tal caso, come si è giustamente rilevato, “il giudice «sussumerebbe» nella fattispecie astratta non già la fattispecie concretamente verificatasi, ma una «artificialmente» creata, il che non sembra proprio consentito all’interprete” ([382]).

Sembra, dunque, potersi concludere che la fattispecie del primo comma dell’art. 644 c.p., dato che prevede il requisito del tasso-soglia, sia applicabile ai soli casi di usura pecuniaria.

A questo punto, bisogna tuttavia chiedersi se l’usura reale non sia configurabile anche nella seconda fattispecie normativa dell’art. 644 c.p., cioè quella che non si caratterizza per la fissazione di un tasso usurario predeterminato, bensì per la previsione della punibilità di tutti quegli interessi che, ancorché inferiori a tale tasso, risultano essere comunque sproporzionati, avuto riguardo sia alle concrete modalità del fatto, sia al tasso medio praticato per operazioni similari, sempre che il soggetto passivo si trovi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria; ebbene, affinché non vi sia un clamoroso “passo indietro” rispetto al previgente art. 644 c.p. ([383]), sono percorribili due vie: o si applica la norma con esclusivo riferimento al criterio delle “concrete modalità di fatto”, interpretando la “e” dell’articolo come una “o”, oppure si interpreta estensivamente il termine “tasso”, come equivalente anche di “tariffa” o “prezzo”.

E’ da ritenere preferibile questa seconda opzione, poiché la prima, in realtà, necessiterebbe di un apposito intervento legislativo, come è avvenuto, in una situazione per molti versi analoga, con la “mini-riforma” dei reati contro la Pubblica Amministrazione del 1992 ([384]).

Per quanto riguarda la tematica dell’usura reale, quindi, sembra potersi sostenere che essa sia configurabile solamente nei casi in cui la fattispecie concreta renda applicabile la seconda parte del terzo comma dell’art. 644 c.p. ([385]); secondo alcuni, tuttavia, “…nonostante la novità legislativa, volta all’ampliamento della sfera di incriminabilità fino all’usura reale, sembra proprio mancare, allo stato, la possibilità pratica di applicare la fattispecie a tali ipotesi, dovendosi leggere la precisazione «e al tasso medio pratico per operazione similari» – indicazione valevole, purtroppo, per i soli interessi – come preclusiva di un apprezzamento che si basi esclusivamente su un giudizio in concreto della sproporzione delle prestazioni” ([386]).

2.7 L’usura con riguardo alle operazioni creditizie escluse dalla rilevazione dei tassi medi

Come esposto supra ([387]), la rilevazione dei tassi-soglia viene effettuata attraverso la pubblicazione di decreti ministeriali a base trimestrale ([388]).

Si è anche visto come siano state individuate nove categorie omogenee di operazioni creditizie; ora è giunto il momento di prendere in considerazione le operazioni escluse dalle rilevazioni dei tassi medi.

La Banca d’Italia, che ai sensi dell’art. 2 l.n. 108/1996 interviene sia nel procedimento di rilevazione trimestrale dei tassi medi, che in quello di classificazione annuale delle operazioni per categorie omogenee, ha emanato, con nota del 30 settembre 1996, le “Istruzioni per la rilevazione del tasso effettivo globale medio ai sensi della legge sull’usura”, le quali prevedono dodici categorie di operazioni escluse:

  1. Operazioni con non residenti: per l’individuazione delle operazioni con “non residenti” va assunta la definizione vigente nell’ambito della disciplina valutaria italiana.
  2. Operazioni in valuta estera: a partire dalla segnalazione relativa al primo trimestre del 1999, per operazioni in valuta si intendono i finanziamenti denominati in valute diverse dall’EURO e, per il periodo compreso tra il 1° gennaio 1999 e il 31 dicembre 2001, dalle valute nazionali dei Paesi facenti parte dell’UEM; devono essere considerate come in valuta anche le operazioni che prevedono clausole di indicizzazione finanziaria collegate all’andamento del tasso di cambio dell’EURO, o delle altre valute nazionali dei Paesi facenti parte dell’UEM con una determinata valuta o con un paniere di valute.
  3. Posizioni classificate a sofferenza: per posizioni classificate a sofferenza si intendono le esposizioni nei confronti di soggetti in stato di insolvenza (anche non accertato giudizialmente) o in situazioni sostanzialmente equiparabili, indipendentemente dalle eventuali previsioni di perdita formulate dall’azienda. Sono esclusi dalla rilevazione i rapporti che risultano classificati in sofferenza alla fine del trimestre di riferimento.
  4. Crediti ristrutturati o in corso di ristrutturazione: per crediti ristrutturati si intendono i crediti in cui un pool di intermediari (o un intermediario “monoaffidante”), nel concedere una moratoria al pagamento del debito, rinegozia il debito a tassi inferiori a quelli di mercato; sono esclusi i crediti nei confronti di imprese per le quali sia prevista la cessazione dell’attività (ad esempio casi di liquidazione volontaria o situazioni similari). Per crediti in corso di ristrutturazione si intendono i crediti per i quali ricorrano le seguenti condizioni: la controparte risulti indebitata presso una pluralità di intermediari; il debitore abbia presentato istanza di consolidamento da non più di 12 mesi. Sono esclusi dalla rilevazione i rapporti che risultano oggetto di ristrutturazione alla fine del trimestre di riferimento.
  5. Operazioni a tasso agevolato: per operazioni a tasso agevolato si intendono i finanziamenti eseguiti a tasso inferiore a quello di mercato in virtù di provvedimenti legislativi che dispongono la concessione del concorso agli interessi e/o l’impiego di fondi di provenienza statale o regionale ovvero di altri enti della Pubblica Amministrazione. Ai fini della rilevazione, sono assimilati a tali finanziamenti quelli erogati a condizioni di favore in considerazione di calamità naturali o di altri eventi di carattere straordinario.
  6. Operazioni a tassi promozionali e convenzionati: per operazioni a tassi promozionali si intendono i finanziamenti a “tasso zero” e quelli concessi a tassi di favore nell’ambito di campagne promozionali pubblicizzate e limitate nel tempo. Per operazioni a tassi convenzionati si intendono i finanziamenti concessi a tassi di favore: ai dipendenti dell’intermediario, ovvero di società del gruppo di appartenenza; ad altri soggetti, in virtù di convenzioni che prevedano l’applicazione di condizioni parimenti favorevoli rispetto a quelle praticate ai soggetti di cui appena detto; ai soci degli organismi costituiti esclusivamente tra i dipendenti di una medesima Amministrazione Pubblica di cui al d.m. 29 marzo 1995 (in Gazzetta Ufficiale del 12 aprile 1995, n. 86); sono, altresì, esclusi dalla rilevazione i finanziamenti concessi a tassi di favore in virtù di convenzioni che prevedono l’applicazione di tassi inferiori o uguali a quelli praticati ai dipendenti, nonché a tassi superiori fino ad un punto percentuale, sempre che il tasso stesso non superi il prime rate (ossia il tasso di interesse sui prestiti concessi alla clientela di primo ordine) praticato dall’intermediario concedente.
  7. Finanziamenti revocati: sono esclusi dalla rilevazione i rapporti che risultano revocati alla fine del trimestre di riferimento.
  8. Posizioni relative a utilizzi per soli saldi liquidi, che non hanno fatto registrare saldi contabili a debito: trattasi di operazioni tipiche del settore bancario; esse, tuttavia, possono ricorrere anche nell’ambito di rapporti regolati in conto corrente ordinario (ad esempio, rapporti di factoring).
  9. Posizioni affidate con utilizzo contabile nullo nel periodo di riferimento: anche queste sono operazioni tipiche del settore bancario.

10.Finanziamenti finalizzati alla commercializzazione di specifici beni (cosiddetti “finanziamenti di marca”), concessi a tassi di favore da parte degli intermediari specializzati, spesso collegati alle imprese produttrici dei medesimi beni, generalmente nell’ambito di contratti di fornitura.

11.Operazioni di finanziamento effettuate nei confronti di società del gruppo di appartenenza.

12.Finanziamenti effettuati con fondi raccolti mediante emissione di “obbligazioni di serie speciale con la clausola di convertibilità in azioni di società terze”, regolati a condizioni prossime a quelle della relativa provvista ([389]).

Con riguardo a queste dodici categorie, sorge il problema di stabilire quale tra le due fondamentali fattispecie di usura introdotte dalla l.n. 108/1996 sia applicabile ad esse; il solo fatto che alcune operazioni finanziarie siano escluse dalla rilevazione dei tassi, infatti, non comporta che tali operazioni siano, per ciò stesso, sempre e comunque lecite ([390]).

Tale questione, durante i lavori preparatori della legge, è stata trascurata, ragion per cui l’interprete non ha nemmeno riferimenti sulle intenzioni del Legislatore.

E’ necessario, allora, interpretare direttamente le due fattispecie di usura, disciplinate rispettivamente dal primo comma e dalla seconda parte del terzo comma dell’art. 644 c.p., per verificare se siano applicabili o meno ai “casi di vita” in cui vengono poste in essere le operazioni escluse.

Per quanto riguarda la fattispecie residuale, cioè quella di usurarietà in concreto, nulla sembra escludere la sua compatibilità con siffatto tipo di operazioni; il fatto che la previsione normativa faccia riferimento agli “interessi, anche se inferiori”, non deve essere fuorviante: il dato importante, infatti, è che essa si rende applicabile in tutti quei casi in cui, avuto riguardo “alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari”, gli interessi dati dal soggetto passivo, o semplicemente pattuiti, “risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità” del soggetto attivo.

In altre parole, questa fattispecie di usura non distingue tra operazioni incluse ed escluse, non deve interessare che si sia in presenza delle une o delle altre; ogni qualvolta ricorreranno i requisiti richiesti dall’art. 644, seconda parte, terzo comma, c.p., sarà stato comunque commesso il delitto di usura.

La questione è più problematica con riguardo alla fattispecie del primo comma: essa è saldamente ancorata alla rilevazione trimestrale del tasso effettivo medio globale e, dunque, non si vede come possa essere applicata ad una fattispecie concreta in cui sia posta in essere una operazione esclusa.

Certo, da un lato, ragioni di equità, di uniformità di trattamento, nonché il timore di fornire ai creditori facili strumenti di elusione della normativa anti usura, suggeriscono di assoggettare alla fattispecie in parola anche le operazioni escluse dalla rilevazione attraverso l’applicazione dei tassi rilevati per categorie “affini” di operazioni; dall’altro, però, il divieto di analogia vigente in materia penale impedisce una siffatta applicazione.

Sembra potersi sostenere, tuttavia, che la fattispecie di “usurarietà in concreto” fornisca da sola uno strumento di repressione; è stata prospettata, infatti, la possibilità di rilevare la sproporzione tra gli interessi e la prestazione del soggetto attivo “attraverso il riferimento a quel finanziamento incluso nella rilevazione dei tassi, che risulti affine – per tipologia, caratteristiche strutturali, rischi operativi, garanzie prestate, natura ed importo – alla operazione esclusa: così, ad esempio, per un mutuo erogato a non residenti (v. par. B2, n. 1, delle Istruzioni della Banca d’Italia) si potrà far riferimento – come «tasso medio praticato per operazioni similari» – al tasso medio rilevato per un mutuo della stessa natura e di corrispondente fascia di importo concesso a residenti” ([391]).

2.8 L’elemento soggettivo

In chiusura della disamina dei requisiti delle nuove fattispecie di usura, è d’obbligo qualche rilievo in materia di elemento soggettivo.

Oggi, come nella previgente disciplina, il dolo richiesto sia per l’una (quella principale), che per l’altra ipotesi (quella residuale), è di tipo generico.

Con riferimento alla fattispecie ex primo comma dell’art. 644 c.p., perché si integri il dolo è sufficiente la volontà di farsi dare o promettere, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi superiori al limite legale; sotto l’imperio della vecchia disciplina, invece, l’elemento psicologico era rappresentato dal consapevole approfittamento della situazione di bisogno del soggetto passivo ([392]).

In altre parole, sempre con riferimento all’ipotesi di usura con tasso-soglia predeterminato, il problema è grandemente semplificato a livello probatorio, grazie all’eliminazione dello “approfittamento dello stato di bisogno”; tale semplificazione, inoltre, è dovuta anche alla pubblicazione trimestrale del tasso effettivo globale medio ([393]).

Ciò, tuttavia, non sta a significare che siano stati risolti tutti i problemi relativi al requisito dell’elemento soggettivo; rimangono, infatti, quelli riguardanti la disciplina dell’errore.

Come si sa, in questo campo bisogna distinguere l’errore di fatto, disciplinato dall’art 47 c.p. ([394]), dall’errore di diritto, il quale trova una sua autonoma disciplina nell’art. 5 c.p. ([395]).

Per quanto riguarda il primo dei due, non vi sono particolari dubbi: la volontà colpevole è esclusa dall’errore di fatto ex primo comma dell’art. 47 c.p. se, ad esempio, il soggetto attivo calcola male gli interessi ottenuti o pattuiti, ovvero qualifica erroneamente il tipo di operazione stipulata, a causa di una errata percezione della situazione concreta ([396]).

La questione dell’errore di diritto, invece, risulta essere più complicata: bisogna dire, innanzitutto, che ai fini dell’ipotesi-base di usura, dato che la fattispecie si configura come una “norma penale in bianco” che viene integrata dai decreti ministeriali pubblicati trimestralmente ([397]), l’errore di diritto si dovrebbe configurare come errore sulla “legge extra-penale”, e, di conseguenza, dovrebbe ritenersi applicabile il terzo comma dell’art. 47 c.p. ([398]).

    Se si aderisce, tuttavia, al consolidato orientamento della Cassazione, per cui l’errore su legge extra penale si risolve sempre su di una norma integratrice del precetto ([399]), si deve concludere che trattasi di un errore su legge penale, rilevante ex art. 5 c.p.

In altre parole, tale errore non escluderebbe il configurarsi del requisito dell’elemento soggettivo e, dunque, il soggetto agente commetterebbe ugualmente il delitto di usura previsto dal primo comma dell’art. 644 c.p.

Alla luce della giurisprudenza costituzionale più volte richiamata ([400]), tuttavia, deve ritenersi che la questione ha perso notevolmente di rilevanza pratica; il soggetto che incorrerà in errore scusabile, infatti, non dovrà essere ritenuto punibile, dato che in tal caso si renderà applicabile l’art. 47, terzo comma, c.p.

Riguardo alla seconda ipotesi di usura, il discorso dell’elemento soggettivo è parzialmente diverso: perché vi sia dolo, il soggetto attivo deve essere consapevole sia delle “condizioni di difficoltà economiche o finanziarie” del soggetto passivo, sia della sproporzione degli interessi pattuiti, rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità.

Ebbene, se da una parte l’eliminazione dello “approfittamento” richiesto dall’abrogato art. 644 bis c.p., in favore della semplice consapevolezza delle condizioni di difficoltà economiche o finanziarie, determina un’evidente semplificazione di carattere probatorio, e rende più plausibile la configurabilità del dolo eventuale ([401]); dall’altra, non si può affermare che le incertezze applicative vengano eliminate del tutto: sol che si consideri che la fattispecie in parola richiede un tasso di interesse inferiore a quello definito dalla legge come usurario, infatti, ci si rende conto delle difficoltà che possono incontrarsi nel provare la consapevolezza, in capo al soggetto attivo, del carattere sproporzionato degli interessi ([402]).

Per concludere l’analisi dell’elemento soggettivo, bisogna dire che non sorgono particolari problemi in ordine alla configurabilità del tentativo; sia con riguardo all’ipotesi principale che a quella residuale, infatti, è ben possibile che il soggetto compia atti idonei, diretti in modo non equivoco ad ottenere la promessa o la corresponsione di interessi o altri vantaggi usurari ([403]).

§3 DISCIPLINA DELLA PRESCRIZIONE ED I SUOI EFFETTI IN ORDINE ALLA NATURA GIURIDICA DEL DELITTO DI USURA

3.1 Premesse

Nel vigore della vecchia disciplina, dottrina ([404]) e giurisprudenza ([405]) erano sostanzialmente concordi nel ritenere che l’usura si perfezionasse con la semplice promessa degli interessi o vantaggi usurari, anche se la concreta corresponsione avveniva successivamente.

Si affermava, inoltre, che il reato era istantaneo, se vi era un pagamento degli interessi contestuale alla pattuizione, ed istantaneo con effetti permanenti, se tale pagamento avveniva successivamente ([406]).

A seguito della l.n. 108/1996, il problema dell’individuazione della natura giuridica del reato, sembra presentarsi con caratteri innovativi, non tanto per una diversità strutturale della nuova fattispecie di usura stricto sensu, quanto per la specifica previsione del nuovo art. 644 ter c.p.

La natura giuridica dell’usura è importante perché essa, a seconda di come viene ricostruita, ha particolari riflessi nella “vita reale”: tra i vari problemi sollevati dalla nuova disciplina, infatti, quelli maggiormente dibattuti e sentiti, sono relativi all’applicabilità dei nuovi parametri ai mutui stipulati anteriormente all’entrata in vigore della l.n. 108/1996, e alla liceità di tutti quei finanziamenti i cui tassi di interesse, inferiori al limite stabilito dai decreti ministeriali al momento della pattuizione, siano successivamente divenuti superiori, per effetto della nuova rilevazione trimestrale.

Per tentare di dare una risposta a tale dibattuta problematica, è appunto necessario analizzare l’art. 644 ter c.p.: esso, come è stato accennato in apertura del capitolo ([407]), è stato introdotto dall’art. 11 della novella, e stabilisce che “la prescrizione del reato di usura decorre dal giorno dell’ultima riscossione sia degli interessi che del capitale”.

Premettendo che la disposizione appare, prima facie, mutuata dalla disciplina francese ([408]), è essenziale, ai nostri fini, rapportarla all’art. 158 c.p., il cui primo comma dispone: “Il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato permanente o continuato, dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione”.

Come si vede, entrambe le norme si occupano della disciplina della prescrizione: la prima, con esclusivo riferimento all’usura; la seconda, invece, è inserita nel libro I del codice penale, intitolato “dei reati in generale” e, dunque, rappresenta uno dei principi generali del diritto penale italiano ([409]).

A prima vista, la lettura dei due articoli potrebbe indurre a ritenere che, con riguardo alla nuova fattispecie di usura, si verifichi una situazione di perdurante consumazione sino al giorno dell’ultima riscossione degli interessi e del capitale ma, in realtà, il discorso merita di essere approfondito.

I primi commenti della dottrina hanno offerto soluzioni diverse: a fronte di chi ha continuato a sostenere la tesi tradizionale del reato istantaneo ([410]), c’è chi ha preferito sposare quella del reato permanente o eventualmente permanente ([411]), e chi, infine, ha mantenuto una posizione dubitativa e problematica ([412]).

A favore della tesi del reato istantaneo, si è sostenuto che l’art. 644 ter c.p. si limiti a fissare una deroga all’art. 158 c.p., motivata dall’esigenza di estendere i limiti temporali per la repressione del fenomeno usurario, senza incidere sulla struttura del delitto, e dunque sul momento consumativo dello stesso.

In direzione opposta, invece, si è detto che la nuova fattispecie introdotta all’art. 644 ter abbia fornito una precisa indicazione circa la natura permanente del reato.

Purtroppo, posta l’estrema sinteticità sul punto, anche i lavori parlamentari della l.n. 108/1996 non evidenziano con chiarezza la voluntas legis.

L’emendamento poi sfociato nell’art. 644 ter c.p., infatti, è stato per la prima volta proposto, ma non illustrato, dai Senatori Laforgia e Favuzzi durante la seduta della Commissione Giustizia del Senato del 22 febbraio 1996.

Dopo l’approvazione al Senato, il disegno di legge è ritornato alla Camera dei Deputati, dove l’art. 644 ter è stato letto ed interpretato in modo contrastante ([413]): secondo l’Onorevole Fragalà, si tratta di una norma che incrina il sistema del nostro ordinamento, perché “non tiene conto del principio per cui il termine di prescrizione decorre dalla consumazione del reato”; secondo l’Onorevole Parenti, invece, la nuova norma “inquadra l’usura come reato permanente”.

Nella stessa seduta del 28 febbraio 1996, l’Onorevole Carlo Conti ha proposto un emendamento secondo cui il limite oltre il quale gli interessi diventano usurari “deve essere valutato con riferimento al momento di concessione del finanziamento”.

Nonostante il parere favorevole del Governo ([414]), tale emendamento è stato respinto senza alcun dibattito sul punto.

In definitiva, dall’esame dei lavori parlamentari, sembra emergere che il legislatore non abbia ponderato con attenzione se dare all’art. 644 ter c.p. un significato esclusivamente processuale, volto soltanto a posticipare il decorso della prescrizione, ovvero un contenuto sostanziale, volto a riconoscere la natura permanente del reato, che si consumerebbe all’atto dell’ultima riscossione.

Date l’ampiezza e l’incertezza delle posizioni, dunque, sarà consigliabile effettuare una trattazione separata delle principali tesi in argomento.

3.2 La tesi dell’usura come reato permanente o eventualmente permanente e la giurisprudenza di merito immediatamente successiva all’entrata in vigore della l.n. 108/1996

Coloro i quali ritengono che il delitto di usura sia un reato permanente ([415]) o eventualmente permanente ([416]), basano le proprie teorie su numerose e diverse argomentazioni.

Comune a tutti, però, sembra essere quella per cui l’art. 644 ter c.p. non sia una norma in deroga al primo comma dell’art. 158 c.p., ma fornisca, piuttosto, una interpretazione autentica della fattispecie di usura.

In altre parole, secondo questi autori, posto che la norma generale dispone che “il termine della prescrizione decorre…per il reato permanente o continuato, dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione”, e che l’art. 644 c.p. prevede che “la prescrizione del reato di usura decorre dal giorno dell’ultima riscossione sia degli interessi che del capitale”, bisogna credere che il Legislatore, avendo ancorato il termine prescrizionale al giorno dell’ultimo pagamento da parte dell’usurato, abbia fornito una precisa indicazione circa la natura permanente del reato.

Nel caso di una dazione periodica degli interessi, inoltre, si sarebbe in presenza di una condotta unitaria, che ha l’effetto di attuare una lesione perdurante del patrimonio del soggetto passivo.

Secondo Manna ([417]), la nuova disciplina della prescrizione, che incide profondamente sulla natura giuridica del delitto di usura, sembra riproporre ciò che da tempo sia la dottrina italiana ([418]), che tedesca, hanno individuato per certe categorie di reato, ossia un potenziale “sdoppiamento” fra un momento consumativo “formale”, consistente nel minimo necessario affinché lo stadio del tentativo sia superato, e si determini quindi la piena punibilità del soggetto attivo, ed un momento consumativo “sostanziale”, che si verifica allorché il fatto raggiunge la sua massima gravità concreta, e, quindi, il suo completo svolgimento.

Ad avviso dell’Autore, tale distinzione, che in fondo equivale a quella tra momento perfezionativo e consumativo del reato ([419]), può risultare di notevole ausilio nella identificazione della “rinnovata” natura giuridica del delitto di usura: nell’ipotesi in cui vi sia una perdurante “compressione” del patrimonio del soggetto passivo, conseguente allo stato di “soggezione” in cui versa quest’ultimo, infatti, bisogna parlare di reato permanente.

L’usura, dunque, non in tutti casi è caratterizzata dalla permanenza, ma solo in quelli ove è presente una continuazione delle prestazioni del soggetto passivo; detto in altre parole, si tratta di un reato eventualmente permanente, non intendendosi, con ciò, far riferimento ad un’autonoma categoria di reati, bensì ad un dato “fenomenico” dello stesso.

Sulla scorta di queste considerazioni, il De Angelis aggiunge che “la qualificazione del reato come eventualmente permanente, da un lato si inquadra perfettamente con la nuova struttura oggettivistica dell’usura – caratterizzata dal superamento del requisito dello stato di bisogno e dal dato obiettivo della controprestazione non conforme ai parametri legali – e, dall’altro, comporta riflessi di notevole importanza sul piano pratico e quindi su quello della effettività della tutela (tra tutti si pensi alla possibilità dell’arresto in flagranza non solo al momento dell’accordo – che di fatto, emerge solo molto tempo dopo dalla sua stipulazione – ma anche in quello della riscossione dei singoli ratei di interessi, cioè, secondo il comune sentire, nel momento topico del reato)” ([420]).

Per quanto riguarda la giurisprudenza, le prime pronunce successive alla novella, hanno affrontato, dal punto di vista civilistico ([421]), il delicato problema, di cui si è anticipato supra ([422]), del caso di conclusione di una operazione finanziaria precedente alla l.n. 108/1996, il cui tasso di interesse, di per sé non usurario al momento della stipulazione, successivamente all’entrata in vigore della novella, sia divenuto superiore al nuovo tasso-soglia rilevato.

Sia il Tribunale di Milano del 13 novembre 1997 ([423]), che il Tribunale di Velletri del 3 dicembre 1997 ([424]), si sono orientati nel senso di ritenere valide le clausole contrattuali attraverso le quali risultino pattuiti interessi superiori all’attuale tasso globale medio aumentato della metà, ancorché la pattuizione sia cronologicamente anteriore all’entrata in vigore della legge del 1996 sull’usura, stante il principio giurisprudenziale consolidato in sede civile, secondo cui il giudizio di validità del contratto deve essere condotto con riferimento alla normativa in vigore al momento della genesi di esso.

Senza prendere, in questa sede, posizioni su tale giurisprudenza, e riservandoci di farlo successivamente ([425]), occorre anticipare che i primi commenti a tali sentenze hanno segnalato la dubbia correttezza delle soluzioni in concreto adottate ([426]).

Bisogna sottolineare, inoltre, che mentre la prima delle pronunce in parola non ha operato alcuna invasione di campo, lasciando impregiudicato il tema strettamente penalistico ([427]), il giudice di Velletri ha deliberato, sia pure incidentalmente, che “la dazione di interessi usurari successiva alla data della pubblicazione della prima rilevazione trimestrale del tasso globale medio, da sola considerata, è sufficiente ad integrare il reato di usura” ([428]).

E’ questa la parte della decisione che ha suscitato maggiori perplessità, poiché essa, pur movendosi in un ambito civilistico, finisce per affermare che la percezione di interessi superiori al tasso-soglia, anche quando derivi da finanziamenti a tasso fisso stipulati prima della fissazione del limite legale, darebbe luogo alla condotta tipica del reato di usura.

Il principio è ancor più preoccupante, inoltre, sol che si consideri che esso si rende applicabile, stante la variabilità del tasso effettivo globale medio (in quanto esso è collegato alla rilevazione trimestrale del tasso effettivo globale medio per operazioni omogenee), anche a tutti i contratti stipulati successivamente all’entrata in vigore della l.n. 108/1996, i quali, essendo stati stipulati nei limiti del tasso-soglia vigente ad una certa data, diventerebbero illeciti per una successiva diminuzione di esso.

3.3 La tesi secondo cui la verifica di usurarietà può operarsi solo al momento della pattuizione e la critica alla decisione del Tribunale di Velletri

I sostenitori della tesi del reato istantaneo, del reato istantaneo con effetti permanenti, nonché quelli che non prendono definitiva posizione su tale classificazione, sono tutti concordi nel ritenere che la verifica dell’usurarietà degli interessi deve essere effettuata al momento della pattuizione degli stessi ([429]).

Anzitutto, si dice, non pare che si possa attribuire al nuovo art. 644 ter c.p. la portata di norma contenente una sorta di interpretazione autentica sulla natura dell’usura; le ragioni dell’introduzione della nuova fattispecie, infatti, vanno ricercate altrove: il rapporto che lega usurato e usuraio, infatti, sovente si traduce in una forma di sudditanza del primo rispetto al secondo, ed è accaduto non di rado, in passato, che rapporti usurari siano stati denunciati a distanza tale dalla stipula del patto, da indurre a dichiarare estinto il reato per intervenuta prescrizione ([430]).

Allora, sembra proprio che lo scopo della innovazione legislativa sia quello di eliminare un rischio di tal genere ([431]); prova ne sia che, con la l.n. 108/1996, viene istituito un fondo di solidarietà per le vittime dell’usura ([432]), il quale, se da un lato risponde a chiare finalità di tipo solidaristico, dall’altro, costituisce il necessario pendant diretto a spezzare siffatto rapporto.

In secondo luogo, si deve escludere, in base a considerazioni di carattere giuridico e logico, che un finanziamento inizialmente regolare possa diventare, medio tempore, usurario: poiché, infatti, la condotta del nuovo art. 644 c.p., il quale in questa parte ricalca il previgente (“si fa dare o promettere,…in corrispettivo di una prestazione”), si incentra nella definizione del vincolo sinallagmatico tra le parti, e quindi delle prestazioni reciproche, il momento perfezionativo dell’usura si radica ancor oggi nella pattuizione del credito.

In altre parole, anche ad ammettere che il Legislatore abbia voluto configurare l’usura come reato permanente, il perdurante stato di consumazione dovrebbe comunque iniziare al momento della pattuizione, per poi svilupparsi con carattere di unitarietà ([433]).

Dire, infatti, che la prescrizione decorre da un fatto lecito, come è la restituzione del capitale mutuato (v. art. 644 ter c.p.), non può non significare che la causa estintiva decorre da un momento convenzionale, che non coincide con la realizzazione o l’esaurimento della condotta criminosa ([434]).

Se il reato in questione si considerasse permanente, esso potrebbe essere riconnesso ad ogni dazione di interessi pretesi, con la conseguenza che si perderebbe il parametro di riferimento certo dell’usurarietà dei tassi, che diventerebbe “flottante” di trimestre in trimestre (a seguito di ogni rilevazione trimestrale dei tassi ad opera del Ministero del Tesoro); ciò, oltre a non essere in sintonia con le scelte legislative, comporterebbe un andamento “sinusoidale” del delitto, che potrebbe nascere come contratto lecito, divenire usurario alla variazione dei tassi (o viceversa) e così via discorrendo ([435]).

Altro elemento a riprova di quanto qui si sostiene, poi, lo si trova nel disposto del terzo comma dell’art.2 della l.n. 108/1996: esso fa obbligo alle banche, agli intermediari finanziari e a ogni altro ente autorizzato all’erogazione del credito di affiggere nella rispettiva sede, e in ciascuna delle proprie dipendenze aperte al pubblico, in modo facilmente visibile, apposito avviso contenente la classificazione delle operazioni e la rilevazione dei tassi ad opera delle competenti autorità; ebbene, questo è uno strumento pubblicitario ovviamente finalizzato ad un’adeguata informazione della clientela nel momento della contrattazione e, quindi, nel momento in cui vengono pattuiti gli interessi ([436]).

Anche l’Associazione Bancaria Italiana (A.B.I.) si è interessata del problema dei rapporti di credito in corso di esecuzione: l’Associazione distingue tra operazioni a tasso fisso o comunque indicizzato secondo parametri fissi e prestabiliti, ed operazioni a tasso variabile; per quanto riguarda le prime, si sostiene che i rapporti antecedenti non dovrebbero essere interessati dalla nuova disciplina, in virtù del principio contenuto nell’art. 2 c.p. della irretroattività della legge penale; riguardo alle seconde, invece, si sostiene che bisogna valutare di volta in volta se il nuovo tasso permane al di sotto della soglia di illiceità ([437]).

A queste argomentazioni va aggiunta anche quella che prende in considerazione il dettato della Costituzione: l’art. 25, secondo comma, Cost., infatti, dispone che“Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”; questo articolo, in altre parole, esprime il fondamentale principio nullum crimen, nulla poena sine previa lege penali.

Non può ricadere, dunque, sotto sanzione penale un comportamento che, al momento in cui è posto in essere, non costituisce reato: il cittadino, quando agisce, deve sapere esattamente quello che è vietato e quello che è permesso e, quindi, se all’atto della pattuizione, che rappresenta il momento consumativo del reato, gli interessi non sono usurari, eventuali diminuzioni dai tassi medi non possono far considerare integrato il reato ([438]).

Sempre prendendo in considerazione il dettato costituzionale, bisogna aggiungere che, a voler imporre la verifica di usurarietà in un momento successivo alla stipula di un contratto ab origine lecito e regolare, si determinerebbe una violazione del principio della autonomia privata posto dall’art. 41, primo comma, Cost. ([439]): si imporrebbe, infatti, al creditore l’obbligo di modificare le previsioni di un contratto che era pienamente legittimo al momento della pattuizione, e che era parametrato alle condizioni di mercato, alle scelte imprenditoriali, ai rischi ed all’alea vigenti in quel preciso momento storico.

Tale ultima affermazione è legittimata dallo stesso secondo comma dell’art 1815 c.c., così come modificato dall’art. 4 della l.n. 108/1996: questo articolo, come visto supra ([440]), dispone che “se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”; ebbene la previsione della nullità, che ha effetti ex-tunc, e la previsione che non sono dovuti interessi, appaiono irragionevoli se riferite all’ipotesi di un contratto con tasso di interessi regolare al momento della stipula, perché finirebbero per travolgere addirittura i ratei legittimamente riscossi ([441]).

Bisogna aggiungere, poi, che il Legislatore, con l’art. 1815 c.c., ha disciplinato la sola ipotesi della pattuizione di interessi usurari, e non anche quella di corresponsione degli stessi: questo conferma che la qualificazione degli interessi va determinata con riguardo al momento in cui essi vengono pattuiti ([442]).

Altra disposizione rilevante ai fini del discorso che si sta svolgendo, è quella contenuta nell’art. 3 Cost.: come si sa, esso fissa il principio fondamentale di parità formale e sostanziale di tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzioni di sorta; se si dicesse che la verifica di usurarietà deve essere operata in un momento successivo alla pattuizione degli interessi, si sosterrebbe che la legge abbia optato per un’irragionevole ed ingiustificata disparità di trattamento tra le parti contrattuali, perché addosserebbe esclusivamente sul creditore, oltre alla normale alea collegata a qualsiasi contratto sinallagmatico, anche il rischio ulteriore del modificarsi del tasso medio, posto che quest’ultimo non è assolutamente prevedibile al momento della stipula ([443]).

Venendo alla pronuncia del Giudice dell’esecuzione presso il Tribunale di Velletri, di cui si è detto supra ([444]), bisogna precisare, innanzitutto, che l’assunto secondo cui il delitto di usura si configurerebbe per il solo fatto di “ricevere – in data successiva al 2 aprile 1997 – importi comprensivi di interesse a tasso superiore al limite individuato dall’art. 2 l. 108/1996”, nonostante che “la corresponsione avvenga in forza del precedente contratto” ([445]), viene motivato con tre ordini di considerazioni.

In primo luogo, si afferma che “la norma incriminatrice nel suo tenore letterale non fornisce alcun argomento per considerare la precedente pattuizione in termini di esimente; viene individuata una soglia oggettiva oltre la quale l’interesse è comunque usurario, indipendentemente se abbia fonte di un contratto precedente ovvero successivo all’entrata in vigore della legge” ([446]) .

Ebbene, si è rilevato ([447]) che questa argomentazione è da considerarsi errata sia sotto un profilo logico, sia sotto un profilo tecnico-penale: sotto il primo, essa rovescia i termini del problema; non si tratta, infatti, di vedere se la precedente pattuizione sia o meno una “esimente” rispetto alla percezione di interessi divenuti superiori al tasso-soglia dopo l’entrata in vigore della legge, ma, piuttosto, di verificare se la norma si incentri soltanto sul momento della percezione o promessa di interessi ex post divenuti usurari, ovvero si riferisca alla dazione ed alla promessa in termini sinallagmatici rispetto alla prestazione di denaro o altra utilità.

Sotto il secondo, poi, bisogna rilevare che la struttura sinallagmatica della nuova fattispecie di usura, risulta essere del tutto invariata rispetto a quella che presentava il previgente art. 644 c.p.: entrambe, infatti, presuppongono una dazione o promessa di interessi usurari, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità; dunque, ancor oggi, uno degli elementi costitutivi della fattispecie è il momento della pattuizione ([448]).

Il secondo argomento addotto dal giudice, è quello per cui la nuova legge anti usura delineerebbe una “fattispecie incriminatrice diversa: ai tre presupposti della stato di bisogno, del consapevole approfittamento e della sproporzione, si sostituisce quello della dazione di interessi oggettivamente superiori alla soglia individuata per legge”; dunque, “la dazione di interessi usurari non può essere relegata al ruolo di puro e semplice effetto lecito in quanto derivante da una pattuizione lecita” ([449]).

Bisogna dire, anche qui, che il ragionamento non regge ad una più attenta analisi della fattispecie risultante dalla novella: ancorché siano venuti meno uno o più requisiti in favore di altri, infatti, ciò non appare sufficiente a spostare il momento consumativo sul solo elemento della dazione, relegando la promessa (o la pattuizione) a semplice presupposto della condotta ([450]); l’art. 644 c.p., infatti, pone sullo stesso piano la dazione e la promessa nel senso che il delitto si consuma alternativamente in presenza dell’una o dell’altra ([451]).

La terza motivazione merita di essere riportata per esteso, affinché si possa pienamente cogliere il vizio logico da cui è affetta: “tuttavia, nel caso che ci occupa, la rilevanza autonoma, sotto il profilo penalistico, della dazione di interessi usurari e l’impossibilità di classificarla nella categoria degli effetti del reato, ricevono conferma dal fatto che ad essa non preesiste una condotta penalmente sanzionabile che assuma il disvalore del reato di usura. Nella fattispecie, infatti, la precedente pattuizione, in quanto intervenuta prima dell’entrata in vigore della l. 108/1996 non può considerarsi penalmente rilevante per il solo fatto della previsione del tasso ultra legale superiore alla soglia successivamente introdotta, dato il principio costituzionale di irretroattività della norma penale…deve concludersi, quindi che la dazione di interessi usurari successiva alla data della pubblicazione della prima rilevazione trimestrale del tasso globale medio, da sola considerata, è sufficiente ad integrare il reato di usura” ([452]).

E’ palese, qui, la irrazionalità delle argomentazioni riportate: l’assenza di una pregressa condotta penalmente rilevante non potrà mai trasformare un effetto del reato (il quale presuppone l’integrale consumazione del reato stesso già in un momento antecedente) in un elemento costitutivo di una condotta dotata di autonoma rilevanza penale; anzi, vale l’esatto contrario: una volta che viene riconosciuto che la “precedente pattuizione” è elemento della condotta, per lo più investito dal principio di irretroattività, deve sostenersi che la dazione successivamente divenuta usuraria non abbia alcuna rilevanza penale ([453]).

Si deve aggiungere, poi, che anche ritenendo la nuova fattispecie di usura un reato permanente (cosa che neppure è stata accennata dalla giurisprudenza qui presa in esame), non è possibile giungere a conclusione differente; secondo la migliore dottrina, infatti, il reato permanente “non è costituito da due o più condotte, ma da un’unica condotta che, protraendosi nel tempo, gli fa assumere carattere permanente” ([454]); occorre, dunque, pur sempre una iniziale condotta illecita che si protragga nella sua esecuzione.

In definitiva, alla luce di tutte le considerazioni svolte sia a livello dottrinario che giurisprudenziale, sembra potersi ragionevolmente ritenere che, a prescindere dal dibattito circa la natura istantanea o permanente del delitto, l’usurarietà degli interessi possa essere operata solo avendo riguardo al momento della pattuizione ([455]).

3.4 L’orientamento interpretativo della Cassazione in sede civile

La questione dell’applicabilità dei nuovi tassi-soglia alle operazioni finanziarie stipulate anteriormente all’entrata in vigore della l.n. 108/1996, è stata affrontata anche dalla giurisprudenza di legittimità in sede civile.

A questo riguardo, è utile prendere in considerazione tre pronunce: C. Cass., sez. III, 2 febbraio 2000, n. 1126 ([456]); C. Cass., sez. I, 22 aprile 2000, n. 5286 ([457]); C. Cass., sez. I, 17 novembre 2000, n. 14899 ([458]).

Posto che la sez. III della Suprema Corte ha svolto un giudizio di legittimità riguardante un caso di contratto di mutuo tra soggetti privati, la sez. I del 22 aprile 2000 un caso di scoperto di conto corrente e la sez. I del 17 novembre 2000 un caso di contratto di mutuo tra un soggetto privato e una banca, tutte sono state chiamate a decidere dell’applicabilità del nuovo secondo comma dell’art. 1815 c.c., modificato dall’art. 4 l.n. 108/1996 ([459]), a dei rapporti sorti precedentemente alla nuova disciplina, ma in corso di esecuzione dopo l’entrata in vigore della stessa.

Con la prima di tali sentenze ([460]), rigettando il ricorso, si statuisce che “E’ infondato, da ultimo, il quinto profilo di censura”, cioè quello secondo cui la l.n. 108/1996, nella parte in cui ha modificato gli artt. 644, terzo comma, c.p., e 1815, secondo comma, c.c., avrebbe trovato applicazione in giudizio, essendo intervenuta in corso di causa ed essendo stata invocata dal ricorrente in grado d’appello, perché “si può ben ritenere che la sopravvenuta l.n. 108/1996, di per sé evidentemente non retroattiva, e dunque insuscettibile d’operare rispetto agli anteriori contratti di mutuo, sia di immediata applicazione nei correlativi rapporti, limitatamente alla regolamentazione di effetti ancora in corso (secondo un principio altre volte espresso da questa Corte: v., in riferimento alla legge 17 febbraio 1992 n. 154, Cass. 19 marzo 1993 n. 3291). L’enunciato, tuttavia, appare nella specie privo di rilievo, sol che si consideri che la sentenza d’appello calcolò sulla somma dovuta, a fare tempo dal 1991, gli interessi nel tasso legale”.

Come si vede, quindi, la Corte, in questa prima sentenza, ancorché non faccia applicazione del principio di diritto dalla Stessa espresso, perché non ritenuto di rilievo nel caso di specie preso ad esame, ha ritenuto che il secondo comma dell’art. 1815 c.c. sia applicabile anche ai contratti conclusi precedentemente all’entrata in vigore della l.n. 108/1996, ma solo con riguardo ai correlativi rapporti ancora in corso di esecuzione.

Il principio espresso in questa prima sentenza, viene poi ripreso, e più approfonditamente motivato, dalla C. Cass., sez. I, 22 aprile 2000, n. 5286, con particolare riferimento agli interessi moratori dovuti a titolo di scoperto di conto corrente ([461]): si precisa, innanzitutto, che “una pattuizione di interessi intervenuta prima della entrata in vigore della legge n. 108/96 non può, stante il principio di cui all’art. 25, 2° comma, Cost., essere ritenuta penalmente rilevante sol perché detti interessi risultino superiori alla soglia fissata”.

Fatta questa premessa, la Cassazione in commento aggiunge che: ”la Corte di merito, invece, avrebbe dovuto considerare che, alla stregua della nuova normativa, gli interessi concordati…erano divenuti usurari: in altri termini, che la nuova normativa aveva travolto la relativa clausola”; “a tale conclusione non è di ostacolo la circostanza che la pattuizione degli interessi sia avvenuta in epoca antecedente all’entrata in vigore della legge n. 108 del 1996”.

Le argomentazioni della Suprema Corte sono numerose: in primo luogo, “va osservato che nel caso di specie non si pone il problema se il combinato disposto degli artt. 1339 e 1419, 2° comma, cod. civ. sia applicabile nell’ipotesi in cui la norma imperativa non prevede una clausola sostitutiva, limitandosi ad eliminare la clausola illecita…, dal momento che non si tratta di non attribuire alcun interesse, ma di sostituire un tasso diverso a quello divenuto usurario”.

In secondo luogo, si afferma che “se è vero che nella giurisprudenza di questa Corte si è affermato, in via di principio, che il giudizio di validità deve essere condotto alla stregua della normativa in vigore al momento della conclusione del contratto, è anche vero che in dottrina è stato posto in rilievo come, verificandosi un concorso tra autoregolamentazione pattizia ed etero regolamentazione normativa, si rende insostenibile la tesi che subordina l’applicabilità dell’art. 1419, 2° comma, cod. civ. all’anteriorità della legge rispetto al contratto, poiché l’inserimento ex art. 1339 c.c. del nuovo tasso incontra l’unico limite che si tratti di prestazioni non ancora eseguite (in tutto o in parte)”; “d’altro canto, la tesi ha trovato l’autorevole avallo della Corte Costituzionale nella sentenza n. 204 del 1997, che ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1938 c.c. proprio sulla base della considerazione che, pur avendo carattere innovativo la legge 154/92 [legge sulla trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari ([462]) ] e non applicandosi retroattivamente, tuttavia ciò non implica che la disciplina precedente «acquisti carattere ultrattivo», tale da consentire che la garanzia personale prestata dal fideiussore assista non solo le obbligazioni principali sorte prima dell’entrata in vigore della legge n. 154 del 1992, ma anche quelle successive, in modo da attribuire efficacia permanente alla illimitatezza del rapporto di garanzia”.

La Suprema Corte, inoltre, fa riferimento alla dottrina la quale ritiene che l’obbligazione degli interessi non si esaurisce in una sola prestazione, concretandosi in una serie di prestazioni successive, e che, ai fini della qualificazione usuraria dell’interesse, il momento rilevante è la dazione e non la stipula del contratto, come si evince anche dall’art. 644 ter c.p. ([463]); per giustificare tale richiamo dottrinario, si sostiene che “la tesi, poi, trova riscontro nella giurisprudenza penale di questa Corte, secondo cui in tema di usura, qualora alla promessa segua – mediante la rateizzazione degli interessi convenuti – la dazione effettiva di essi, questa non costituisce un «post factum» non punibile, ma fa parte a pieno titolo del fatto lesivo penalmente rilevante e segna, mediante la concreta e reiterata esecuzione dell’originaria pattuizione usuraria, il momento consumativo sostanziale del reato (così, Cass. Sez. I°, 11055/98)” ([464]).

In conclusione, poi, si aggiunge che “quando anche non si volesse aderire alla configurabilità della nullità parziale sopravvenuta (come sembra preferibile), tuttavia non si potrebbe comunque continuare a dare effetto alla pattuizione di interessi superiori alla soglia usuraria, a fronte di un principio introdotto nell’ordinamento con valore generale e di un rapporto non ancora esaurito, come nel caso di specie”.

In definitiva, quindi, la Corte ritiene configurabile una nullità parziale sopravvenuta della clausola contrattuale ([465]).

Con la terza sentenza ([466]), la Suprema Corte si limita a riprendere le argomentazioni già effettuate sia in C. Cass., sez. I, 22 aprile 2000, n. 5286, che in C. Cass., sez. III, 2 febbraio 2000, n. 1126; si aggiunge, tuttavia, che “va ora precisato, con riferimento allo specifico tema del contratto di mutuo, che merita di essere condiviso l’orientamento dottrinario secondo cui l’ampia dizione degli artt. 1339 e 1419, 2° comma, cod. civ. consente non solo la sostituzione automatica di clausole con altre volute dall’ordinamento, ma anche la semplice eliminazione di clausole nulle senza alcuna sostituzione, dovendosi tener conto del maggior spessore della etero regolamentazione nell’ambito della contrapposizione tra autonomia contrattuale ed imperatività della norma” ([467]).

Volendo valutare queste tre sentenze in relazione al problema in esame, e cioè quello dei rapporti in corso di esecuzione sorti precedentemente alla l.n. 108/1996, non si può fare a meno di rilevare che esse si occupano dell’usurarietà degli interessi ai sensi del secondo comma dell’art. 1815 c.c. e, quindi, non possono essere utilizzate con “leggerezza” per valutare ed interpretare la normativa dell’usura ex art. 644 c.p.; in altre parole, sembra più appropriato fare riferimento alla Cassazione in sede penale.

E’ stato necessario dare cenno della giurisprudenza di legittimità in sede civile, tuttavia, perché da essa è scaturito un acceso dibattito politico-sociale, che non si è sopito, bensì “aggravato”, all’indomani del d.l. 29 dicembre 2000, n. 394 ([468]), il quale opera un’interpretazione autentica della legge 7 marzo 1996, n. 108.

3.5 L’orientamento interpretativo della Cassazione in sede penale

Per quanto riguarda la giurisprudenza di legittimità in sede penale, è interessante analizzare la sent. Cass. pen., Sez. II, n. 1077, del 19-22 ottobre 1998 ([469]).

In questa sentenza, occupandosi di un caso abbastanza complesso di reati di associazione per delinquere, usura, estorsione, e morte come conseguenza di altro delitto ([470]), la Suprema Corte rileva che “In tema di usura, qualora alla promessa segua – mediante la rateizzazione degli interessi convenuti – la dazione effettiva di essi, questa non costituisce un post factum penalmente non punibile, ma fa parte a pieno titolo del fatto lesivo penalmente rilevante e segna, mediante la concreta e reiterata esecuzione dell’originaria pattuizione usuraria, il momento consumativo «sostanziale» del reato, realizzandosi, così, una situazione non necessariamente assimilabile alla categoria del reato eventualmente permanente, ma configurabile secondo il duplice e alternativo schema della fattispecie tipica del reato, che pure mantiene intatta la sua natura unitaria e istantanea, ovvero con riferimento alla struttura dei delitti cosiddetti a condotta frazionata o a consumazione prolungata”.

A ben vedere, ancorché il principio appena richiamato sia stato enunciato con riferimento a una fattispecie relativa all’incasso degli interessi usurari da parte di soggetti diversi da quelli partecipanti alla stipula del patto, dei quali la Suprema Corte ha ritenuto la responsabilità a titolo di concorso nel reato di usura, quale delitto-fine di un’associazione a delinquere, tale giurisprudenza, nel richiamare la categoria dei delitti a condotta frazionata o a consumazione prolungata (quale ad esempio la truffa inerente al conseguimento di prestazioni ed erogazioni periodiche da parte della Pubblica Amministrazione), implica, comunque, che la realizzazione delle singole riscossioni degli interessi usurari dipenda dalla iniziale pattuizione illecita degli stessi interessi.

Applicando tale ragionamento alla problematica qui in esame, e cioè il caso dell’operazione finanziaria conclusa precedentemente all’entrata in vigore della l.n. 108/1996, con pattuizione di interessi inizialmente leciti e successivamente divenuti superiori al tasso-soglia frattanto rilevato e pubblicato, si scorge come la Suprema Corte penale abbia un orientamento, sì difforme da quello prospettato e avallato in questa trattazione ([471]), ma con effetti sostanzialmente identici; infatti, a causa della mancanza del carattere illecito della originaria pattuizione, dalla quale si possa far iniziare la “consumazione prolungata” del reato, non si configurerebbe il requisito dell’usurarietà degli interessi previsto dall’art. 644 c.p ([472]).

3.6 Il d.l. 29 dicembre 2000, n. 394

Come accennato supra ([473]), il 29 dicembre 2000, in considerazione della “straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni in materia di tassi d’interesse usurari, anche in considerazione degli effetti che la sentenza della Corte di cassazione n. 14899/2000 può determinare in ordine alla stabilità del sistema creditizio nazionale”, ([474]) è stato emanato il d.l. n. 394, con il quale si opera l’interpretazione autentica della l.n. 108/1996.

Il primo comma dell’art. 1 del decreto, così dispone: “Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

La ratio normativa della disposizione è palese: evitare l’instabilità del sistema creditizio nazionale, cosa che sarebbe quasi sicuramente accaduta, se si fosse accolta la diversa tesi fatta propria dalla Cassazione in sede civile ([475]).

L’interpretazione autentica che il Legislatore ha effettuato della l.n. 108/1996, piuttosto, è in assoluta coincidenza e conformità con la tesi più volte prospettata, secondo cui la verifica dell’usurarietà degli interessi può operarsi solo al momento della pattuizione.

A riguardo non sono concessi dubbi: come si vede, infatti, il recente deceto-legge impone la verifica di usurarietà con riferimento esclusivo al momento della pattuizione iniziale degli interessi, con la conseguenza di rendere del tutto irrilevante la circostanza dell’eventuale superamento del tasso soglia al momento in cui gli interessi siano corrisposti ([476]).

Bisogna sottolineare, inoltre, come la norma si renda applicabile, da una parte, sia ai fini penali (art. 644 c.p.), che a quelli civilistici (interessi usurari di cui all’art. 1815, comma secondo, c.c.) e, dall’altra, agli interessi pattuiti a qualunque titolo, quali interessi corrispettivi, compensativi o moratori ([477]).

In terzo luogo, trattandosi di interpretazione autentica, non v’è dubbio che essa si applichi da quando la l.n. 108/1996 è entrata in vigore: la disposizione del primo comma, quindi, concerne sia i finanziamenti già stipulati prima dell’entrata in vigore del decreto-legge, sia quelli stipulati successivamente, nonché quelli che saranno conclusi in futuro.

E’ utile rilevare, infine, come tale intervento legislativo, auspicato a gran voce dagli operatori del settore e dall’A.B.I., fornisce sicuramente un quadro di certezze all’operatività degli intermediari sia con riguardo ai rapporti passati, che a quelli futuri ([478]).

Prima di concludere, tuttavia, non può non darsi cenno alla questione di legittimità costituzionale sollevata dal Giudice Unico del Tribunale di Benevento, in ordine all’articolo 1, comma primo, del decreto qui in esame, in relazione ai principi di uguaglianza e tutela del risparmio ([479]).

Secondo il Giudice di Benevento, il decreto Visco del 28 dicembre 2000 favorirebbe ingiustamente le Banche e gli altri Enti creditizi che hanno contratto mutui a tasso usurario e, nel contempo, danneggerebbe i debitori, impedendo loro di avvalersi delle disposizioni della l.n. 108/1996, e quindi della nullità delle clausole con le quali sono stati convenuti interessi usurari in relazione al disposto degli artt. 1339 e 1815, secondo comma, c.c. ([480]).

3.7 Problematiche di diritto transitorio

Volendo affrontare il tema dei rapporti tra la previgente fattispecie di usura e la nuova disciplina della l.n. 108/1996 nel contesto della successione di leggi penali nel tempo ([481]), occorre verificare quale, tra le diverse situazioni previste nei primi tre commi dell’art. 2 c.p. ([482]), sia applicabile ai casi in esame.

Per risolvere la questione, è necessario operare il raffronto tra la nuova e la previgente normativa in materia di usura: in particolare, bisogna effettuare valutazioni diverse a seconda che si prenda in considerazione la fattispecie c.d. di “usurarietà in concreto” ([483]), disciplinata dalla seconda parte del terzo comma del nuovo art. 644 c.p., o la fattispecie di usura con tasso-soglia, disciplinata dal primo comma dello stesso articolo.

Per quanto riguarda i rapporti intercorrenti tra la fattispecie di “usurarietà in concreto”, da una parte, e l’originaria formulazione dell’art. 644 c.p. nonché quella dell’abrogato art. 644 bis ([484]), dall’altra, si riscontra che vi è una omogeneità e continuità degli elementi costitutivi: in primo luogo, la nuova figura della seconda parte del terzo comma dell’art. 644 ha conservato la medesima condotta esecutiva di base ([485]); in secondo luogo, essa precisa il carattere usurario degli interessi utilizzando una formula definitoria, “interessi…comunque sproporzionati rispetto alla prestazione…”, frequentemente utilizzata dalla dottrina e dalla giurisprudenza in relazione alla normativa previgente ([486]); infine, pur venendo meno il requisito dello “approfittamento”, viene riproposto quello delle “condizioni di difficoltà economica o finanziaria” della vittima, che era già previsto nell’art. 644 bis c.p. e che era in relazione con il più ristretto concetto di “stato di bisogno”, contenuto nell’originario art. 644 c.p.

E’ lecito concludere, quindi, che, in presenza di tale continuità e omogeneità delle fattispecie prese in esame, si sia di fronte ad una ipotesi di successione meramente modificativa di leggi penali; sarà applicabile, quindi, il terzo comma dell’art. 2 c.p., con la conseguente regola della retroattività della disposizione più favorevole al reo.

La conseguenza è che, con riferimento alle condotte usurarie poste in essere prima dell’entrata in vigore della l.n. 108/1996, continuerà ad applicarsi la normativa previgente, che prevede una disciplina di maggior favore per il reo ([487]).

Per quanto riguarda, invece, i rapporti che intercorrono tra la fattispecie di usura con tasso-soglia ex primo comma e terzo comma prima parte dell’art. 644 c.p., e le abrogate disposizioni incriminatrici in materia di usura, il discorso è essenzialmente diverso.

Il raffronto, infatti, evidenzia una disomogeneità e “frattura” dei nuovi elementi costitutivi rispetto ai previgenti: da una parte, la nuova fattispecie mette in luce il passaggio da una fattispecie speciale ad una generale, perché vengono meno sia il requisito dello “approfittamento”, sia quello dello “stato di bisogno” (vecchio art. 644 c.p.) ovvero delle “condizioni di difficoltà economica o finanziaria” (abrogato art. 644 bis); dall’altra, a seguito della definizione dello “interesse usurario”attraverso la rilevazione trimestrale del tasso effettivo globale medio, viene precisato e specificato un requisito già genericamente previsto nelle previgenti fattispecie.

Ne risulta, così, un rapporto di “specialità reciproca o bilaterale”, che evidenzia una discontinuità tra le vecchie e la nuova fattispecie astratta ([488]).

A causa della diversità strutturale degli elementi costitutivi delle varie fattispecie, dunque, la novella in esame descrive non una successione meramente modificativa di leggi penali riconducibile al terzo comma dell’art. 2 c.p., bensì una “nuova incriminazione” ai sensi del primo comma dell’art 2 c.p., con la conseguenza della irretroattività della nuova disposizione incriminatrice.

Dalle considerazioni fin qui svolte, discende, ancora una volta in totale aderenza alla tesi secondo cui l’usurarietà degli interessi deve essere valutata nel momento della loro pattuizione, che nel caso di un’operazione finanziaria lecita, stipulata prima dell’entrata in vigore della l.n. 108/1996, non può applicarsi retroattivamente la nuova normativa riferita al superamento del tasso soglia; né, conseguentemente, sussiste in capo al creditore alcun obbligo, penalmente sanzionato, di adeguamento dell’interesse pattuito, anche se il tasso effettivo globale dovesse risultare superiore alla soglia limite medio tempore rilevata.

§4 L’APPARATO SANZIONATORIO: LE CIRCOSTANZE AGGRAVANTI E LA CONFISCA

La l.n. 108/1996 ha inasprito il trattamento sanzionatorio dell’usura, prevedendo, sia per la fattispecie-base, che per quella residuale, “la reclusione da uno a sei anni e…la multa da lire 6 milioni a lire 30 milioni”.

E’ stato rivisto ed ampliato, inoltre,  il sistema delle circostanze aggravanti ad effetto speciale, il quale trova disciplina al quinto comma dell’art. 644 c.p. ([489]).

Le pene sono aumentate da un terzo alla metà:

  1. “Se il colpevole ha agito nell’esercizio di una attività professionale, bancaria o di intermediazione finanziaria mobiliare”: si tratta, in buona sostanza, della stessa aggravante già prevista per le vecchie ipotesi di cui agli abrogati artt. 644 e 644 bis c.p., con, peraltro, l’aggiunta del riferimento alle attività bancarie e dell’aggettivazione “mobiliare” accanto alle attività di intermediazione finanziaria. Per l’applicabilità di tale aggravante è richiesto un vincolo di sfruttamento, o un collegamento funzionale tra l’attività professionale svolta e la condotta usuraria ([490]).
  2. “Se il colpevole ha richiesto in garanzia partecipazioni o quote societarie o aziendali o proprietà immobiliari”: la ragione giustificatrice dell’ipotesi in questione, risiede, sembra di poter dire pacificamente, nell’esigenza di contrastare l’usura posta in essere dalla criminalità organizzata e che mira, come rilevato supra ([491]), ad appropriarsi delle stesse attività economiche della vittima ([492]). L’ampia formulazione normativa consente di ricomprendervi ogni forma di titolo relativo a partecipazioni ad imprese costituite o meno in forma societaria, ovvero di partecipazioni a proprietà immobiliari. La delimitazione della portata applicativa di tale aggravante, tuttavia, risulta problematica poiché, nella pratica, raramente si riscontrano atti di costituzione di garanzie secondo le forme del diritto civile, mentre spesso accade che l’usurario pretende atti di disposizione di immobili o di quote di società nella forma di cessioni definitive o di contratti preliminari; in tali casi, in dottrina, non vi è univocità di vedute: secondo alcuni si deve operare un’interpretazione estensiva del termine “garanzia” ([493]); secondo altri, invece, ciò non è possibile e, dunque, sarebbero configurabili le sole ipotesi “non aggravate” di usura ([494]).
  3. “Se il reato è commesso in danno di chi si trova in stato di bisogno”: la formula rievoca uno degli elementi costitutivi del previgente delitto di usura. La compresenza nel medesimo contesto normativo del concetto di “difficoltà economica o finanziaria” e di quello di “stato di bisogno”, tuttavia, impone oggi di rivedere l’interpretazione estensiva che si era fatta di quest’ultimo, in favore di una più restrittiva che lo intenda come un bisogno attinente alle necessità fondamentali della persona, tale da porla in una situazione di assillo impellente ([495]).
  4. “Se il reato è commesso in danno di chi svolge attività imprenditoriale, professionale o artigianale”: si tratta di un’aggravante che ricalca la previsione normativa dell’abrogato delitto di usura impropria ex art. 644 bis c.p.; essa, rispetto alla norma abrogata, prevede in più anche l’attività artigianale. Posto che la ratio normativa di tale ipotesi aggravata risiede nell’esigenza di tutela dell’attività svolta dai soggetti indicati, e non già la tutela di tali soggetti in quanto tali, deve ritenersi che l’aggravante in parola sia applicabile solamente ai casi in cui tali attività siano “causa” della condotta dell’usuraio ([496]).
  5. “Se il reato è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale durante il periodo previsto di applicazione e fino a tre anni dal momento in cui è cessata l’esecuzione”: tale aggravante si giustifica con la “pericolosità sociale” del soggetto che, sottoposto alla misura della prevenzione della sorveglianza speciale, ha continuato a delinquere con comportamenti usurari. La sua funzione è più preventiva che repressiva ([497]).

L’art. 644, ultimo comma, c.p., inoltre, prevede che, nel caso di sentenza di condanna o anche di patteggiamento ([498]) per il delitto di usura, “è ordinata la confisca dei beni che costituiscono prezzo o profitto del reato ovvero di somme di denaro, beni e utilità di cui il reo ha la disponibilità anche per interposta persona per un importo pari al valore degli interessi o degli altri vantaggi o compensi usurari, salvi i diritti della persona offesa dal reato alle restituzioni e al risarcimento dei danni”.

Ricadono, quindi, nella confisca obbligatoria anche beni risultanti comunque nella disponibilità del condannato, per i quali non sia stato possibile dimostrare la loro attinenza al delitto di usura.

L’art. 6 della l.n. 108/1996, poi, fa “salve le disposizioni contenute nell’art. 12-sexies del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, introdotto dall’art. 2 del decreto-legge 20 giugno 1994, n. 399, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1994, n. 501”: in altre parole, viene ribadita l’applicabilità della confisca speciale avente ad oggetto il denaro, i beni o le altre attività “di cui il condannato non può giustificare la provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulta essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività economica”.

Non è superfluo accennare, infine, che la l.n. 108/1996, all’art. 7, consente di applicare la pena accessoria “dell’incapacità di contrarre con la P.A.” ([499]); all’art. 8, la facoltà di procedere ad intercettazione delle conversazioni telefoniche ([500]); e all’art. 9, prevede l’estensione di alcune delle norme già vigenti per la prevenzione della delinquenza di stampo mafioso ([501]).

§5 LA MEDIAZIONE USURARIA

Il secondo comma dell’art. 644 c.p. disciplina, come autonomo titolo di reato, la mediazione usuraria: tale delitto viene commesso da “chi, fuori del caso di concorso nel delitto previsto dal primo comma, procura a taluno una somma di denaro o di altra utilità facendo dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario”.

La ratio della norma è, da un lato, quella di proteggere il soggetto passivo anche dalla condotta di colui che lo mette in contatto con l’usuraio, e che, quindi, agevola, senza concorrervi, la conclusione della pattuizione illecita; dall’altro, quella di evitare che, per ottenere la stipulazione di contratti leciti, si debbano pagare compensi usurari al mediatore.

Secondo la dottrina maggioritaria, infatti, perché sussista il delitto di mediazione usuraria è sufficiente che sia usurario solo il compenso per la mediazione, e non anche la sovvenzione procurata ([502]).

Non è superfluo rilevare come il nuovo art. 644 c.p. conservi l’ipotesi di mediazione usuraria che già compariva nel previgente testo; esso, tuttavia, risente delle modificazioni già operate sulla figura-base ex primo comma: a fronte del fatto che la condotta è ancora rapportabile allo schema civilistico della mediazione ex art. 1755 c.c., cosicché la consumazione del delitto pare ancora condizionata dalla effettiva conclusione del contratto principale ([503]), è escluso, oggi, ogni riferimento allo stato di bisogno della vittima, e l’oggetto del contratto può essere sia il denaro sia un’altra utilità.

La drastica riduzione degli elementi costitutivi, poi, comporta una semplificazione dell’elemento psicologico: è sufficiente, infatti, un dolo generico che investa gli estremi del contratto, essendo irrilevante la conoscenza delle condizioni economiche della vittima ([504]).

Per quanto riguarda il carattere usurario del compenso dato o promesso per l’opera mediatrice, esso risulta essere incompatibile con il tasso-soglia del primo comma dell’art. 644 c.p.: tale compenso, infatti, essendo dato in ragione della mediazione, e non dell’operazione finanziaria, anche ove fosse preso in esame come astratto valore numerico, non potrebbe comunque dar luogo ad un calcolo che pretenda di ricavarne “l’interesse”; in secondo luogo, anche se si fosse in presenza di tariffe o percentuali, sì da poter più correttamente operarsi una “percentualizzazione” di quanto richiesto dal mediatore, risulterebbe comunque arbitraria la scelta di una delle operazioni omogenee ove collocare la mediazione per verificare se il tasso in concreto applicato supera il tasso-soglia, poiché l’attività intermediatrice non rientra tra le operazioni creditizie prese in considerazione ai fini della rilevazione dei tassi medi.

Pare potersi concludere, allora, che la valutazione dell’usurarietà non possa che avvenire in base al criterio fissato dall’art. 644, comma terzo, seconda parte, c.p., e cioè quello secondo cui il compenso è usurario quando, tenuto conto delle concrete modalità del fatto e del tasso medio praticato per operazioni similari, risulta essere comunque sproporzionato all’opera di mediazione, sempre che il soggetto passivo versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria ([505]).

Infine, nel caso in cui l’usuraio finga di dover cercare un finanziatore e si faccia dare o promettere, oltre agli interessi usurari, anche un compenso usurario per la sua asserita attività di intermediazione, l’agente risponderà del delitto di usura ex art. 644, primo comma, c.p., posto che la mediazione è fittizia e l’espediente serve a camuffare il maggiore interesse usurario a carico della vittima ([506]).

 Per quanto riguarda il trattamento sanzionatorio, posto che il secondo comma dell’art. 644 c.p. rinvia all’ipotesi base di usura (v. inciso “Alla stessa pena soggiace chi…”), si applicano le stesse pene e circostanze aggravanti previste per quest’ultima.

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— NOTE —

[1] Dal latino “usus”, participio passato del verbo “uti” – “Usare”.

[2] In molti testi della Compilazione giustinianea compare l’espressione “usurae legittimae”; questa sta ad indicare le usurae non eccedenti un determinato tasso massimo legale, e quindi lecite; non invece quelle derivanti da un disposto di legge. Cfr. FADDA, Le usurae quae officio iudicis praestantur, in Studi e questioni di diritto, I, Napoli, 1910, 231.

[3] I primi sono degli interessi che formano oggetto di un’autonoma obbligazione rispetto a quella della restituzione del capitale, e che, quindi, sono accompagnati da un’apposita actio; i secondi, invece, sono gli interessi che vengono riconosciuti dal giudice nel corso della stessa azione concessa per la restituzione del capitale.

[4] Cfr. FADDA, op. cit., 231.

[5] Cfr. Mora: storia, in Enc. Diritto, voce Mora.

[6] E’ opinione di Arangio-Ruiz che la gratuità del mutuo sia dovuta dalla struttura stessa delle formule nascenti da tale contratto stando alle quali il giudice è tenuto a condannare il debitore al pagamento del solo capitale dovuto. Cfr. ARANGIO-RUIZ, Istituzioni di diritto romano, Napoli, 1960, 304 s.

[7] O con la condictio certae rei nell’ipotesi di mutuo di derrate.

[8] Pare che fosse possibile fare una unica stipulatio avente ad oggetto sia il capitale che gli interessi. Un caso concreto di applicazione, nella prassi negoziale, di una stipulatio sortis et usurarum è documentato dalle tavolette di Transilvania. V. FIRA, III, n. 122,393 ss.

[9] Il principio secondo il quale il semplice patto non dà azione viene ribadito ancora in un testo delle tarde Pauli Sententiae. Cfr. PAULI, Sent. 2,14, 1.

[10] Vedi, infra, § 1.4 I limiti ai tassi di interesse.

[11] Si ha in questo modo soluti retentio a favore del creditore. La regola della irripetibilità subisce, tuttavia, qualche eccezione già nell’età classica; infatti, sono esigibili gli interessi nei mutui effettuati dalle civitates, nonché quelli apposti a mutui di derrate.

[12] Cfr. BURDESE, La nozione classica di naturalis obligatio, Torino, 1955, 137.

[13] Per la distinzione con usurae quae sunt in obligatione vedi pag. 1.

[14] Sono i cosiddetti iudicia boni fidei.

[15] Cfr. DE VILLA, Le usurae ex pacto nel diritto romano, Roma, 1937, 73 e 82 ss.

[16] Vedi nota 5.

[17] La testimonianza più antica in tema di interessi moratori risale a Labeone. Cfr. LABEONE (D. 17, 2, 60).

[18] Cfr. ULPIANO (D. 50, 12, 1).

[19] Vedi §1.1 Il concetto di usura.

[20] E’ il caso del socio (PAPIN. D. 22, 1, 1, l); del mandatario (ULP. D. 17, 1, 10, 3); del fiduciario (POMPON. D. 13, 7, 6, 1); del tutore e del curatore (ULP. D. 26, 7, 7, 4).

[21] E’ il caso del negotiorum gestor (PAUL. D. 3, 5, 18, 4) e del tutore il quale dovrà le usurae pupillares.

[22] Sono, ad esempio, imposti al compratore sul prezzo non ancora pagato a partire dal momento della consegna della cosa venduta, anche se egli non è in mora; inoltre, sono produttive di interessi le spese fatte dal socio a vantaggio della società, dal mandatario per conto del mandante, dal negotiorum gestor in favore del gerito, dal tutore in favore del pupillo.

[23] Il principio è espresso da Paolo (PAUL. D. 22, 1, 35) con le parole “Lite contestata usurae currunt”.

[24] Tale privilegio sembra sia stato introdotto da costituzioni di Settimio Severo (ULP. D. 40, 5, 26, 1).

[25] Per un accenno alla riforma compiuta sotto Giustiniano vedi infra, nota 32.

[26] Secondo Tacito (TACITO, Ann., 7, 16, 2) il fenus unciarium venne introdotto dalle Dodici Tavole (450 a.C.); secondo Tito Livio (LIV., 7, 16, 1; 7, 27, 3; 7, 42, 1) la norma trova origine in un plebiscito del 357 a.C. promosso dai tribuni M. Duilio e L. Menenio.

[27] L’uncia è la dodicesima parte dell’asse.

[28] Cfr. SCIALOIA, Unciarium fenus, in Studi Giuridici, II, Roma, 1934, 287.

[29] La moneta, in Roma, è stata introdotta a partire dalla seconda metà del IV secolo a.C.

[30] Secondo Tacito (TACITO, Ann., 7, 16, 2) una legge tribunicia avrebbe ridotto l’originario fenus unciarium alla metà (ad semiuncia), in seguito l’interesse sarebbe stato del tutto vietato; secondo Tito Livio (LIV., 7, 16, 1; 7, 27, 3; 7, 42, 1), invece, l’abbassamento del  fenus unciarium è da attribuire ad un plebiscito del 347 a.C., mentre ad un plebiscito successivo del 342 a.C., proposto dal tribuno L. Genucio, è da attribuire l’abolizione totale del prestito a interesse.

[31] Uno per cento al mese, da cui l’espressione usurae centesimae.

[32] “Una commissione di giuristi, istituita nel 530 d.C. da Giustiniano e diretta da Triboniano, lavorò alacremente fino al 534 e fece tre raccolte: il Digesto o le Pandette; le Istituzioni; il Codice. Il Digesto raccoglieva in un’unità organica i passi principali dei giuristi dei secoli precedenti, adattati alle necessità pratiche del presente; le Istituzioni erano un’opera elementare ad uso delle scuole di diritto; il Codice riuniva i codici precedenti, fra i quali il Teodosiano, e le costituzioni imperiali emanate nel 529-533.” in CAROCCI, Corso di Storia. Il Medioevo, Bologna, 1985, 53.

[33] Fissato da Costantino nel 325 d.C. con una sua costituzione.

[34] E’ il  Fenus nauticum, anche detto pecunia traiecticia.

[35] Esse sono altrimenti dette  ultra duplum, o ultra sortis summam.

[36] Il divieto fu imposto per la prima volta nella provincia d’Asia dal governatore Lucullo fra il 72 e il 70 a.C. Cfr. PLUT. Luc. 20, 3.

[37] Dal greco “anà” e “tokizo”, produzione di interessi sugli interessi. I romani lo designano con l’espressione Usurae usurarum.

[38] Vedi §1.3 Gli interessi legali (usurae ex mora e altri casi), pag. 6.

[39] Con questa clausola apposta al contratto, il debitore si impegna a pagare, in caso di ritardo nell’adempimento, una somma più alta di quella comprensiva del capitale e degli interessi.

[40] Cfr. PAPINIANO (D. 22, 1, 1, 1).

[41] Dette Mos regionis.

[42] ULP. D. 17, 1, 2, 9.

[43] Così, ad esempio, il tutore e il negotiorum gestor sono tenuti alle maximae usurae (v. nota 21).

[44] Cfr. DI LELLA, Il plebiscito sempronio del 193 a.C. e la repressione delle “ usurae”, in A. Nap., 1984, XCV, 273. L’autore aggiunge che la competenza dell’azione per il risarcimento del quadruplo non è del giudice privato; infatti, una volta che l’azione sia stata concessa, la decisione viene rimessa ad un collegio di magistrati chiamati tresviri capitales.

[45] Cfr. ULP. (D. 12, 6, 23) e PAULI, Sent. 2, 14, 2.

[46] Cfr. BIANCHI, In tema d’usura. Canoni conciliari e legislazione imperiale del IV secolo, in Athenaeum, 1983, LXI, 146.

[47] Precisamente tra il 476 d.C. e la scoperta dell’America nel 1492; questo periodo viene a sua volta diviso in alto e basso Medioevo, ponendo la divisione intorno all’anno Mille. Cfr. Lessico Universale Italiano Treccani, XIII, voce Medioevo.

[48] Luca, 6, 35.

[49] Cioè la zona destinata ai violenti contro Dio. Il poeta chiede alla sua guida per quale ragione “usura offende la divina bontade” e la risposta di Virgilio è significativa: Dio ha ordinato agli uomini di trarre dalla natura i mezzi per il progresso, mentre “…l’usuriere altra via tiene. Per sé natura e per la sua seguace dispregia, poi che in altro pon la spene”, in La Divina Commedia, Inferno, Canto XI.

[50] Cfr. BIANCHI, op. cit., 341-342.

[51] L’idea che non si possa trarre guadagno da una cosa per sua natura improduttiva è di Aristotele. La sua condanna dell’usura,  ma anche quella di Platone, influenza notevolmente il Medioevo. Nella considerazione medievale, il denaro, oggetto per eccellenza del mutuo, è “qualcosa di sterile per sua natura, semplice strumento di scambio, mezzo per acquistare beni di consumo”, in BOARI, Usura (Diritto intermedio), in Enc. Dir., 1138.

All’uomo medievale non appare suscettibile di compenso legittimo la differenza temporale fra dazione e restituzione, in particolare se si tratta di un bene, e la restituzione consiste nel tantundem. “Si configurerebbe altrimenti una sorta di vendita del tempo, di per sé difficile da concepirsi e comunque illecita, perché il tempo appartiene a Dio”, BOARI, ult. cit.

[52] Cfr. GIACCHERO, L’atteggiamento dei concili in materia d’usura dal IV al IX secolo, in Atti del IV Convegno internazionale (Accademia Romanistica Costantiniana), Perugia, 1981.

[53] Inizialmente il motivo di tale divieto è che il prestito ad interesse non è consono allo stato chiericale.

[54] V. supra, nota 31.

[55] A questa generalizzazione della condanna contribuì forse anche l’incontro con la cultura e la religione dell’Islam, che in materia era estremamente radicale. Cfr. Corano, Süra II, della Vacca, 276-277.

[56] Vale a dire essenzialmente la scomunica.

[57] Le fiere si sviluppano inizialmente soprattutto nelle Fiandre, ma successivamente si cominciano a tenere con sempre maggiore regolarità anche nel sud della Francia, nell’Italia settentrionale, in Inghilterra, nella Germania del nord e persino a Kiev.

[58] Nei secoli precedenti, infatti, il suo uso era stato praticamente accantonato a favore del baratto.

[59] Cfr. CLAVERIO, Usura. Del uso economico de la religion en la istoria, Madrid, 1984.

[60] Cfr. BONORA, La nuova legge sull’usura, Padova, 1998, 7.

[61] Vedi inizio paragrafo.

[62] Questi studi sono interessanti anche perché analizzano forme di usura mascherata ancora oggi in uso.

[63] Per esempio San Tommaso d’Aquino scrive: “Usare la frode per vendere una cosa a un prezzo più alto del giusto è sempre peccato…E quindi vendere a più o comperare a meno di quanto la cosa costa è un atto ingiusto e illecito”, in TOMMASO D’AQUINO, II, II, qu.77, art.1.

Tuttavia, né San Tommaso, né i suoi discepoli riuscirono a fissare criteri tecnici utili per distinguere il prezzo giusto da quello illecito, ed ancora oggi è difficile poter definire il limite, oltrepassato il quale, l’onesto commerciante si trasforma in un usuraio.

[64] Il quale prevede pur sempre un prestito di denaro destinato a valicare il mare, ma la cui restituzione deve avvenire, come per il mutuo normale, in terra, a tutto rischio e pericolo del debitore.

[65] È da rilevare come l’odierno codice civile, all’art. 2744, pone un divieto al patto commissorio: “E’ nullo il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore. Il patto è nullo anche se posteriore alla costituzione dell’ipoteca o del pegno”. Si aggiunge che, generalmente, questa norma viene interpretata estensivamente in tal guisa che vi rientrano, oltre che la proprietà, anche altri diritti reali quali l’usufrutto, l’enfiteusi, la superficie; inoltre, rientrano in questa fattispecie sia la cosa ipotecata o data in pegno, sia altri tipi di garanzia prestati dal debitore. In altre parole, questa è ritenuta una norma materiale che vuole vietare un fine ritenuto riprovevole dall’ordinamento. La letteratura in materia è copiosa; cfr., per riferimenti bibliografici, TORRENTE, Manuale di diritto privato, Milano, 1994, 428; per quanto riguarda i rapporti tra patto commissorio e alienazioni a causa di garanzia, cfr. BIANCA, La vendita e la permuta, Torino, 1993, II, 681.

[66] Cfr. CIRALLI, L’usura nelle diverse discipline giuridiche, in Nuova Rassegna, 1997, 2752.

[67] Cfr. RIVA e PANTOSTI, La prima Cassa Rurale di Lombardia, Milano, 1986, 17.

[68] Il primo Monte di pietà o Monte Pio sorge nel 1358 a Firenze su iniziativa di un umile frate, Padre Francesco da Empoli; l’istituto è un sistema di raccolta di capitali che sollecita offerte del popolo destinandole al sostegno delle vittime degli usurai.

[69] Va aggiunto che “Non mancò tuttavia al movimento una forte componente antiebraica e lo scopo di togliere agli israeliti il monopolio del piccolo credito a vantaggio dei ceti dirigenti cristiani. Nello statuto del Monte di Pietà di Rieti, del 1489, si legge ad esempio che lo stesso è fondato per: «evitare la rabbiosa voragine de le usure et rabiosa perfidia et dura cervice de’Iudei, usurpatori de le substantie et succatori del sangue de li cristiani»”, in BONORA, op. cit., 11.

[70] Si tratta, in questo caso, di un quid pluris che non è immotivato: rappresenta, infatti, un reale interesse, in quanto ristora la perdita che altrimenti ingiustamente graverebbe sul fideiussore.

[71] Deve essere ricordato che, nel XV secolo, il più famoso scrittore teorico, se non il primo, a negare la sterilità del denaro fu Calvino, al quale si affiancò il Dumoulin. Cfr. CIRALLI, op. cit., 2255.

[72] Lo stesso S. Tommaso ritiene che in questo caso non si versi nel campo dell’usura. Cfr. SAN TOMMASO, Summa Theologiae, II, II, qu.78, art.2.

[73] Cfr. CAROCCI, op. cit., 169.

[74] Vedi per tutti BONORA, op. cit., 12.

[75] Cioè in Spagna, nei Paesi Bassi, in Franca Contea, nel Ducato di Milano, in Austria e in tutta l’Italia meridionale (Regno di Napoli e di Sicilia).

[76] Vedi supra,nota 31.

[77] Si registra, dunque, un considerevole passo indietro rispetto alla Bolla Inter multiplices di Papa Leone X nel 1515. Vedi §2.3 Il credito al consumo e gli istituti di credito di beneficenza, pag. 27.

[78] Cfr. GIANFELICI E. e F., Le misure contro l’usura, Milano, 1998, 3.

[79] Vedi §2.3 Il credito al consumo e gli istituti di credito di beneficenza, pag. 26.

[80] Entrambe sono caratterizzate da un cooperazione economica dei loro associati simile alle cooperative odierne.

[81] A Delitzsch.

[82] Cfr. RIVA e PANTOSTI, op. cit., 17.

E’ indicativo, inoltre, un passo di Domenico Ammirati: “Sulla stessa scia, seppure a distanza di secoli, si pone il fervore operoso del movimento cattolico della fine dell’800 che sfocia, sotto la spinta della «Rerum Novarum» nella costituzione di centinaia di Casse rurali ed artigiane, destinate a moralizzare la situazione ed aiutare concretamente piccoli operatori del settore agricolo e degli altri settori produttivi. Identica matrice, anche se con finalità più ampie, si ritrova per Banche popolari, Casse di risparmio, Banche di credito cooperativo e simili, che hanno storicamente offerto un significativo contributo alla lotta contro l’usura.”, AMMIRATI, Il delitto di usura, Padova, 1997, 12.

[83] Cfr. BONORA, op. cit.,13.

[84] Tuttavia, non tutti gli autori concordano sul dato appena riferito.Vedi, infatti, Bertolino: “…fino alla Riforma del XVI secolo ad opera di Lutero, il quale, dopo non pochi ripensamenti, elabora il principio che l’usura non deve essere confusa con l’interesse. Essa è, in realtà, un abuso di interesse…Soprattutto nei paesi della Riforma protestante, si evolve il significato della parola usura, nel senso, che possiamo dire moderno, di interesse eccessivo rispetto a quello legalmente fissato o di interesse percepito abusivamente”, in BERTOLINO, Le opzioni penali in tema di usura: dal codice Rocco alla riforma del 1996, in Riv. it. dir. e proc. pen., 1997, 779.

[85] Il Codice rimarrà in vigore nel Granducato fino al 1890.

[86] Il testo dell’art. 408 dispone: “chiunque, abusando del bisogno di una persona che chiedeva un prestito pecuniario, le ha dato, invece di denaro, e valutandone per una somma determinata di esso, altre cose che il ricevente fosse costretto a rivendere per fare denaro, soggiace, a querela, di parte, come colpevole di scrocchio, alla perdita del credito, formato con le cose date per denaro, e ad una multa da cento a duemila lire a cui, nei casi più gravi, tra i quali rientra quello del ritrangolo, si aggiunge la carcere da un mese ad un anno. Il credito che perde il colpevole, si confisca, ed il debitore o paga, consegnando le cose ricevute per denaro, od il prezzo ritrattone”.

[87] Cfr. MANZINI, Istituzioni di diritto penale italiano, IX, Padova, 1958, 751; GIANFELICI E. e F., op. cit., 4 e BONORA, op. cit., 15.

[88] Il quale lo prevedeva all’art. 517.

[89] Cfr. GROSSO, Usura (Diritto penale), in Enc. Diritto, 1142.

[90] L’art. 1835 prevede inizialmente un tasso di interesse del 5% in materia civile e del 6% in materia commerciale. La legge 27 giugno 1905 n. 268 lo ridurrà rispettivamente al 4% e 5%.

[91] Vedi per tutti DE RUGGIERO, Istituzioni di diritto privato, Milano, 1910, 356.

[92] È questa le previsione dell’ultimo comma dell’art. 1831 del Codice Zanardelli.

[93] Significativo è il pensiero di Borsari, il quale, a sostegno della libertà convenzionale degli interessi, dice che “…quella dei magri e curvi usurai…fortunatamente è una generazione scomparsa dacchè attuatosi il libero commercio dei banchieri, sorti istituti di credito e apertasi da ogni parte la via all’industria e ai traffici, non patisce più di soffocazione colui che ha bisogno di danaro, se non sia privo di tutte le qualità che costituiscono il credito di una persona”, in Commentario al Codice civile, 1868, 565.

[94] Cfr. VIOLANTE, Il delitto d’usura, Milano, 1970, 60.

[95] Cfr. Cass. Torino 24 agosto 1900, in Foro it., 1900, I, col. 1255 e App. Napoli 13 maggio 1907, in Foro it., 1907, I, col. 1904, cassata però dalla Cass. Napoli 21 maggio 1909, in Foro it., 1909, 243. Inoltre, particolarmente interessanti sono le sentenze del Tribunale di Napoli 21 giugno 1907 (in Riv. crit. di dir. e giur., 1908, II, con nota di DEGNI) e 31 dicembre 1909 (inedita, ma spesse volte citata da GALANTE, estensore della stessa, in Le nuove correnti della Giurisprudenza per la repressione dell’usura, in Riv. crit. di dir. e giur., 1910, I, 1) le quali dichiarano la nullità delle stipulazioni di interessi in forma di obbligazione autonoma ed indipendente dal mutuo, essendo condizione essenziale per la validità dell’atto la stipulazione per iscritto degli interessi come tali.

[96] Cfr Trib. di Napoli 21 giugno 1907, ult. cit.

[97] Cfr. Trib. di Napoli 31 dicembre 1908, in Riv. crit. di dir. e giur., 1909, II, 2, 55 nonché App. Napoli 15 giugno 1917, in Riv. dir. comm., 1918, 634 la quale conclude: “Il principio della libera pattuizione degli interessi sancito nell’art 1831 c.c. trova il suo temperamento nei precedenti artt. 1119 e 1122 e quindi non osta a che possa essere dichiarata la nullità dei contratti evidentemente usurari, in urto con la coscienza sociale e non rispondenti alle reali esigenze economiche”.

[98] Il progetto consta di 25 articoli. Le disposizioni più importanti propongono che: venga introdotto un tasso massimo legale dell’8% in materia civile e del 10% in materia commerciale; gli interessi convenzionali non superino di un terzo la misura ordinaria di interessi attestata “da pubblici istituti di emissione su parere della Camera di commercio locale”; siano stabilite adeguate sanzioni. Inoltre, nella relazione che accompagna il progetto, viene messo in evidenza lo stato di miseria di commercianti, piccoli professionisti, artigiani e soprattutto agricoltori dovuto direttamente all’usura e indirettamente all’assenza di adeguate fonti di finanziamento. Cfr. Atti Parlamentari, Cam., Dep., XVIII, Sess. I, Doc. n. 360.

[99] L’art. 1 del progetto così dispone: “Chiunque approfittando del bisogno, della leggerezza, di uno stato di sovreccitazione altrui accorda o prolunga un credito, ovvero serve da intermediario per stipulare un prestito a condizioni tali per le quali si attribuisce o si fa promettere, sotto una forma qualsiasi per se stesso o a profitto di una terza persona dei benefici materiali eccedente il tasso legale dell’interesse, di guisa che questi benefizi risultino manifestamente sproporzionati al servizio reso, è punito con la detenzione sino a tre mesi e con la multa sino a lire 3000”. E’ previsto, inoltre, un inasprimento delle pene nei casi di abitualità e di professionalità. Cfr. GIANFELICI E. e F., op. cit., 5.

[100] L’art. 1 dispone: “Nei contratti di mutuo, di vendita a rate, a dilazione o con patto di riscatto ed in altri contratti simili sono nulli i patti con i quali il creditore abusando dei bisogni, dell’inesperienza, delle passioni, della leggerezza o della posizione del debitore, faccia promettere o dare a sé o ad altri profitti che, avuto riguardo a tutte le circostanze del caso, siano in evidente sproporzione con la prestazione”. Cfr. Atti Parlamentari, Cam., Dep., XXI, Sess. I, Doc. n. 88.

[101] Per una analisi dettagliata del progetto v. SRAFFA, Un nuovo disegno di legge contro l’usura, Monitore dei tribunali, 1901, 3.

[102] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 214 e CIRALLI, op. cit., 1997, 2260.

[103] Il progetto propone il seguente testo: “L’interesse convenzionale è stabilito a volontà delle parti. Quando esso però sia in tale sproporzione con la prestazione fatta da mostrare che il creditore abbia abusato del bisogno, dell’inesperienza, dell’ignoranza o dello stato d’animo del debitore, può essere ridotta a quella misura non inferiore all’interesse legale che il giudice creda equa, tenendo conto delle circostanze speciali”. Nella relazione viene spiegato che si è ritenuto di proporre una modifica della legge civile, piuttosto che una proposta di introduzione di una norma penale, perché una repressione efficace contro l’usura non si può avere se non  dopo la modificazione dell’art. 1831 c.c. Cfr. Atti Parlamentari, Senato, XXIII, Sess. I, Doc. n. 221.

[104] L’art. 1133 Cod. Civ. Eritreo approvato con legge 24 maggio 1903, così dispone: “Il giudice può ridurre o negare l’efficacia ai patti contrattuali che siano sproporzionatamente gravosi, in modo da far presumere che non furono consentiti con sufficiente libertà”.

[105] Per una compiuta analisi del problema qui affrontato cfr. VIOLANTE, op. cit., 220.

[106] Significativa è una circolare del Guardasigilli Rocco ai Procuratori Generali nella quale, riferendosi ai pretori, dice: “Questi troncheranno ogni velleità ostruzionistica mediante un’azione rapida e sicura”. Cfr. Il Corriere della Sera, 9 luglio 1927.

[107] Secondo l’art. 166 del T.U.L.P.S. (Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza) del 1926 possono essere ammoniti, eventualmente previa diffida, “gli oziosi, i vagabondi abituali validi al lavoro non provveduti di mezzi di sussistenza o sospetti di vivere con ricavato di azioni delittuose, gli sfruttatori abituali delle donne, gli spacciatori abituali di sostanze aventi effetto stupefacente e le persone designate dalla pubblica voce come socialmente pericolose per l’abuso di tali sostanze, nonché quelle designate dalla pubblica voce come pericolose all’ordine nazionale dello Stato. Saranno altresì denunziati per l’ammonizione i diffamati per i delitti di cui all’articolo seguente”; l’art. 167 dispone: “Si ha per diffamato colui che è designato dalla pubblica voce come abitualmente colpevole: 1) dei delitti di omicidio, lesione personale, minaccia, violenza o resistenza alla pubblica autorità; 2) dei delitti d’incendio, furto, rapina, estorsione e ricatto, truffa, falsità in monete e in carte di pubblico credito, appropriazione indebita e ricettazione o di favoreggiamento di tali delitti; 3) dei delitti contro la personalità dello Stato, contro l’ordine pubblico e di quelli commessi con materie esplodenti, quando sia stato per tali titoli colpito da una sentenza di condanna o sottoposto a giudizio ancorché questo sia finito con sentenza assolutoria per insufficienza di prove, ovvero sia incorso in un procedimento nel quale sia stato dichiarato dal giudice dell’istruzione non doversi procedere per insufficienza di prove”; per il successivo art. 184: “Possono essere assegnati al confino di polizia, con l’obbligo del lavoro, qualora siano pericolosi alla sicurezza pubblica: 1) gli ammoniti; 2) coloro che abbiano commesso o manifestato il deliberato proposito di commettere atti diretti a sovvertire violentemente gli ordinamenti nazionali, sociali e economici costituiti nello Stato o a menomare la sicurezza ovvero a contrastare od ostacolare l’azione dei poteri dello Stato, per modo da creare comunque nocumento agli interessi nazionali, in relazione alla situazione interna o internazionale dello Stato”. Cfr. R.D. 6 novembre 1926 n. 1848, in Raccolta leggi atti ufficiali, 1926, II, 1485 e 1487.

[108] Cfr. La Stampa, 15 novembre 1927.

[109] Cfr. Il Corriere della Sera, 11 febbraio 1928.

[110] Cfr. Il Corriere della Sera, 17 settembre 1927.

[111] Cfr. La Stampa, 15 settembre 1927.

[112] Il Violante è estremamente chiaro nell’esporre la propria idea di illegittimità della repressione dell’usura sotto il regime fascista e, in particolare, per quanto riguarda l’individuazione del concetto di usura dice: “Si era passati così dalle ideologie vagamente socialiste, che erano alla base dei progetti maturati sotto il codice Zanardelli, ad una repressione formulata sulla scorta di criteri rigidamente nazionalistici”, v. VIOLANTE, op. cit., 226.

[113] L’art. 643 disciplina la “Circonvenzione di persone incapaci”.

[114] Vedi supra, § 3.3 Il regime fascista, pag. 42.

[115] Cfr. VIOLANTE, ult. cit., 226.

[116] Cfr. BERTOLINO, op. cit., 782.

[117] V. infra, nota n. 240, pag. 98.

[118] Si usa questa espressione per tenerla distinta dalla mediazione usuraria, la quale, come appena rilevato, è disciplinata dal secondo comma dell’art 644.

[119] Cfr. BELLACOSA, Usura, in Digesto delle Discipline Penalistiche, 1999, 146. A questo riguardo, è utile riportare il pensiero del De Angelis il quale afferma che: “La fattispecie testè delineata, tralasciando per il momento l’ipotesi criminosa di cui al secondo comma, appare – ad una approssimativa lettura – come una norma strutturalmente rigida, essendo indicati in maniera sufficientemente tassativa tutti gli elementi costitutivi del reato tranne il carattere usurario degli interessi o vantaggi richiesti dall’agente.

In realtà un’analisi più attenta può facilmente condurre ad una considerazione opposta. Non solo, infatti, la qualifica usuraria degli interessi, ma anche altri elementi necessitano di ulteriori specificazioni: primo fra questi lo stato di bisogno del soggetto passivo che – come si vedrà – è forse il nucleo centrale dell’intera figura criminosa”. V. DE ANGELIS, in Encicl. giur. Treccani, 1994, vol. XXXII, 1.

[120] Si ricorda che ogni reato consta di un elemento oggettivo (condotta, evento, nesso di causalità fra i due, assenza di cause di giustificazione) e di uno soggettivo (volontà colpevole). Cfr. ANTOLISEI, Manuale di Diritto Penale,  parte generale, Torino, 1997, 215 e 315.

[121] Cfr. GALLO, Dolo (diritto penale), in Enc. Diritto, XIII, 787; per una più compiuta trattazione vedi infra, pag. 68 ss.

[122] Cfr. LA PORTA, La repressione dell’usura nel diritto penale italiano, Milano, 1963, 38; ANGELOTTI, I delitti contro il patrimonio, 1936, 515; MANZINI, Trattato di diritto penale italiano, Torino, 1961, 793.

[123] Cfr. VIOLANTE, Il delitto d’usura, Milano, 1970, 155; DE ANGELIS, op. cit., 4.

[124] L’art. 643 dispone che: “Chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato di infermità o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto, che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso, è punito con la reclusione da due a sei anni e  con la multa da lire quattrocentomila a quattro milioni”. (Pena aggiornata a norma dell’art. 113, l.n. 689/1981).

[125] Cfr. MANZINI, loc. ult. cit.; D’AMBROSIO, Delitti contro il patrimonio, in Codice penale, in Giurisprudenza sistematica di diritto penale, II, Torino, 1984, 1352.

[126] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 22. Più in particolare, secondo l’autore, abuso e approfittamento fanno parte di realtà essenzialmente distinte: l’abuso appartiene al piano della condotta, perché designa la difformità di una certa azione dall’iter fissato da norme giuridiche, mediche, sociali; l’approfittamento inerisce, invece, al momento della motivazione e, dunque, appartiene ad una realtà eminentemente psicologica.

[127] Cfr. DE FRANCESCO, in CRESPI, STELLA e ZUCCALA’, Commentario breve del codice penale, Padova, 1986, 644. Insistono sulla mancanza di induzione della vittima a compiere un atto ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, II, 1977, 301; FIANDACA-MUSCO, Diritto penale, parte speciale, II, Bologna, 1992, 174.

[128] Cfr. MARCIANO, Il nuovo codice penale. Innovazioni, Napoli, 1932, 442; contra ANTOLISEI, op. ult. cit., 302; DE FRANCESCO, loc. ult. cit.; Cass. 19 maggio 1937, in Giust. pen., 1937, II, 1350; Cass. 23 marzo 1964,ivi, 1964, II, 769.

[129] Cit. FIANDACA-MUSCO, op. cit., 173.

[130] Cfr., per tutti, FIANDACA-MUSCO, op. cit., 174.

[131] Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 1992, 328. In questa prospettiva v. Cass. 7 aprile 1953, in Giur. comp. cass. pen., 1953, II, 331, la quale ritiene irrilevante la partecipazione del soggetto all’una, piuttosto che all’altra categoria o classe sociale.

[132] Cfr. GAROFANO, Sullo «stato di bisogno» nel delitto di usura, in Cass. pen., 1993, 2282; Cass. 5 maggio 1993, in Cass. pen., 1995, 55; Cass. 13 gennaio 1989, ivi, 1992, 82.

[133] A tale proposito, Cfr. Cass. 20 marzo 1979, in Giust. pen., 1980, II, 177; Cass. 28 maggio 1979, ivi, 233; Cass. 28 settembre 1978, ivi, 1979, 413; Cass. 21 gennaio 1982, in Cass. pen., 1982, 1177.

[134] Cfr. Cass. 29 gennaio 1985, in Cass. pen., 1986, 1282; Cass. 12 febbraio 1982, ivi, 1983, 743.

[135] Cfr. Cass. 17 gennaio 1963, in Cass. pen. mass., 1964, 63.

[136] Cfr. MANZINI, op. cit., 795; VIOLANTE, op. cit., 89.

[137] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 1975, 381.

[138] Cfr. DE ANGELIS, Usura, in Encicl. giur. Treccani, 1994, vol. XXXII, 2.

[139] Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, II, 1977, 302.

[140] Cfr. Cass. 7 dicembre 1978, in Giust. pen., 1979, II, 480; Cass. 29 gennaio 1985, cit. supra nota 134.

[141] Cfr. Cass. 23 febbraio 1987, in Cass. pen., 1988, 1245.

[142] Cfr. Cass. 18 maggio 1978, in Giust. pen., 1979, II, 571; Cass. 30 gennaio 1987, in Cass. pen., 1989, 395; Cass. 26 gennaio 1988, ivi, 1988, 253.

[143] Cass. 24 febbraio 1982, in Cass. pen., 1983, 1560; Cass. 16 giugno 1986, ivi, 1987, 462.

[144] V. VIOLANTE, op. cit., 383.

[145] Il primo comma del nuovo art. 644 cosi dispone: “Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 643 si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da lire 6 milioni a lire 30 milioni”.

[146] In questo senso Cfr. Cass. 13 marzo 1984, in Cass. pen., 1985, 1839; Cass. 21 gennaio 1981, ivi, 1982, 1177; MANZINI, op. cit., 795.

[147] Vedi per tutti ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, II, 1977, 300. L’autore ribadisce la propria posizione nella IX edizione del suo manuale, cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 1982, 309.

[148] Viene normalmente ricondotta nella figura dell’usura reale, ad esempio, l’esigere un corrispettivo esagerato per la locazione di un alloggio o il pretendere compensi eccessivi per prestazioni professionali (per esempio, nel caso del sanitario che, chiamato d’urgenza per curare un malato grave, approfitti della situazione subordinando il suo intervento alla corresponsione di un onorario altissimo).

Per completezza va aggiunto che secondo l’Antolisei le ipotesi di usura reale dovrebbero rientrare nella previsione normativa se non altro per un minimo di equità; purtroppo, però, l’interpretazione letterale dell’art. 644 non lo permette e dunque sarebbe auspicabile una riforma legislativa. Cfr. ANTOLISEI, loc. ult. cit.

[149] La dazione o promessa di denaro è, peraltro, l’ipotesi più frequente e quasi tradizionale del delitto d’usura.

[150] L’art. 624 disciplina il delitto di FURTO ed è il primo articolo del Titolo XIII – Dei delitti contro il patrimonio. Il suo capoverso così dispone: “Agli effetti della legge penale, si considera cosa mobile anche l’energia elettrica e ogni altra energia che abbia un valore economico”.

[151] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 385.

[152] V. pag. 58.

[153] Cit. VIOLANTE, op. cit., 1970, 18.

[154] V. infra, pag. 96.

[155] Cfr. MAGGIORE, Diritto Penale, II, 1958, 794; MANZINI, op. cit., 794; Cass. 19 maggio 1937, in Giust. Pen., 1937, II, 1350.

[156] Il silenzio è cosa ben distinta dall’omissione; mentre il primo rappresenta un semplice non fare, la seconda consiste in un comportamento negativo che viola un obbligo di fare imposto da una norma giuridica.

[157] In questo senso v. VIOLANTE, op. cit., 31.

[158] Cfr. DE MARSICO, Delitti contro il patrimonio, Napoli, 1940, 262.

[159] Vedi per tutti ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 1982, 23.

[160] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 129-130. L’autore puntualizza che: “Quando…il vantaggio non abbia carattere economico, il che nell’ambito del delitto d’usura significa che la causa della prestazione di quel vantaggio non è, nel sistema del valori, cui lo stesso appartiene, costituita dal danaro, i confini dell’usurarietà sembrano tornare a coincidere perfettamente con quelli dell’ingiustizia; assume carattere usurario, infatti, quel vantaggio per il conseguimento del quale il soggetto attivo della fattispecie concreta era assolutamente sfornito di titolo.

E’ il caso, ad esempio, di chi condiziona la prestazione di una certa somma di danaro nei confronti di Tizio, membro del consiglio di amministrazione di una società, al suo parere favorevole per la concessione di un appalto, sebbene le condizioni del contratto non siano favorevoli alla società”.

[161] Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 1982, 301; Cfr. MANZINI, op. cit., 804.

[162] V. VIOLANTE, op. cit., 133.

[163] Relazione del Guardasigilli sul progetto definitivo del codice penale, in Lavori preparatori del codice penale e del codice di procedura penale, V, pt. II, Roma, 1929, 467: “si è rilevato che dovrebbesi definire quando riconoscere gli interessi o altri vantaggi usurari, previsti come elementi del reato. Tale definizione non è possibile e non è necessaria. Si è fatto ricorso alla locuzione interessi o altri vantaggi usurari, perché appunto l’usura si nasconde nei più vari espedienti e non si realizza solo nell’alta misura degli interessi; e d’altra parte non si può stabilire in un codice quando la misura degli interessi raggiunga tale grado da fornire materia di usura, essendo la misura degli interessi dipendente dalle più diverse circostanze di tempo, di luogo, di persona, di rischio”.

[164] Cfr. Cass. 7 dicembre 1978, in Giust. pen., 1979, II, 480; Cass. 2 luglio 1982, n. 6574.

[165] Cit. MANZINI, op. cit., 805.

[166] Cfr. D’AURIA, Per il criterio attuale d’interesse e usura, La nuova legislazione italiana, 1932, 196; DE MARSICO, op. cit., 262. Questa sembra essere anche l’opinione dei compilatori, vedi nota n. 163.

[167] Cit. VIOLANTE, op. cit., 1975, 385, il quale, già nell’edizione precedente, scriveva: “A nostro sommesso avviso l’usurarietà si può riportare nel genus dell’ingiustizia del profitto in quanto indica indubbiamente un tipo di profitto conseguito non legittimamente.”; cit. VIOLANTE, op. cit., 1970, 125; nello stesso senso cfr. BONORA, La nuova legge sull’usura, Padova, 1998, 17.

[168] Cfr. Cass. 26 giugno 1990, in Riv. pen., 1991, 1066, che ha ritenuto “manifestamente infondata l’eccezione di incostituzionalità dell’art.644 c.p. prospettata sotto il profilo della indeterminatezza della previsione, in quanto – pur non fornendo la norma alcuna previsione sulla natura usuraria degli interessi pattuiti per la prestazione e rimettendo al giudice di decidere quando essi abbiano tale natura – è chiaro che il giudice deve riferirsi alla nozione comune, secondo cui sono usurari gli interessi sproporzionati alla prestazione, e cioè notevolmente superiori a quelli che di regola vengono corrisposti per simili prestazioni”. In dottrina, cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 1992, 326; MANTOVANI, Diritto penale. Delitti contro il patrimonio, Padova, 1989, 194; questa interpretazione prende spunto da alcuni codici stranieri e, soprattutto, da quello tedesco il quale usa espressamente la formula “interessi manifestamente sproporzionati alla prestazione” , in StGB, § 302 a), 1870.

[169] Cfr. Cass. 21 giugno 1983, in Cass. pen., 1984, 1127; Cass. 27 gennaio 1987, ivi, 1987, 2087.

[170] Si distingue, infatti, fra dolo generico e dolo specifico: il primo sussiste quando è sufficiente che sia voluto il fatto descritto nella norma incriminatrice, il secondo ricorre quando la legge esige che il soggetto abbia agito per un fine particolare la cui realizzazione non è necessaria per l’esistenza del reato, e cioè per un fine che sta al di là e, quindi, fuori dal fatto che costituisce il reato. Esempio tipico di dolo specifico è rappresentato dalla fattispecie incriminatrice del furto ex art. 624: “Chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da lire sessantamila a un milione.” Il dolo specifico risiede, in questa norma, nel fine di trarre profitto dalla cosa mobile sottratta; l’effettivo conseguimento del profitto non è richiesto dal legislatore affinché si perfezioni il delitto di furto, tuttavia, il soggetto agente, al momento in cui pone in essere la condotta tipica, deve perseguire tale fine. Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte generale, I, 1997, 355.

[171] Cfr. GALLO, lc. ult. cit.; ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, II, 1977, 300; D’AMBROSIO, op. cit., 1354; Cass. 10 marzo 1975, in Giust. pen., 1975, II, 682.

[172] In termini generali si devono distinguere i reati che si perfezionano attraverso la condotta tipica di un solo soggetto, e quelli per i quali è necessario il concorso di altri soggetti. Questi ultimi non possono essere realizzati da un solo individuo, ma esigono la cooperazione di più persone; non si tratta, come nel concorso eventuale, di un modo di realizzazione del reato, piuttosto di una distinta categoria di reati, nei quali la pluralità di agenti è richiesta come elemento costitutivo della figura tipica delineata dalla legge. Questi reati sono normalmente detti plurisoggettivi (in precedenza si usava l’espressione collettivi in contrapposto a quelli individuali); esempi tipici sono la rissa, il duello e l’incesto. Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte generale, 1997, 583.

[173] V. infra, pag. 78.

[174] In questo senso VIOLANTE, op. cit., 141.

[175] Cfr. Cass. 18 maggio 1978, in Cass. pen., 1979, 1527; Cass. 20 gennaio 1981, ivi, 1982, 976; Cass. 23 novembre 1982, ivi, 1983, 915; D’AMBROSIO, loc. ult. cit.

[176] Per il soggetto passivo, vedi infra pag. 63.

[177] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 144.

[178] Vedi, a tal proposito, nota n. 155.

[179] Cfr Cass. 19 maggio 1937, in Giust. pen., 1937, II, 1350.

[180] Cfr. App. Perugia, 21 ottobre 1958, in Rass. giur. Umbra, 1958, 623. Questa formula è stata criticata in dottrina sulla base della considerazione che la minore libertà di scelta determinata dal bisogno è lo stato di bisogno e non è determinata dallo stato di bisogno. Cfr. VIOLANTE, op. cit., 147.

[181] Cfr. Cass. 10 marzo 1975, in Giust. pen., 1975, II, 682.

[182] Cfr. D’AMBROSIO, loc. ult. cit. L’autore aggiunge: “Il dolo può essere comprovato da una serie di elementi quali la stessa entità della prestazione assunta dal soggetto passivo, la standardizzazione dei motivi addotti per ricorrere ai finanziamenti usurari, la mancanza di precisi ed attendibili piani di rimborso, la richiesta di poter disporre delle somme maturate a brevissimo intervallo e da tutti quegli elementi che, valutati nel loro insieme, fanno ritenere che l’agente non poteva ignorare la coartazione volitiva del soggetto passivo, o che comunque, poteva aver ravvisato uno stato di bisogno senza accertarlo in concreto, ma accertandone la possibile esistenza”.

[183] Cfr. D’AMBROSIO, loc. ult. cit.

[184] Cfr. DE ANGELIS, op. cit., 4. Tale conclusione, si rileva, non si discosta molto dal pensiero del D’Ambrosio riportato in nota n. 182.

[185] V. Pret. Torino, 3 novembre, 1979, inedita.

[186] Per quanto riguarda la configurabilità del dolo eventuale, v. infra § 3.3 Il dolo eventuale e il tentativo, pag. 75.

[187] E’ appena il caso di ricordare la sentenza della Corte Costituzionale con la quale è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 5 c.p. “nella parte in cui non esclude dall’inescusabilità della ignoranza della legge penale l’ignoranza inevitabile”; Cort. Cost. 24 marzo 1988, n. 364.

[188] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 151.

[189] Sul problema in generale cfr. GALLO, op. cit., 756.

[190] Si distingue, generalmente, tra dolo intenzionale (o diretto) e dolo eventuale (o indiretto). Secondo l’Antolisei, il secondo si verifica quando il soggetto ha previsto un certo risultato, anche soltanto come possibile, ma non ha agito con lo scopo di determinarlo. Si aggiunge, inoltre, che tale soggetto deve aver accettato il rischio del risultato, perché se ha agito con la sicura convinzione che esso non si sarebbe verificato è più esatto parlare di colpa cosciente. Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte generale, 1997, 345.

[191] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 163.

[192] Il primo comma dell’art. 56 c.p. stabilisce che: “Chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, risponde di delitto tentato, se l’azione non si compie o l’evento non si verifica”. In generale, sul delitto tentato, v. ANTOLISEI, op. cit., parte generale,1997, 474.

[193] Cogitationis poenam nemo patitur.

[194] Cfr. D’AMBROSIO, op. cit., 1354; VIOLANTE, op. cit., 186. E’ utile ricordare la distinzione che l’Antolisei fa tra atti preparatori e atti esecutivi in senso stretto: i primi sono atti meramente preliminari quali, ad esempio, l’apprestare i mezzi necessari per la commissione del delitto come armi o strumenti, l’assumere informazioni per la riuscita del progetto ecc.; i secondi, invece, sono tutti gli atti diretti alla consumazione del delitto, in altre parole sono quegli atti diretti a far verificare l’evento dannoso. Solo i secondi sono atti punibili e, dunque, sorge la necessità di distinguere, nella realtà empirica, gli uni dagli altri; secondo l’autore, a tal fine, è necessario ricorrere al requisito dellaunivocità oggettiva: deve trattarsi di una azione che metta in chiara evidenza il fine a cui è diretta e che escluda, con apprezzabile probabilità, che il reo desista dal condurla a termine. Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte generale, 1997, 487.

[195] Cfr. MANZINI, op. cit., 812

[196] Normalmente si distingue tra reato di danno e reato di pericolo a seconda che, nel momento in cui esso si perfeziona, il fatto che integra la figura del reato costituisce effettiva lesione o semplice esposizione a pericolo dell’interesse protetto.

[197] Vedi, infatti, infra § 5.2 Il reato di pericolo e di danno, pag. 94.

[198] V. pag. 75.

[199] Vedi nota n. 172. E’ stato anche puntualizzato, peraltro che cooperazione non sta a significare concorso necessario perché il soggetto passivo non pone in essere alcuna offesa tipizzata dalla legge penale, e che, quindi, non si può ritenere che il delitto qui in esame sia a struttura plurisoggettiva.

[200] Cfr. GROSSO, op. cit., 1146; DE ANGELIS, op. cit., 5; contra BONORA, op. cit., 18, secondo il quale “Manca nella norma in esame ogni precisazione in ordine all’elemento psicologico del soggetto passivo; può pertanto desumersi che non appare necessario un particolare atteggiamento psicologico e che l’unica indicazione possibile è quella relativa all’irrilevanza penale della fattispecie caratterizzata da un intento di non adempiere, salvo naturalmente che la promessa si sia estrinsecata in forma di per se stessa impegnativa (sottoscrizione, ad esempio, di un titolo cambiario)”.

[201] V. supra § 2.2 Lo stato di bisogno, pag. 52.

[202] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 166.

[203] Cfr. DE MARSICO, op. cit., 263; MANZINI, op. cit., 811; RANIERI, Manuale di Diritto Penale, III, 1967, 522; SANTORO, Manuale di Diritto Penale, V, 1968, 421; PISAPIA, Istituzioni di Diritto Penale, 1970, 434; Cass. 26 aprile 1958, in Giust. pen., 1958, II, 1165; Cass. 20 gennaio 1981, in Cass. pen., 1982, 976; Cass. 18 febbraio 1988, ivi, 1989, 836; Cass. 24 aprile 1990, in Riv. pen., 1991, 817; Cass. 27 maggio 1992, in Cass. pen., 1994, 1858.

[204] Cfr. CRISPIGNI, Diritto penale, II, 1947, 335; DOLCE, Considerazioni sul contratto penalmente illecito, La Scuola Positiva, 1959, 221.

[205] Il primo comma dell’art. 1326 c.c. così dispone: “Il contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione dell’altra parte”.

[206] Di questa ultima opinione è anche il Violante. V. VIOLANTE, op. cit., 175.

[207] Si dicono permanenti i reati in cui il fatto che li costituisce dà luogo ad una situazione dannosa o pericolosa che si protrae nel tempo a causa del perdurare della condotta del soggetto; sono istantanei, invece, tutti i reati che non hanno questa particolarità. A loro volta i reati istantanei si dicono con effetti permanenti quando sono caratterizzati dall’indole duratura delle conseguenze che derivano dagli stessi. La letteratura in materia è copiosa: cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte generale, 1997, 261; GALLO, Reato permanente ed omesso conferimento di grano all’ammasso, in Riv. it., 1948, 328; CARACCIOLI, Condotta permanente e permanenza di effetti nella fattispecie criminosa, in Riv. it., 1960, 221; RAGNO, I reati permanenti, I, 1960; SINISCALCO, Tempus commissi delicti, reato permanente e successione di leggi penali, in Riv. it., 1960, 1093; RAMPIONI, Reato permanente, in Encicl. diritto, XXXVIII, 1987, 856; ALIBRANDI, Reato permanente, in Dig. pen., XI, 1996, 318.

[208] Cfr. CAIAZZO, L’usura nella legislazione penale italiana, 1935, 191; DRAGO, L’usura reato esaurito, in Rass. giud., 1935, II, 79.

[209] Cfr. Trib. Napoli, 23 novembre 1932, in Riv. dir. civ., 1933, 187; App. Catania, 11 gennaio 1935, in Rass. giud., 1935, II, 116.

[210] Cfr. Cass. 27 aprile 1934, in Giust. pen., 1935, II, 87.

[211] Cfr. TUCCI, Se il reato d’usura sia istantaneo o permanente, in Il Nuovo Diritto, 1932, 485; RICCA, Il momento consumativo nel reato d’usura, in Mon. Trib., 1941, 115.

[212] Cfr. Cass. 26 settembre 1983, in Cass. pen., 1985, 395; Cass. 18 febbraio 1988, cit. nota n. 203; Cass. 20 gennaio 1981, cit. nota n. 203.

[213] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 182.

[214] Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte generale, 1997, 263.

[215] Cfr. MANZINI, op. cit., 811.

[216] Cfr. DE ANGELIS, op. cit., 4, il quale porta l’esempio del datore di lavoro che, permanentemente, sfrutta i propri dipendenti.

[217] Cfr. ALTAVILLA, Il momento consumativo del reato d’usura: reati istantanei ad effetto permanente e reati esauriti, in Riv. it. dir. pen., 1935, 537.

[218] Cfr. ROCCO, L’oggetto del reato, in Opere giur., I, 1932, 113.

[219] L’art. 81 c.p. così dispone: “E’ punito con la pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave aumentata fino al triplo chi con una sola azione od omissione viola diverse disposizioni di legge ovvero commette più violazioni della medesima disposizione di legge.

Alla stessa pena soggiace chi con più azioni od omissioni, esecutive di un medesimo disegno criminoso, commette anche in tempi diversi più violazioni della stessa o di diverse disposizioni di legge

Nei casi preveduti da quest’articolo, la pena non può essere superiore a quella che sarebbe applicabile a norma degli articoli precedenti”.

[220] V. Cass. 18 febbraio 1988, cit. nota n.203.

[221] Generalmente viene presa in considerazione la nota definizione dello Jhering, secondo la quale “è bene tutto ciò che a noi può servire”. V. JHERING, Geist des römischen Rechts, 1875, III, 328.

[222] Riguardo le singole posizioni vedi, più in particolare, 3.2 Il Codice Zanardelli e i paragrafi successivi, pag. 36 ss.

[223] Cfr. DE MARSICO, op. cit., 259; ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, II, 1977, 314. Sul problema, ampiamente, v. LA PORTA, op. cit., 29.

[224] Cfr. CANDIAN, Contributo alla dottrina dell’usura e della lesione nel diritto positivo italiano, Milano, 1946, 38.

[225] Cfr. LA PORTA, op. cit., 31.

[226] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 230.

[227] Cfr. FLORIAN, Il delitto d’usura. Nota economico-giuridica, in Giur. it., 1935, II, 94.

[228] In questo senso V. VIOLANTE, op. cit., 199.

[229] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 1975, 387. In questo senso vedi, anche, DE ANGELIS, op. cit., 5.

[230] Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte generale, 1997, 186.

[231] Sull’argomento cfr. PATALANO, Significato e limiti della dommatica del reato di pericolo, Napoli, 1975; FIANDACA, Note sui reati di pericolo, in Il Tommaseo Natale, 1977, 175; ANGIONI, Il pericolo concreto come elemento della fattispecie penale, Sassari, 1981; CANESTRARI, Reato di pericolo, in Encicl. giur. Treccani, XXVI, 1991.

[232] V. § 4.1 , pag. 82.

[233] Tesi elaborata dal Candian; vedi nota n. 224.

[234] Tesi elaborata dal Violante; vedi nota n. 229.

[235] Questo ultimo autore, tuttavia, giunge ad una conclusione diversa. A riguardo v. VIOLANTE, op. cit., 1970, 230.

[236] E’ previsto, infatti, che “Alla stessa pena soggiace chi…procura ad una persona in stato di bisogno una somma di denaro…”

[237] Da ciò deriva che l’ambito di applicabilità della mediazione usuraria è più ampio rispetto a quello dell’usura diretta.

[238] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 157.

[239] Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 313; DE FRANCESCO, op. cit., 644.

[240] Così, anche, ANTOLISEI, loc. ult. cit.; DE FRANCESCO, loc. ult. cit.

E’ necessario qui rilevare come proprio tale esclusione abbia determinato la scarsa applicazione pratica della fattispecie della mediazione usuraria in favore del concorso in usura diretta. Per un curioso caso di intermediazione usuraria su flaconi di sangue per trasfusione v. Pret. Caltagirone, 8 novembre 1983, in Il Foro Italiano, 1985, 568.

[241] Cfr. MANZINI, op. cit., 1963, 807; contra DE ANGELIS, op. cit., 5.

[242] Cfr. D’AMBROSIO, op. cit., 1355; GROSSO, op. cit., 1147.

[243] Il primo comma dell’art. 1755 c.c. cosi dispone: “Il mediatore ha diritto alla provvigione da ciascuna delle parti, se l’affare è concluso per effetto del suo intervento”.

[244] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 28.

[245] Ciascuno di questi requisiti è stato oggetto di trattazione più approfondita nel capitolo precedente; v. cap. II. FATTISPECIE DELL’USURA EX ART. 644 DEL CODICE ROCCO, pag. 47 ss.

[246] Cfr. ALBAMONTE, Opinioni e documenti, in Cass. pen., 1993, fasc. 145, 226.

[247] Cfr. Cass. 18 maggio 1978, in Cass. pen., 1979, 1527; più recentemente, cfr. Cass. 30 gennaio 1988, in C.E.D. Cass., n. 177506 e Cass. 14 novembre 1988, in C.E.D. Cass., n. 179679.

[248] Cfr. Cass. 12 febbraio 1982, in Cass. pen., 1983, 1145.

[249] Cfr. Cass. 22 novembre 1983, in C.E.D. Cass., n. 161371; Cass. 7 maggio 1988, ivi, n. 178350.

[250] La letteratura in materia è copiosa: cfr. BERIONNE, Relazione nell’ambito del convegno Usura e disciplina penale del credito, Frascati 6/8 febbraio 1997; CAPERNA-LOTTI, Il fenomeno dell’usura tra esperienze giudiziarie e prospettive di un nuovo assetto normativo, in Banca borsa e titoli di credito, 1995, 75; CAVALIERE, L’usura tra prevenzione e repressione: il controllo del ruolo penalistico, in Riv. it. dir. proc. pen., 1995, 1206; DINI,Intervento alla conferenza internazionale sul riciclaggio del 18/6/94, in Estorsione e usura, Relazione Ufficio del Commissario Straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura; FIANDACA, La disciplina penale dell’usura: problemi e prospettive, in Economia e credito, 1995, 1, 41; MACCARI-MAZZA, Usura e riciclaggio, in Riv. pen. dell’econom., 1995, 260; MONTI, L’usura, 1995, 11; PAUDICE, L’usura e il mercato del credito, 1996, 4; PROSDOCIMI, Aspetti e prospettive della disciplina penale dell’usura, in Riv. trim. dir. pen. econ., 1995, 575; SANTORSOLA, Economia dell’usura: tecniche di raccolta, impieghi e modelli di gestione, in Dirigenza Bancaria, 1994, 41. Da ultimo, è il caso di segnalare la Prima conferenza nazionale contro l’usura e l’estorsione, Roma 16/17 gennaio 2001, organizzata dal Ministero dell’Interno, presieduta da Pina Grassi (16/01/2001) e Federico Brini (17/01/2001), con relazione del Commissario delle iniziative Antiracket e antiusura Tano Grasso, e con l’intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

[251] A tal riguardo, è utile ricordare il pensiero del Manzione, secondo cui: “…l’offerta di usura si è fortemente trasformata, sicché, da fenomeno artigianale, se così si può dire, svolto da singoli con capitale proprio e destinato essenzialmente a «rispondere» ai bisogni individuali o delle famiglie, si è dapprima trasformata in meccanismo associativo di tipo imprenditoriale, rivolto in genere alle piccole e medie aziende ed avente l’obiettivo di impossessarsi progressivamente della stessa attività economica del debitore o dell’intero suo patrimonio mettendolo in condizione di non poter più adempiere alle obbligazioni contratte se non con la cessione dell’attività; quindi in fenomeno criminale, in cui cioè l’usura gioca un ruolo intermedio rispetto ad una più generale e programmata attività economica di organizzazioni che reinvestono capitali di illecita provenienza utilizzando il canale usurario come uno dei vari strumenti di ripulitura del danaro sporco e ricorrendo a «tecniche» violente e sovraffattorie di recupero dei crediti, che spesso si traducono, anche qui, nell’acquisizione finale dell’intero patrimonio o dell’attività dell’usurato.”; cit. MANZIONE,Usura e mediazione creditizia, aspetti sostanziali e processuali, 1998, 19.

[252] Detto anche Decreto Legge Martelli, in Gazzetta Ufficiale, 8 giugno 1992, n. 133.

[253] Cfr. BELLACOSA, Usura impropria, in Encicl. giur. Treccani, 1994, vol. XXXII, 1.

[254] V. emendamento n. 1.1/28, proposto dal sen. Brutti alla Commissione Giustizia del Senato nella seduta del 22 luglio 1992.

[255] V. emendamento n. 1.1/159, proposto anch’esso dal sen. Brutti alla Commissione Giustizia del Senato nella seduta del 22 luglio 1992.

[256] Di cui è stato riportato il testo supra, v. pag. 106.

[257] Una indicazione in tal senso, emerge con evidenza dai lavori preparatori, ove si legge che le nuove previsioni normative in materia di usura, mirano “a garantire il mercato e a contrastare l’usura come fonte di reddito per la mafia e consimili associazioni”, e perseguono lo scopo “di colpire attività di intermediazione finanziaria di natura usuraria collegate a fenomeni di pressione ed intimidazione”; v. interventi del sen. Brutti nella seduta della Commissione Giustizia del Senato del 23 luglio 1992; al riguardo, cfr. BELLACOSA, Usura impropria, in Encicl. giur. Treccani, 1994, vol. XXXII, 1; FIANDACA-MUSCO, Diritto penale, parte speciale, II, 2, Delitti contro il patrimonio, 1992, 180.

[258] In questo senso, cfr. ALBAMONTE, op. cit., 227.

[259] Cfr. DE MARSICO, Delitti contro il patrimonio, Napoli, 1940, 259; ANTOLISEI, Manuale di Diritto Penale, parte speciale, II, 1977, 314.

[260] Cfr. CANDIAN, Contributo alla dottrina dell’usura e della lesione nel diritto positivo italiano, Milano, 1946, 30.

[261] Cfr. VIOLANTE, Il delitto d’usura, Milano, 1975, 387.

[262] Cfr. BELLACOSA, op. cit., 2. In senso analogo, cfr. FIANDACA-MUSCO, op. cit., parte speciale, II, 2, Delitti contro il patrimonio, 1992, 181. Inoltre, secondo Albamonte: “Sta di fatto che, alla luce della ratio della nuova normativa, essa debba tener conto dell’interesse tutelato dalle relative fattispecie penali (artt. 644 e 644-bis), non solo di tutela del patrimonio e della libertà negoziale del soggetto passivo, ma di garanzia che l’iniziativa economica privata non sia svolta «in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art. 41 Cost.)”; cit. ALBAMONTE, op. cit., 228.

[263] In materia di interpretazione del concetto di approfittamento vi è una letteratura copiosa: cfr. MANZINI, Trattato di diritto penale italiano, Torino, 1961, 793 ; D’AMBROSIO, Delitti contro il patrimonio, in Codice penale, in Giurisprudenza sistematica di diritto penale, II, Torino, 1984, 1352; DE FRANCESCO, in CRESPI, STELLA e ZUCCALA’, Commentario breve del codice penale, Padova, 1986, 644; VIOLANTE, op. cit., 1970, 22; ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 1992, 328; FIANDACA-MUSCO, op. cit., parte speciale, II, 2, Delitti contro il patrimonio, 1992, 174; MARCIANO, Il nuovo codice penale. Innovazioni, Napoli, 1932, 442; GROSSO, Usura (Diritto penale), in Enc. Diritto, vol. XLV, 1143.

[264] V. cap. II, §2.1 L’approfittamento, pag. 49 ss.

[265] V. §2.1 La legge n. 356 del 7 agosto 1992 e sua «ratio» normativa, pag. 105.

[266] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 1975, 385.

[267] V. supra, §2.1 La legge n. 356 del 7 agosto 1992 e sua «ratio» normativa, pag. 107.

[268] V. supra, cap. II, §2.4 La prestazione tipica del soggetto passivo e l’usurarietà, pag. 63 ss.

[269] Cfr. Cass. 20 marzo 1979, in Giust. pen., 1980, II, 177; Cass. 28 maggio 1979, ivi, 233; Cass. 28 settembre 1978, ivi, 1979, 413; Cass. 21 gennaio 1982, in Cass. pen., 1982, 1177; Cass. 22 aprile 1983, in Riv. pen., 1984, 558.

[270] Cfr. Pret. Prato, 8 novembre 1976, in Banca borsa, 1977, II, 113; Cass. 1 marzo 1979, in Riv. pen., 1979, 560.

[271] Cfr. Cass. 5 luglio 1989, in Riv. pen., 1990, 511.

[272] Cfr. Cass. 18 febbraio 1988, in Giust. pen., 1989, II, 160.

[273] Cfr. Cass. 22 novembre 1983, n. 10025, in C.E.D. Cass., n. 161371; Cass. 15 aprile 1981, n. 3396.

[274] Cfr. Cass. 18 febbraio 1988, in Giust. pen., 1989, II, 160.

[275] Cfr. FIANDACA-MUSCO, op. cit., 191.

[276] Cfr. BELLACOSA, op. cit., 3.

[277] Cfr. BELLACOSA, loc. ult. cit.

[278] L’art. 2082 c.c. così dispone : “E’ imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”; l’art. 2083 c.c., invece, definisce il piccolo imprenditore: “Sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia”.

[279] Esempi tipici di professionista sono il medico, l’avvocato, il commercialista, ecc.

[280] Cfr. ANTOLISEI, op. cit., 328; FIANDACA-MUSCO, op. cit., parte speciale, II, 2, Delitti contro il patrimonio, 1988, 172; MANTOVANI, Diritto penale. Delitti contro il patrimonio, Padova, 1989, 193; Cass. 13 marzo 1984, in Cass. pen., 1985, 1839; Cass. 21 gennaio 1981, ivi, 1982, 1177.

[281] Contra, Mucciarelli, secondo cui: “…ben può…valutarsi non necessario un collegamento funzionale tra la difficoltà economica o finanziaria e l’attività (imprenditoriale o professionale) esercitata dal soggetto passivo, fermo restando che la situazione di difficoltà (qualunque ne sia la causa) è destinata a riverberarsi sull’attività svolta dalla vittima.” In altre parole, secondo questo Autore sarebbe sufficiente un collegamento indiretto. Cfr. MUCCIARELLI, Art. 11-quinquies – Usura e usura impropria, in Leg. pen., 1993, fasc.1-2 , 139.

[282] L’art. 3 Cost. dispone che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

[283] Per la distinzione tra dolo generico e specifico, v. supra nota n. 170.

[284] Cfr. ALBAMONTE, op. cit., 228.

[285] V. cap. II, §3.2 Gli elementi del dolo, pag. 70.

[286] Cfr. Cass. 10 marzo 1975, in Giust. pen., 1975, II, 682.

[287] Cfr. Pret. Taranto, 26 marzo 1992, in Riv. pen., 1992, 971; Pret. Torino, 3 novembre 1979, inedita.

[288] Cfr. ALBAMONTE, loc. ult. cit.

[289] Cit. BELLACOSA, loc. ult. cit.

[290] V. supra, cap. II, §6 MEDIAZIONE USURARIA, pag. 96.

[291] V. §2.1 La legge n. 356 del 7 agosto 1992 e sua «ratio» normativa, pag. 105.

[292] Il primo comma dell’art 6 c.p.p., prima della riforma del d.lgs. 51/1998, introduttivo del giudice unico di primo grado, così disponeva: “Il tribunale è competente per i reati che non appartengono alla competenza della corte di assise o del pretore”.

Il primo comma dell’art. 7 c.p.p., articolo oggi interamente abrogato dal d.lgs. 51/1998, cosi disponeva: “Il pretore è competente per i reati per i quali la legge stabilisce una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni ovvero una pena pecuniaria sola o congiunta alla predetta pena detentiva”.

[293] Cfr. Cass. pen., 8 giugno 1993, n. 1878; Cass. pen., 19 maggio 1993, n. 1619.

[294] In questo senso, cfr. BELLACOSA, op. cit., 4; MUCCIARELLI, op. cit., 138.

[295] Il terzo comma dell’art. 644 bis c.p. dispone, infatti, che: “Si applica la disposizione del terzo comma dell’articolo 644”.

[296] Cfr. BELLACOSA, Usura, in Digesto delle Discipline Penalistiche, XV, 1999, 148.

[297] Cfr. MANZIONE, Usura e mediazione creditizia, aspetti sostanziali e processuali, Milano, 1998, 23. In senso parzialmente dissimile Masullo, secondo cui: “A ben vedere, dunque, la semplificazione operata non derivava dall’incertezza interpretativa sulla sussistenza o sull’ampiezza dello stato di bisogno penalmente rilevante, quanto piuttosto dall’esigenza di ridurlo ad un dato (misura eccessiva degli interessi), di sicura rappresentazione per la controparte”. Cit. MASULLO, A due anni dalla riforma del delitto di usura: una riflessione sulla nuova scelta strategica, in Cass. Pen., 1998, II, 1264, 2201.

[298] In Gazzetta Ufficiale, 9 marzo 1996, n. 58.

[299] V. infra, rispettivamente, §2.5 La fattispecie transitoria di usura ai sensi dell’art. 3 l.n. 108/1996, pag. 161 ss.; §3 DISCIPLINA DELLA PRESCRIZIONE ED I SUOI EFFETTI IN ORDINE ALLA NATURA GIURIDICA DEL DELITTO DI USURA, pag. 185 ss.

[300] Cfr. FUSARO, Con l’approvazione del testo a Camere sciolte si crea un precedente con forti perplessità, Guida al diritto, in Il Sole 24 Ore, 23 marzo 1996, n. 53; MANNA, La nuova legge sull’usura, Torino, 1997, 61.

[301] Il secondo comma dell’art. 61 Cost. così dispone: “Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti”.

[302] Per quanto riguarda l’iter parlamentare della nuova normativa, cfr. MANNA, op. cit., 41 ss.; PISA, Lotta all’usura, giurisprudenza in difficoltà nell’attesa di nuove norme, in Dir. pen. e proc., 1995, 1283. Più in generale, per una disamina dei provvedimenti presi fino ad ora (rectius, fino alla l.n. 108/1996) dalle Camere in regime di prorogatio, cfr. FUSARO, loc. ult. cit.

[303] Questa definizione è del Mortati. Cfr. MORTATI, Istituzioni di Diritto Pubblico, Padova, 1969, I, 479 ss.

[304] In generale, bisogna dire che la maggioranza della dottrina costituzionalista non ritiene ammissibile l’esercizio della funzione legislativa durante il periodo di prorogatio, tranne gli atti legislativi imposti dalle stesse disposizioni costituzionali, e cioè: la conversione di decreti legge, ex art.77, comma secondo, Cost.; l’approvazione di leggi di bilancio, ex, art. 81, Cost.; la deliberazione dello stato di guerra, ex art. 78, Cost.; a tal proposito, cfr. MAZZIOTTI, voce Parlamento (funzioni), in Enc. dir., XXXI, 757; MANZELLA, Il Parlamento, Bologna, 1977, 61; D’ORAZIO, voce Prorogatio, in Enc. dir., XXXVII, 1988, 428; SALERNO, sub artt. 60-62, in CRISAFULLI-PALADIN, Commentario breve alla Costituzione, Padova, 1990, 378; contra, TRAVERSA, Proroga e prorogatio delle Camere, Roma, 1983, 102.

[305] La prima parte del terzo comma dell’art. 644 c.p., nel disporre “La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari”, rinvia all’art. 2, l.n. 108/1996 secondo cui: “Il Ministro del tesoro, sentiti la Banca d’Italia e l’Ufficio italiano dei cambi, rileva trimestralmente il tasso effettivo globale medio, comprensivo di commissioni, di remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse, riferito ad anno, degli interessi praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari iscritti negli elenchi tenuti dall’Ufficio italiano dei cambi e dalla Banca d’Italia ai sensi degli articoli 106 e 107 del decreto legislativo 1º settembre 1993, n. 385, nel corso del trimestre precedente per operazioni della stessa natura. I valori medi derivanti da tale rilevazione, corretti in ragione delle eventuali variazioni del tasso ufficiale di sconto successive al trimestre di riferimento, sono pubblicati senza ritardo nella Gazzetta Ufficiale.

 La classificazione delle operazioni per categorie omogenee, tenuto conto della natura, dell’oggetto, dell’importo, della durata, dei rischi e delle garanzie è effettuata annualmente con decreto del Ministro del tesoro, sentiti la Banca d’Italia e l’Ufficio italiano dei cambi e pubblicata senza ritardo nella Gazzetta Ufficiale.

Le banche e gli intermediari finanziari di cui al comma 1 ed ogni altro ente autorizzato alla erogazione del credito sono tenuti ad affiggere nella rispettiva sede, e in ciascuna delle proprie dipendenze aperte al pubblico, in modo facilmente visibile, apposito avviso contenente la classificazione delle operazioni e la rilevazione dei tassi previsti nei commi 1 e 2.

Il limite previsto dal terzo comma dell’articolo 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito nel tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ai sensi del comma 1 relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà.

Per la rilevazione dei tassi effettivi globali medi di cui al presente comma vedi il d.m. 26 marzo 1999”.

[306] Cfr. CAPERNA-CONTI-FORLENZA-LOTTI-SACCHETTINI-TRICOMI, Per una legge dalla struttura complessa: il percorso guidato all’applicazione, in Guida al Diritto, n. 12, 23 marzo 1996, 34 ss., e ivi, 38; CARACCIOLI, Il reato di usura e le sue possibili connessioni con il credito bancario ed interfinanziario, Relazione al Convegno di Studi: «Il fenomeno dell’usura e l’intermediazione finanziaria e bancaria», Bari, 13 dicembre 1996, inIl Fisco, 1997, 1483.

[307] Il secondo comma dell’art. 25 Cost. dispone: “Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”.

[308] Cfr. Corte Cost., 12 maggio 1964, n. 36, in Giur. cost., 1964, 483; Corte Cost., 17 marzo 1966, n. 26, ivi, 1966, 262. Similmente, con particolare riguardo alla normativa in tema di stupefacenti, cfr. Corte Cost., 11 luglio 1991, n. 333, in Foro it., 1991, I, 2628. Più in particolare si consideri Corte Cost., 5/8 luglio 1971, n. 168, in Giust. pen., 1972, I, 50, che, con riferimento all’art. 650 c.p., richiede che la legge indichi “con sufficiente specificazione i presupposti, i caratteri, il contenuto e i limiti dei provvedimenti dell’autorità non legislativa, e Corte Cost., 14 giugno 1990, n. 282, in Foro it., 1991, I, 3027, che, con riferimento alla l.n. 818/1984 in tema di certificato di prevenzione incendi, richiede venga determinato “il nucleo fondante il contenuto d’illecito del reato”.

[309] Cfr. BRICOLA, voce Teoria generale del reato, in Noviss. dig. it., XIX, 1973, 43; FIANDACA-MUSCO, Diritto Penale, Parte generale, Bologna, 1989, 64; FIORE, Diritto Penale, Parte generale, I, Torino, 1993, 80; PADOVANI, Diritto Penale, Milano, 1993, 27; PALAZZO, voce Legge penale, in Dig. disc. Pen., VII, 1993, 354.

[310]  A tal proposito si veda l’art. 2, primo comma della l.n. 108/1996, sui criteri di rilevazione del tasso effettivo globale medio, l’art. 2, secondo comma della stessa, sui criteri di classificazione delle operazioni creditizie per categorie omogenee, e l’art. 644 c.p., quarto comma, sulle voci di costo rilevanti per la determinazione del tasso usurario. Di questo avviso, BELLACOSA, op. cit., 150; MUCCIARELLI, Commento all’art. 1 l. 108/96, in Leg. pen., 1997, 547; CAPERNA-CONTI-FORLENZA-LOTTI-SACCHETTINI-TRICOMI, op. cit., 38.

[311] In questo senso, cfr. MANNA, op. cit., 65. Secondo l’Autore, infatti: “…bisogna domandarsi…se la nuova fattispecie in tema di usura, che stiamo analizzando, contenga comunque, da parte della legge, la determinazione del «nucleo fondante il contenuto d’illecito», lasciando alla fonte sottordinata soltanto l’indicazione di aspetti tecnici. Ad un primo esame della norma, risulta francamente difficile dare alla questione una risposta di carattere affermativo…Tale impostazione del problema risulta, però, ad un più approfondito esame, insoddisfacente, almeno nella misura in cui non si accerti la reale funzione del provvedimento amministrativo, anche in tema di usura.”, e conclude dicendo che: ”A ben considerare…può fondatamente riconoscersi anche al provvedimento amministrativo, di fissazione del tasso usurario, la funzione di operare già a monte il bilanciamento di interessi…ne consegue che le perplessità di ordine costituzionale, in relazione al principio della riserva assoluta di legge, nonostante le apparenze, non si rivelano, in realtà, fondate, o quantomeno, esse risultano notevolmente ridimensionate”.

[312] Espressione del CERASE, L’usura riformata: primi approcci a una fattispecie nuova nella struttura e nell’oggetto di tutela, in Cass pen., 1997, 2614.

[313] V. infra, §2.4 La fattispecie di usura con «interessi sproporzionati» a carico di chi versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria (art. 644, 3° comma, II parte, c.p.), pag. 154 ss.

[314] V. § precedente, pag. 130.

[315] V. supra, cap. II, §2.4 La prestazione tipica del soggetto passivo e l’usurarietà, pag. 67.

[316] Cfr. ANTOLISEI, Manuale di diritto penale, parte speciale, II, Milano, 1986, 317; DE MARSICO, Delitti contro il patrimonio, Napoli, 1940, 258. In generale, per una compiuta trattazione delle varie ipotesi prospettate, vigente il vecchio delitto di usura, v. supra, cap. II, §5.1 L’interesse protetto, pag. 89 ss.

[317] Cfr. CANDIAN, Contributo alla dottrina dell’usura e della lesione nel diritto positivo italiano, Milano, 1946, 38

[318] Cfr. VIOLANTE, Il delitto d’usura, Milano, 1975, 387; DE ANGELIS, Usura,in Encicl. giur. Treccani, 1994, vol. XXXII, 5.

[319] Così FIANDACA-MUSCO, op. cit., parte speciale, II, 1996, 212; BERTOLINO, Le opzioni penali in tema di usura: dal codice Rocco alla riforma del 1996, in Riv. it. dir. e proc. pen.,  1997, 794; MANZIONE, op. cit., 71, il quale, pur non accogliendola, la ritiene preferibile rispetto alle altre “…perché tende a ricostruire in modo unitario il bene protetto e giustificata (tale impostazione) dai lavori preparatori della riforma oltre che dall’obiettivo politico-criminale perseguito dal legislatore e mirante appunto a rafforzare la tutela di soggetti esposti ad un fenomeno in via di espansione”. Analogamente, ma in una prospettiva che privilegia gli aspetti connessi alla tutela della libertà di determinazione dell’individuo che accede al credito, v. SILVA, Osservazioni sulla nuova disciplina penale del reato di usura, in Riv. pen., 1996, 131.

[320] Cit. MUCCIARELLI, op. cit., 1997, 514; nello stesso senso, cfr. MERUZZI, Usura, in Contr. e impr., 1996, 809; MASULLO, op. cit., 2216 e 2222, la quale, nell’ambito di una ricostruzione più articolata e approfondita del problema, conclude: “Le osservazioni proposte sembrano, dunque, rafforzare la tesi di quanti oggi vedono l’usura, almeno nell’ipotesi principale, come offensiva di un bene giuridico di stampo pubblicistico” e, “La funzione realedella fattispecie prevista all’art. 644 sembra, allora, proprio quella di inibire il ricorso al credito privato, data altrimenti l’impossibilità di imporre ad esso una politica controllata dei tassi, piuttosto che quella – dichiarata (ed apparente) – di garantire ai soggetti un finanziamento a tassi proporzionati”.

[321] Per una definizione di reato plurioffensivo, v. supra, cap. II, §5.1 L’interesse protetto, pag. 94.

[322] Cit. CRISTIANI, Guida alle nuove norme sull’usura, Torino, 1996, 32; in questo senso vedi, anche, DE ANGELIS, Usura, in Encicl. giur. Treccani, 1997, vol. XXXII, 7.

[323] Cit. CERASE, loc. ult. cit..

[324] Cfr. MANNA, op. cit., 67 ss. In altre parole, secondo l’Autore la funzione più intima della nuova fattispecie, sarebbe quella del “controllo del mercato finanziario”. Ad una conclusione non dissimile giunge anche Masullo, cfr. MASULLO, op. cit., 2222.

[325] Tesi fatta propria da Fiandaca-Musco, v. supra, nota n. 319.

[326] Cit. INSOLERA, Usura e criminalità organizzata, in Riv. it. dir. e proc. pen., 1997, 132.

[327] Cfr. BELLACOSA, op. cit., 149.

[328] V. l’intervento dell’On. Grasso nella seduta della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati del 27 settembre 1994: “bisognerebbe fare anche un salto in avanti prevedendo che l’usura si determini oggettivamente, indipendentemente dalle condizioni soggettive della vittima. In tale modo la norma interverrebbe a livello più generale a difesa del mercato”.

[329] Cit. INSOLERA, loc. ult. cit.

[330] Cit. MANTOVANI, Il principio di offensività nello schema di delega legislativa per un nuovo codice penale, in AA. VV., Prospettive di riforma del codice penale e valori costituzionali, Milano, 1996, 103. Sui reati di scopo e sulla loro conformità alla Costituzione, cfr. PADOVANI, op. cit., 109 ss., il quale evidenzia come, spesso, i reati di scopo hanno ad oggetto la tutela di una funzione.

[331] V. cap. III, §2.3 Il nuovo requisito delle «condizioni di difficoltà economica o finanziaria di persona che svolge una attività imprenditoriale o professionale», pag. 114 ss.

[332] Per una ricognizione del dibattito dottrinario sorto in vigenza del vecchio art. 644 c.p., relativo alla possibilità di ricomprendere nella prestazione del soggetto attivo anche beni immobili, nonché prestazione di servizi e attività professionali, v. supra, cap. II, §2.3 La prestazione tipica del soggetto attivo, pag. 59 ss. Inoltre, per la configurabilità dell’usura reale nel nuovo testo, v. infra, §2.6 Punibilità della cosiddetta «usura reale», pag. 166.

[333] Si escludono, dunque, gli atti di liberalità; essi, tuttavia, inseriti in un contesto più ampio, cioè nell’ambito di un programma contrattuale complesso tra i soggetti, potrebbero configurare una condotta che rileva ai fini penali. Cfr. VIOLANTE, Il delitto di usura, 1970, 27, secondo cui, in relazione al vecchio delitto di usura, non vi è: “Nessun dubbio circa l’irrilevanza, alla stregua della formulazione normativa, degli atti di liberalità in quanto è richiesto esplicitamente che la dazione del soggetto passivo abbia funzione di corrispettivo dell’altrui prestazione; ogni qualvolta, però, la prestazione del soggetto in stato di bisogno abbia tale funzione l’accettazione del soggetto attivo è punibile appunto perché è condotta idonea ad acquisire un vantaggio usurario”. Così anche DE MARSICO, Delitti contro il patrimonio, 1951, 264. Ebbene, non sembra che con riguardo alla nuova fattispecie d’usura i termini di questo discorso siano cambiati.

[334] Per il testo integrale dell’articolo v. nota n. 305.

[335] La prima rilevazione trimestrale dei tassi effettivi globali medi è avvenuta con il d.m. 22 marzo 1997, in Gazzetta Ufficiale, n. 76 del 2 aprile 1997; la seconda con d.m. 24 giugno 1997, ivi, n. 150 del 30 giugno 1997; la terza con d.m. 25 settembre 1997, ivi, n. 228 del 30 settembre 1997; le successive con d.m. 23 dicembre 1997, ivi, n. 303 del 31 dicembre 1997; con d.m. 23 marzo 1998, ivi, n. 72 del 27 marzo 1998; con d.m. 24 giugno 1998, ivi, n. 150 del 30 giugno 1998; con d.m. 22 settembre 1998, ivi, n. 225 del 26 settembre 1998; con d.m. 21 dicembre 1998, ivi, n. 304 del 31 dicembre 1998; con d.m. 26 marzo 1999, ivi, n. 75 del 31 marzo 1999; con d.m. 19 giugno 1999, ivi, n. 151 del 19 giugno 1999 ; con d.m. 21 settembre 1999, ivi, n. 225 del 24 settembre 1999; con d.m 20 dicembre 1999, ivi, n. 300 del 23 dicembre 1999; con d.m. 23 marzo 2000, ivi, n. 74 del 29 marzo 2000; con d.m 23 giugno 2000; con d.m. 20 settembre 2000. L’ultima rilevazione è avvenuta con d.m. 20 dicembre 2000, in Gazzetta Ufficiale, n. 196 del 29 dicembre 2000, in vigore dal 1 gennaio 2001.

[336] In Gazzetta Ufficiale, n. 226 del 26 settembre 1996.

[337] In Gazzetta Ufficiale, n. 225 del 26 settembre 1997.

[338] Banca d’Italia, Istruzioni per la rilevazione del tasso effettivo globale medio ai sensi della legge sull’usura, 30 settembre 1996 e aggiornamento del 30 giugno 1997.

[339] L’art. 1, secondo comma, del d.m. 22 marzo 1997, ha precisato che i tassi effettivi globali medi “non sono comprensivi della commissione di massimo scoperto eventualmente applicata”. Le Istruzioni della Banca d’Italia – il cui fondamentale valore di riferimento, per la verifica del rispetto del limite di usurarietà, è stato espressamente riconosciuto dall’art. 3, secondo comma, del d.m. 22 marzo 1997, nonché dai successivi decreti ministeriali di rilevazione trimestrale – hanno previsto, al §C4, che, ai fini del calcolo del tasso, sono “inclusi: 1) le spese di istruttoria e di revisione del finanziamento; 2) le spese di chiusura della pratica; 3) le spese di riscossione dei rimborsi e di incasso delle rate se stabilite dal creditore; 4) il costo dell’attività di mediazione svolta da un terzo, se necessaria per l’ottenimento del credito; 5) le spese per le assicurazioni o garanzie, imposte dal creditore, intese ad assicurare al creditore il rimborso totale o parziale del credito in caso di morte, invalidità, infermità o disoccupazione del debitore; 6) ogni altra spesa contrattualmente prevista connessa con l’operazione di finanziamento”. Sono invece “esclusi: a) le imposte e tasse; b) il recupero di spese, anche se sostenute per servizi forniti da terzi; c) le spese legali e assimilate; d) gli interessi di mora e gli oneri assimilabili contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo; e) gli oneri applicati al cliente indipendentemente dalla circostanza che si tratti di rapporti di finanziamento o di deposito; f) le spese connesse con i servizi accessori; g) le spese per le assicurazioni e garanzie diverse da quelle di cui al precedente punto 5”. La Banca d’Italia ha poi precisato che “le penali a carico del cliente previste in caso di estinzione anticipata del rapporto, in quanto meramente eventuali, non sono da aggiungere alle spese di chiusura della pratica” e sono quindi escluse dal calcolo del tasso. In argomento, v. anche la circolare dell’A.B.I. del 27 novembre 1996, prot. LG/ST 6464.

[340] In questo senso, cfr. BELLACOSA, op. cit., 150; MANNA, op. cit., 63; CAPERNA-CONTI-FORLENZA-LOTTI-SACCHETTINI-TRICOMI, loc. ult. cit.; SANTACROCE, La nuova disciplina penale dell’usura: analisi della fattispecie-base e difficoltà applicative, in Cass. pen., 1997, 1540; IZZO-SOLOMBRINO, Le nuove norme sull’usura. Profili penali e civili, Napoli, 1996, 22.

[341] Vedi §1 PREMESSE E RILIEVI COSTITUZIONALI, pag. 127 ss.

[342] Così anche MANZIONE, op. cit., 26; BELLACOSA, loc. ult. cit.; DONATO-MORERA, Riflessioni intorno al tema dell’usura, in AA. VV., Problemi attuali del diritto penale dell’impresa, a cura di INSOLERA-ACQUAROLI, Ancona, 1997, 55; TAGLIAVINI, Fenomeni illegali e riflessi sul sistema bancario: l’«usura strumentale», in AA. VV., L’usura in Italia, a cura di MASCIANDARO-PORTA, Milano, 1997, 178; FILOTTO, L’usura e il sistema finanziario italiano, in AA. VV., op. ult. cit., 154.

[343] Per il testo integrale dell’art. 644, terzo comma, c.p., v. supra, §1 PREMESSE E RILIEVI COSTITUZIONALI, pag. 127 ss.

[344] Si vedano, in particolare, gli interventi degli On.li Grasso e Pecoraro Scanio nella seduta del 28 febbraio 1996 della Commissione perm. Giust. della Camera.

[345] Cfr. BELLACOSA, op. cit, 151; MANNA, op. cit., 76; PROSDOCIMI, Aspetti e prospettive della disciplina penale dell’usura, in Riv. trim. dir. pen. econ., 1995, 598.

[346] Cfr. MANZIONE, op. cit., 63. Secondo Bonora, inoltre, “Come in altri settori – ad esempio quello dell’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette nell’ambito della normativa antiriciclaggio – il legislatore italiano dovendo scegliere tra un sistema di tutela di tipo «oggettivo» ed uno di tipo «soggettivo», ha finito, per non sbagliare, per assumerli entrambi”. Cit. BONORA, La nuova legge sull’usura, Padova, 1998, 65.

[347] Così FIANDACA-MUSCO, op. cit., parte speciale, II, 1996, 214.

[348] V. §1 PREMESSE E RILIEVI COSTITUZIONALI, pag. 135.

[349] Cfr., infatti, BELLACOSA, loc. ult. cit; MANNA, op. cit., 76; MANZIONE, op. cit., 62; PROSDOCIMI, La nuova disciplina del fenomeno usurario, in Studium iuris, 1996, 774; CAPERNA-CONTI-FORLENZA-LOTTI-SACCHETTINI-TRICOMI, op. cit., 37, in cui si dice che la norma è scarsamente determinata nell’oggetto, “in evidente contraddizione col dichiarato intento del legislatore di realizzare un maggiore rigore nella definizione dell’illecito e una riduzione degli ambiti valutativi in sede giudiziaria”; FIANDACA-MUSCO, op. cit., parte speciale, II, 1996, 215, dove si dice che la norma in esame restituisce al giudice “un potere discrezionale altrettanto ampio di quello derivante dalla tradizionale disciplina normativa contenuta nella previgente norma incriminatrice: la preoccupazione politico-criminale di colmare possibili vuoti di tutela implica, inevitabilmente, un  “prezzo” in termini di sufficiente determinatezza della fattispecie in esame”; CRISTIANI, op. cit., 108; CARACCIOLI, op. cit., 1487. Più in generale, cfr. FIANDACA, La tipizzazione del pericolo, in AA. VV., Beni e tecniche della tutela penale.

[350] Tale dubbio, peraltro, è sorto anche prima della promulgazione della legge, durante i lavori parlamentari, da parte dell’allora Ministro di grazie e giustizia Caianello; v. seduta del 28 febbraio 1996 della Commissione perm. Giust. della Camera. In generale, sulla conformità al principio costituzionale di determinatezza o tipicità della norma penale, v. PALAZZO, Il principio di determinatezza nel diritto penale, Padova, 1979; RONCO, Il principio di tipicità della fattispecie penale nell’ordinamento vigente, Torino, 1979.

[351] V. supra, nota n. 168, pag. 67.

[352] V. supra, cap. II, §2.4 La prestazione tipica del soggetto passivo e l’usurarietà, pag. 63 ss.

[353] Così MANZIONE, op. cit., 67.

[354] Così BELLACOSA, loc. ult. cit.; PROSDOCIMI, op. cit., 781-782; CAPERNA-CONTI-FORLENZA-LOTTI-SACCHETTINI-TRICOMI, op. cit., 35; MUCCIARELLI, op. cit., 524; secondo i quali, se si opinasse in modo diverso, la sanzione penale finirebbe per ancorarsi ad uno sbilanciamento tra le prestazioni meno significativo di quello richiesto dalla sanzione civile, con conseguente inammissibile contraddizione sul piano della coerenza dell’ordinamento.

[355] Cfr. l’intervento dell’On. Pecoraro Scanio, cit; v. anche l’intervento dell’On. Grasso, cit.

[356] In questo senso, cfr. MANNA, op. cit., secondo cui: “Nel caso della seconda fattispecie di usura le perplessità riguardano, come è intuibile, soprattutto il riferimento alle «concrete modalità del fatto» ed alla circostanza per cui il tasso medio attenga a, non meglio precisate, «operazioni similari»”.

[357] V. supra, cap. III, §2.3 Il nuovo requisito delle «condizioni di difficoltà economica o finanziaria di persona che svolge una attività imprenditoriale o professionale», pag. 113 ss.

[358] Cfr. PISA, Mutata la strategia di contrasto al fenomeno dell’usura, in dir. pen. e proc., 1996, 418.

[359] Cit. FIANDACA-MUSCO, loc. ult. cit.

[360] V. nota n. 168, pag. 67.

[361] Cfr. BELLACOSA, loc. ult. cit., secondo cui: “In definitiva, a causa della compresenza di più concetti e nozioni sfuggenti ed indefiniti – tra l’altro in assenza di ulteriori elementi della fattispecie precisi e delimitati – appare realmente fondato il vizio di illegittimità costituzionale dell’art. 644, 3° co., c.p. per violazione del principio di tassatività e determinatezza della norma penale ex art. 25, 2° co., Cost. In questo senso, v. anche CARACCIOLI, loc. ult. cit.; CRISTIANI, loc. ult. cit.; contra, DE ANGELIS, op. cit., 2.  Secondo Manna, da una parte, appare difficile che la Corte Costituzionale, in presenza di una eventuale eccezione di incostituzionalità di tale norma, possa dichiararne la illegittimità costituzionale, perché Essa non lo ha fatto già in altre occasioni simili (C. Cost., 16 dicembre 1980, n. 177, in Giur. Cost., 1980, 1535, in tema di prevenzione; C. Cost., 8 giugno 1981, n. 96, in tema di plagio; C. Cost., 6 febbraio 1995, n. 34, in Cass. pen. mass., 1995, 693); dall’altra, l’Autore propone di interpretare la norma come operante entro limiti più definiti, ovverosia, tra il tasso medio indicato dal Ministro del Tesoro e la soglia oltre la quale gli interessi sono definiti usurari. Cfr. MANNA, op. cit., 76 ss; in questo ultimo senso v. anche PETRAGNANI GELOSI, Emergenza usura. Riflessioni di politica criminale, in Critica del diritto, 1996, 154.

[362] In questo senso, v. anche CAPERNA-CONTI-FORLENZA-LOTTI-SACCHETTINI-TRICOMI, loc. ult. cit.

[363] In Gazzetta Ufficiale, n. 226 del 26 settembre 1996.

[364] in Gazzetta Ufficiale, n. 76 del 2 aprile 1997.

[365] In questo senso, cfr. BELLACOSA, op. cit., 152; MANNA, op. cit., 80; IZZO-SOLOMBRINO, op. cit., 25; contra, CERASE, op. cit., 2609, secondo cui la figura criminosa transitoria “è la parente più stretta dell’usura impropria di cui all’abrogato art. 644-bis c.p.”.

[366] Si rileva che, “Tale aggiunta appare in realtà controproducente, perché rende di difficile applicazione, sotto questo profilo, la norma anche alla c.d. «usura reale», in quanto risulta così oltremodo problematica quella interpretazione «estensiva» del termine tasso, con riferimento, cioè, anche alle tariffe ed ai prezzi, che rendeva invece possibile l’applicazione della seconda fattispecie di usura pura all’usura reale”, cit. MANNA, op. cit., 81.

[367] Cfr. PROSDOCIMI, op. cit., 775.

[368] V. supra, §2.4 La fattispecie di usura con «interessi sproporzionati» a carico di chi versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria (art. 644, 3° comma, II parte, c.p.), pag. 159.

[369] In questo senso, cfr. MANNA, loc. ult. cit.

[370] L’art 2 c.p. dispone: “Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato.

 Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.

Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile.

Se si tratta di leggi eccezionali o temporanee, non si applicano le disposizioni dei capoversi precedenti.

Le disposizioni di questo articolo si applicano altresì nei casi di decadenza e di mancata ratifica di un decreto-legge e nel caso di un decreto-legge convertito in legge con emendamenti”.

[371] Cit. MANZIONE, op. cit., 32; Nel senso che l’art. 3 della l.n. 108/1996 non sia una legge temporanea, v. anche, IZZO-SOLOMBRINO, loc. ult. cit.

[372] In generale, per una trattazione del tema dell’usura reale, vigente la normativa del vecchio art. 644 c.p., v. cap. II, §2.3 La prestazione tipica del soggetto attivo, pag. 58 ss.

[373] Cfr. MANNA, op. cit., 73. In questo senso, v. anche MANZIONE, op. cit., 49.

[374] Cfr., per tutti, FIANDACA-MUSCO, op. cit., parte speciale, II, 1996, 176; ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 1982, 309; PROSDOCIMI, Aspetti e prospettive della disciplina penale dell’usura, cit., 1995, 587.

[375] Cfr. MANNA, loc. ult. cit.

[376] Cfr. VIOLANTE, op. cit., 1975, 385.

[377] L’art. 624 disciplina il delitto di FURTO ed è il primo articolo del Titolo XIII – Dei delitti contro il patrimonio. Il suo capoverso così dispone: “Agli effetti della legge penale, si considera cosa mobile anche l’energia elettrica e ogni altra energia che abbia un valore economico”.

[378] Denunciano tale rischio FIANDACA-MUSCO, loc. ult. cit.

[379] Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 1996, 367, secondo cui: “L’incriminazione, al contrario di quanto avveniva in antecedenza, non riguarda soltanto le sovvenzioni di denaro o altre cose mobili, ma si estende a qualsiasi dazione di utilità, ancorché non patrimoniale (ad esempio: prestazioni sessuali). L’usura non è più pertanto intesa come operazione meramente finanziaria destinata a soddisfare un temporaneo bisogno di denaro, ma ha acquisito un significato più ampio. Conseguentemente, oggi vi potrebbe rientrare la c.d. usura reale, e cioè quella che si attua mediante operazioni che assicurano all’agente vantaggi economici del tutto sproporzionati alla sua prestazione, come ad esempio, il vendere una cosa a prezzo esorbitante, l’esigere per l’affitto di un alloggio un corrispettivo esagerato et similia. Ed anche, sembra, il compenso eccessivo preteso per prestazioni professionali, come nel caso del sanitario che, chiamato d’urgenza per curare un malato gravissimo, approfitta della situazione e subordina il suo intervento alla corresponsione di un onorario iperbolico”. Inoltre, GIANFELICI E. e GIANFELICI F., Le misure contro l’usura, Milano, 1998, 69, aggiungono: “Di conseguenza l’ampiezza della nuova formulazione consente di ritenere che nel concetto di «altra utilità» possano essere compresi beni mobili, beni immobili, qualsiasi oggetto di scambio valutabile economicamente (come i titoli, la valuta estera), servizi o attività professionali a fronte di compensi eccessivamente elevati, finanziamenti ad alto rischio connessi a finalità speculative, o altri rapporti atipici che in passato non erano rilevanti per la condotta usuraria”. In questo senso, v. anche CAPERNA-CONTI-FORLENZA-LOTTI-SACCHETTINI-TRICOMI, loc. ult. cit.; MANZIONE, op. cit., 50.

[380] Cfr. Legge n. 66-1010, del 28 dicembre 1966.

[381] Cfr. par. 303a StGB. Per gli approfondimenti, v. PROSDOCIMI, op. ult. cit., 594.

[382] Cit. MANNA, op. cit., 74.

[383] Così PROSDOCIMI, La nuova disciplina del fenomeno usurario, cit., 775.

[384] Cfr. la legge n. 181, del 7 febbraio 1992, che ha novellato l’art 357 c.p. (Nozione di pubblico ufficiale): in argomento, per tutti, v. SEVERINO DI BENEDETTO, Le nozioni di pubblico ufficiale e di incaricato di un pubblico servizio nel nuovo testo degli artt. 357 e 358 c.p., in Atti del Primo Congresso Nazionale del Diritto Penale, I delitti contro la Pubblica Amministrazione dopo la riforma – Il nuovo codice di procedura penale ad un anno dall’entrata in vigore, Napoli, 1991, 36 ss.

[385] Così BELLACOSA, loc. ult. cit.; PROSDOCIMI, loc. ult. cit.; MANNA, op. cit., 75; CARACCIOLI, op. cit., 1485; FIANDACA-MUSCO, op. cit., parte speciale, II, 1996, 213, i quali rilevano che con l’espressione “altra utilità”, utilizzata dal Legislatore del 1996, appare autorizzata l’interpretazione più lata, nel senso, cioè, di far rientrare nell’area della rilevanza penale anche i casi di usura c.d. reale. Gli Autori, nel contempo, rilevano che un’interpretazione così estensiva “reca con sé il rischio di applicazioni giudiziarie eccessivamente rigoristiche o, comunque, poco compatibili col rispetto della libertà di mercato o professionale”. Simili preoccupazioni le manifesta CONTENTO, La rilevanza penale dell’usura. Il significato della nuova legislazione, Relazione al Convegno di Studi: “Il fenomeno dell’usura e l’intermediazione finanziaria e bancaria”, Bari, 13 dicembre 1996.

[386] Cit. MASULLO, op. cit., 2205.

[387] V. §2.3 La fattispecie-base di usura con tasso-soglia predeterminato ex lege (art. 644, 1° e 3° comma, I parte, c.p.), pag. 148 ss.

[388] Al momento in cui si scrive, l’ultimo è il d.m. 20 dicembre 2000, in vigore dal 1 gennaio 2001.

[389] Fonte: <a “http:=”” www.uic.it=”” it=”” usura=”” circolare-uic-b.htm”=””>http://www.uic.it/it/usura/circolare-uic-b.htm, sez. B2, Operazioni escluse (del 4 febbraio 2001).

[390] In questo senso, cfr. BONORA, op. cit., 73.

[391] Cit. BELLACOSA, op. cit., 156.

[392] Per un esame più approfondito dell’elemento soggettivo nella previgente normativa antiusura, v. cap. II, §3 DOLO, pag. 68 ss.

[393] Cfr. MANNA, op. cit., 82.

[394] L’art. 47 c.p. così dispone: “L’errore sul fatto che costituisce reato esclude la punibilità dell’agente. Nondimeno, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo.

L’errore sul fatto che costituisce un determinato reato non esclude la punibilità per un reato diverso.

L’errore su una legge diversa dalla legge penale esclude la punibilità, quando ha cagionato un errore sul fatto che costituisce il reato”.

[395] L’art. 5 c.p., invece, dispone che: “Nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale”. Deve essere ricordata, inoltre, la giurisprudenza della Corte Costituzionale, la quale, con sent. n. 364 del 24 marzo 1988, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo tale articolo “nella parte in cui non esclude dall’inescusabilità dell’ignoranza della legge penale l’ignoranza inevitabile”.

[396] Così BELLACOSA, loc. ult. cit.; PROSDOCIMI, op. ult. cit., 776; FIANDACA-MUSCO, op. cit., parte speciale, II, 1996, 216.

[397] Ai fini della conoscibilità dei decreti ministeriali, l’art. 2, terzo comma, l.n. 108/1996 prevede che “Le banche e gli intermediari finanziari…e ogni altro ente autorizzato alla erogazione del credito sono tenuti ad affiggere nella rispettiva sede, in ciascuna delle proprie dipendenze aperte al pubblico, in modo facilmente visibile, apposito avviso contenente la classificazione delle operazioni e la rilevazione dei tassi…”.

[398] V. nota n. 394. Nel senso dell’applicabilità del terzo comma dell’art. 47 c.p., inoltre, cfr. MANNA, op. cit., 83; CRISTIANI, op. cit., 146. Analogamente, con particolare riguardo al fenomeno della norma penale in bianco, cfr. PAGLIARO, Principi di diritto penale, Parte generale, Milano, 1993, 401 ss.; PALAZZO, L’errore sulla legge extrapenale, Milano, 1974, 215 ss.; contra, GRASSO, Considerazioni in tema di errore su legge extrapenale, in Riv. it. dir. e proc. pen., 1976, 172. Posizione intermedia assume ROMANO, Commentario sistematico del Codici Penale, I, Milano, 1987, 265, il quale, pur ammettendo la possibile rilevanza dell’errore su norma integratrice di una norma penale in bianco, conclude nel senso che, laddove quest’ultima risulti così indeterminata da rinviare interamente alla norma extra-penale richiamata, si dovrebbe applicare l’art. 5 c.p., anziché l’art. 47, comma terzo, c.p.; nello stesso modo, con riguardo alle nuove fattispecie di usura, cfr. PROSDOCIMI, op. ult. cit., 776, che qualifica l’errore circa il tasso medio, quale errore sul precetto, ed in quanto tale è sottoposto alla disciplina dell’art. 5 c.p.

[399] Tale orientamento giurisprudenziale è sostanzialmente abrogativo della disposizione di cui all’art. 47, terzo comma, del codice penale; a tal proposito, cfr. Cass. 21 marzo 1990, in Discipl. comm., 1991, I, 188; Cass. 14 luglio 1986, in Giust. pen., 1988, II, 150; in dottrina, in generale, su tale orientamento, v. PALAZZO, op. cit.; GRASSO, op. cit., 138 ss.

[400] V. nota n. 395.

[401] Cfr. MANNA, op. cit., 84; per i dubbi sulla configurabilità del dolo eventuale nell’usura impropria, v. cap. III, §2.4 L’elemento soggettivo, pag. 119 ss.

[402] Cfr. BELLACOSA, loc. ult. cit.; DE ANGELIS, op. cit., 3.

[403] Così, SEVERINO DI BENEDETTO, Riflessi penali della giurisprudenza civile sulla riscossione di interessi divenuti usurari successivamente all’entrata in vigore della l. n. 108 del 1996, nota a Trib. Roma, 4 giugno 1998; Trib. Velletri, 3 dicembre 1997; Trib. Milano, 13 novembre 1997, in Banca, borsa ecc., 1998, II, 533, secondo cui: “Se…la norma viene correttamente interpretata, così come il testo, la ratio e la comparazione sistematica impongono, nel senso che promessa e dazione rappresentano due modalità alternative della condotta,…, ben potrà concludersi che qualunque attività idonea e diretta in modo non equivoco ad ottenere la promessa di interessi superiori al tasso-soglia…configuri il tentativo di usura”; ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 1996, 367; FIANDACA-MUSCO, op. cit., parte speciale, II, 1996, 217; DE ANGELIS, op. cit., 4; CRISTIANI, op. cit., 125; contra, MANNA, op. cit., 91; il quale ritiene che il delitto d’usura sia un reato di pericolo e dunque non sia configurabile “il pericolo del pericolo” (espressione, quest’ultima, del Manzini, cfr. MANZINI, Trattato di diritto penale italiano, Torino, 1961).

[404] Cfr. TUCCI, Se il reato d’usura sia istantaneo o permanente, in Il Nuovo Diritto, 1932, 485; ALTAVILLA, Il momento consumativo del reato d’usura: reati istantanei ad effetto permanente e reati esauriti, in Riv. it. dir. pen., 1935, 537; RICCA, Il momento consumativo nel reato d’usura, in Mon. Trib., 1941, 115; DE FRANCESCO, in CRESPI, STELLA e ZUCCALA’, Commentario breve del codice penale, 1992, 1516; GROSSO, Usura (Diritto penale), in Enc. diritto, vol. XLV, 1146; MANTOVANI, Diritto penale. Delitti contro il patrimonio, Padova, 1989, 195. Nel senso di un’eventuale permanenza v. MANZINI, Trattato di diritto penale italiano, IX, 1984, 896; DE ANGELIS, Usura, in Encicl. giur. Treccani, 1994, vol. XXXII, 2.

[405] Cfr. Cass. 26 settembre 1983, in Cass. pen., 1985, 395; Cass. 18 febbraio 1988, ivi, 1989, 836; Cass. 20 gennaio 1981, ivi, 1982, 976; Cass. 24 aprile 1990, ivi, 1992, 1527, secondo cui: “L’usura è un delitto istantaneo che si consuma nel momento in cui l’agente si fa dare o promettere gli interessi o altri vantaggi usurari, con effetti permanenti se questi vengono corrisposti in prosieguo di tempo in esecuzione della iniziale promessa”.

[406] Per approfondimenti sul tema della natura giuridica del delitto di usura, vigente la vecchia normativa, v. cap. II, §4.2 Le caratteristiche della istantaneità e della permanenza, pag. 85 ss.

[407] V. supra, §1 PREMESSE E RILIEVI COSTITUZIONALI, pag. 127 ss.

[408] L’art. 6 della l.n. 66-1010 del 28 dicembre 1966, infatti, dispone: “La prescription de l’action publique en ce qui concerne le dèlit visè au premier alinèa cidessus court à computer du jour de la dernière perception, soit d’intèret, soit de capital”.

[409] Non manca chi ne ha dedotto dubbi di legittimità costituzionale in quanto, con l’art. 644 ter c.p., sarebbe stata introdotta una deroga al principio generale circa le delimitazione della potestà punitiva dello Stato, contenuta nell’art. 158 del c.p., secondo cui la prescrizione è connessa al momento consumativo del reato; cfr. GIANFELICI E. e GIANFELICI F., op. cit., 74.

[410] Cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 1996, 372, CRISTIANI, Guida alle nuove norme sull’usura, cit., 40; CARACCIOLI, op. cit., 1490; MUCCIARELLI, op. cit., 568; CAVALLO, Una nuova disciplina per la repressione del fenomeno dell’usura, in Cass. pen., 1997, 3212.

[411] Nel primo senso, cfr. FIANDACA-MUSCO, loc. ult. cit.; configura, invece, un reato eventualmente permanente, MANNA, op. cit., 86; DE ANGELIS, Usura, cit., 1997, 4; SANTACROCE, op. cit., 1542; MERUZZI, op. cit., 774; SILVA, op. cit., 132.

[412] Cfr. CAPERNA-LOTTI, in CAPERNA-CONTI-FORLENZA-LOTTI-SACCHETTINI-TRICOMI, op. cit., 44; PROSDOCIMI, op. ult. cit., 779, il quale parla di “quasi permanenza”; PEDRAZZI, Sui tempi della nuova fattispecie di usura, in Riv. it. dir. e proc. pen., 1997, 663, il quale parla di “una situazione assimilabile alla permanenza”.

[413] V. seduta della Commissione Giustizia del 28 febbraio 1996.

[414] Rappresentato dal sottosegretario Ricciardi.

[415] Cfr. FIANDACA-MUSCO, loc. ult. cit.; IZZO-SOLOMBRINO, op. cit., 20; AMMIRATI, Il delitto di usura, Padova, 1997, 93; CAPERNA-LOTTI, in CAPERNA-CONTI-FORLENZA-LOTTI-SACCHETTINI-TRICOMI, loc. ult. cit.

[416] Cfr. MANNA, op. cit., 87; DE ANGELIS, loc. ult. cit.; SANTACROCE, loc. ult. cit.; MERUZZI, loc. ult. cit.; SILVA, loc. ult. cit.

[417] V. MANNA, op. cit., 86.

[418] Cfr. PROSDOCIMI, op. ult. cit., 778.

[419] Così, in particolare, MANTOVANI, Diritto penale, Parte generale, Padova, 1992, 427 ss.

[420] Cit. DE ANGELIS, loc. ult. cit.

[421] A tal proposito si deve sottolineare che la legge n. 108/1996, all’art. 4, ha sostituito il secondo comma dell’art 1815 c.c., il quale ora dispone: “Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”; precedentemente, invece, il secondo comma così recitava: “Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e gli interessi sono dovuti solo nella misura legale”. E’ palese come, anche nell’ambito del diritto civile, il Legislatore abbia avvertito l’esigenza primaria di scoraggiare la pattuizione di interessi usurari, attraverso la previsione della loro totale nullità.

[422] V. §3.1 Premesse, pag. 185 ss.

[423] In Corr. giur., 1998, 435.

[424] In Corr. giur., 1998, 192.

[425] V. infra, § successivo, pag. 204 ss.

[426] Cfr. CARBONE, Interessi usurari dopo la L. n. 108/1996, nota a Trib. di Milano, 13 novembre 1997, in Corr. giur., 1998, 437; GIOIA, Interessi usurari: rapporti in corso e jus superveniens, nota a Trib. Velletri, 3 dicembre 1997, in Corr. giur., 1998, 198.

[427] Cfr. SEVERINO DI BENEDETTO, op. cit., 524 ss.

[428] Cit. Trib. Velletri, 3 dicembre 1997, cit., 194.

[429] In generale, cfr. PEDRAZZI, op. cit., 661 ss.; SEVERINO DI BENEDETTO, loc. ult. cit.; BELLACOSA, op. cit., 152 ss.; MANZIONE, op. cit., 78 ss.; BONORA, op. cit., 73 ss.; GIANFELICI E. e GIANFELICI F., op. cit., 73 ss.; SFORZA, Il nuovo delitto di usura e la sua applicabilità ai mutui stipulati prima dell’entrata in vigore della l.n.108/1996, in Nuovo dir., 1998, 545; PISA, Effetti dei tassi di riferimento usurari sui rapporti negoziali in atto, inDir. pen. e proc., 1998, 535; VAIRO G., Problemi intertemporali nella determinazione dei tassi antiusura, in Giust. pen., 1998, II, 443.

[430] A tal proposito, è utile puntualizzare come il delitto di usura, a seguito dell’innalzamento delle pene, si prescrive in dieci anni, e non più in cinque. Ai sensi del secondo comma dell’art. 157 c.p., infatti, “Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo al massimo della pena stabilita dalla legge per il reato, consumato o tentato, tenuto conto dell’aumento massimo di pena stabilito per le circostanze aggravanti e della diminuzione minima stabilita per le circostanze attenuanti”; poiché l’art. 644 c.p. stabilisce la pena della reclusione da uno a sei anni che, concorrendo una delle aggravanti previste dal quinto comma, può essere aumentata da un terzo alla metà, si renderà applicabile il n. 3 del primo comma dello stesso articolo 157 c.p. secondo cui: “La prescrizione estingue il reato…in dieci anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a cinque anni”. Secondo l’originaria formulazione del delitto, invece, era applicabile il n. 4 del primo comma dello stesso articolo, il quale dispone che: “La prescrizione estingue il reato…in cinque anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione inferiore a cinque anni, o la pena della multa”.

[431] V., in particolare, MANZIONE, op. cit., 81.

[432] L’art. 14 della l.n. 108/1996 così dispone: “E’ istituito presso l’ufficio del Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative anti-racket il «Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura».

Il Fondo provvede alla erogazione di mutui senza interesse di durata non superiore al quinquennio a favore di soggetti che esercitano attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o comunque economica, ovvero una libera arte o professione, i quali dichiarino di essere vittime del delitto di usura e risultino parti offese nel relativo procedimento penale. Il Fondo è surrogato, quanto all’importo dell’interesse e limitatamente a questo, nei diritti della persona offesa verso l’autore del reato.

Il mutuo non può essere concesso prima del decreto che dispone il giudizio nel procedimento di cui al comma 2. Tuttavia, prima di tale momento, può essere concessa, previo parere favorevole del pubblico ministero, un’anticipazione non superiore al 50 per cento dell’importo erogabile a titolo di mutuo quando ricorrono situazioni di urgenza specificamente documentate; l’anticipazione può essere erogata trascorsi sei mesi dalla presentazione della denuncia ovvero dalla iscrizione dell’indagato per il delitto di usura nel registro delle notizie di reato, se il procedimento penale di cui al comma 2 è ancora in corso.

L’importo del mutuo è commisurato al danno subito dalla vittima del delitto di usura per effetto degli interessi e degli altri vantaggi usurari corrisposti all’autore del reato. Il Fondo può erogare un importo maggiore quando, per le caratteristiche del prestito usurario, le sue modalità di riscossione o la sua riferibilità a organizzazioni criminali, sono derivati alla vittima del delitto di usura ulteriori rilevanti danni per perdite o mancati guadagni.

La domanda di concessione del mutuo deve essere presentata al Fondo entro il termine di sei mesi dalla data in cui la persona offesa ha notizia dell’inizio delle indagini per il delitto di usura. Essa deve essere corredata da un piano di investimento e utilizzo delle somme richieste che risponda alla finalità di reinserimento della vittima del delitto di usura nella economia legale. In nessun caso le somme erogate a titolo di mutuo o di anticipazione possono essere utilizzate per pagamenti a titolo di interessi o di rimborso del capitale o a qualsiasi altro titolo in favore dell’autore del reato.

La concessione del mutuo è deliberata dal Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative anti-racket sulla base della istruttoria operata dal comitato di cui all’art. 5, comma 2, del decreto-legge 31 dicembre 1991, n. 419, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 febbraio 1992, n. 172. Il Commissario straordinario può procedere alla erogazione della provvisionale anche senza il parere di detto comitato. Può altresì valersi di consulenti.

I mutui di cui al presente articolo non possono essere concessi a favore di soggetti condannati per il reato di usura o sottoposti a misure di prevenzione personale. Nei confronti di soggetti indagati o imputati per detto reato ovvero proposti per dette misure, la concessione del mutuo è sospesa fino all’esito dei relativi procedimenti. La concessione dei mutui è subordinata altresì al verificarsi delle condizioni di cui all’art. 1, comma 2, lettere c) e d), del citato decreto-legge n. 419 del 1991.

I soggetti indicati nel comma 2 sono esclusi dalla concessione del mutuo se nel procedimento penale per il delitto di usura in cui sono parti offese, ed in relazione al quale hanno proposto la domanda di mutuo, hanno reso dichiarazioni false o reticenti. Qualora per le dichiarazioni false o reticenti sia in corso procedimento penale, la concessione del mutuo è sospesa fino all’esito di tale procedimento.

Il Fondo procede alla revoca dei provvedimenti di erogazione del mutuo e della provvisionale ed al recupero delle somme già erogate nei casi seguenti: a) se il procedimento penale per il delitto di usura in relazione al quale il mutuo o la provvisionale sono stati concessi si conclude con provvedimento di archiviazione ovvero con sentenza di non luogo a procedere, di proscioglimento o di assoluzione; b) se le somme erogate a titolo di mutuo o di provvisionale non sono utilizzate in conformità al piano di cui al comma 5; c) se sopravvengono le condizioni ostative alla concessione del mutuo previste nei commi 7 e 8.

Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano ai fatti verificatisi a partire dal 1º gennaio 1996. Le erogazioni di cui al presente articolo sono concesse nei limiti delle disponibilità del Fondo.

Il Fondo è alimentato: a) da uno stanziamento a carico del bilancio dello Stato pari a lire 10 miliardi per l’anno 1996 e a lire 20 miliardi a decorrere dal 1997; al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 1996-1998, al capitolo 6856 dello stato di previsione del Ministero del tesoro per l’anno 1996, all’uopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero di grazia e giustizia. Il Ministro del tesoro è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio; b) dai beni rivenienti dalla confisca ordinata ai sensi dell’art. 644, sesto comma, del codice penale; c) da donazioni e lasciti da chiunque effettuati.

E’ comunque fatto salvo il principio di unità di bilancio di cui all’art. 5 della legge 5 agosto 1978, n. 468 e successive modificazioni.

Il Governo adotta, ai sensi dell’art. 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, apposito regolamento di attuazione entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge”.

[433] Ampiamente, v. BELLACOSA, op. cit., 153.

[434] Così MANZIONE, op. cit., 82.

[435] Così MANZIONE, op. cit., 83.

[436] Cfr. PEDRAZZI, op. cit., 665.

[437] Per completezza di esposizione, è utile riportare qui il passo della circolare A.B.I. del 20 marzo 1997, nella quale si scrive che: “Circa la sorte dei rapporti antecedenti, va detto…che essi non dovrebbero essere interessati dalla normativa…qualora si tratti di operazioni regolate a tasso indicizzato in base a parametri oggettivi prestabiliti (tus, prime rate, libor, ribor, rolint, eccetera).

Tali operazioni, pertanto, ai fini del rispetto delle soglie di legge, non comportano l’obbligo di alcun intervento di adeguamento, anche se i relativi tassi effettivi globali dovessero risultare superiori alle soglie stesse.

A tale conclusione può giungersi sulla base del principio generale enunciato dall’art. 2 del codice penale secondo cui è esclusa la punibilità per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu concesso, non costituiva reato…

Viceversa, nel caso di operazioni regolate a tasso variabile di iniziativa dell’intermediario, sarà necessario verificare se le eventuali variazioni da apportare risultano entro i limiti massimi stabiliti dalla legge.

Tale fattispecie, infatti, pur innestandosi su un rapporto antecedentemente acceso, ai atteggia nella sostanza quale «nuovo rapporto»”.

[438] Così, SFORZA, op. cit., 547-548.

[439] Il primo comma dell’art. 41 Cost. dispone che “L’iniziativa economica privata è libera”.

[440] V. nota n. 421.

[441] Cfr. SEVERINO DI BENEDETTO, op. cit., 536; BELLACOSA, loc. ult. cit.

[442] Cfr. PEDRAZZI, op. cit., 666; SEVERINO DI BENEDETTO, op. cit., 532.

[443] In questo senso, v. SEVERINO DI BENEDETTO, op. cit., 536 ; BELLACOSA, op. cit., 154.

[444] V. § precedente, pag. 193 ss.

[445] Cit. Trib. Velletri, 3 dicembre 1997, cit.

[446] Cit. Trib. Velletri, 3 dicembre 1997, cit.

[447] Cfr. SEVERINO DI BENEDETTO, op. cit., 527.

[448] In questo senso, v. anche PEDRAZZI, op. cit., 661.

[449] Cit. Trib. Velletri, 3 dicembre 1997, cit.

[450] Peraltro, secondo la pur scarsa elaborazione teorica in argomento (cfr. ANTOLISEI, op. cit., parte generale, 1997, 214), i presupposti della condotta si caratterizzano per la loro indipendenza dal comportamento del soggetto attivo del reato; non si vede, dunque, come la promessa possa rientrare in tale categoria giuridica.

[451] Cfr. PEDRAZZI, op. cit., 663; SEVERINO DI BENEDETTO, op. cit., 528, con ampiezza di motivazioni anche in ordine alle nuove fattispecie di mediazione usuraria e di usurarietà in concreto novellate dalla l.n. 108/1996.

[452] Cit. Trib. Velletri, 3 dicembre 1997, cit.

[453] Cfr. SEVERINO DI BENEDETTO, op. cit., 530.

[454] Cit. RAMPIONI, Contributo alla teoria del reato permanente, Padova, 1988, 65.

[455] Così, SEVERINO DI BENEDETTO, op. cit., 532; BELLACOSA, loc. ult. cit.; PEDRAZZI, loc. ult. cit.; MUCCIARELLI, op. cit., 544; CARACCIOLI, op. cit., 1488; VAIRO, op. cit., 444.

[456] In Giust. civ. mass., 2000, 211.

[457] In Giust. civ., 2000, I, 1634.

[458] In <a “http:=”” www.tidona.com=”” leggi=”” 14899_00.htm”=””>http://www.tidona.com/leggi/14899_00.htm (del 13/02/2001).

[459] Attualmente, il secondo comma dell’art. 1815 c.c. dispone che: “Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”; il testo previgente, invece, prevedeva che: “Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e gli interessi sono dovuti solo nella misura legale”.

[460] Cfr. Cass., sez. III, 2 febbraio 2000, n. 1126.

[461] La stessa Corte statuisce che non v’è ragione di escludere l’applicabilità del secondo comma dell’art 1815 c.c. agli interessi moratori che risultano essere di gran lunga eccedenti il tasso-soglia, sia perché “la legge n. 108 del 1996 ha individuato un unico criterio ai fini dell’accertamento del carattere usurario degli interessi”, sia perché “nel sistema era già presente un principio di omogeneità di trattamento degli interessi, pur nella diversità di funzione, come emerge anche dall’art. 1224, 1° comma, cod. civ., nella parte in cui prevede che «se prima della mora erano dovuti interessi in misura superiore a quella legale, gli interessi moratori sono dovuti nella stessa misura»”. Cit. Cass., sez. I, 22 aprile 2000, n. 5286.

[462] In Gazzetta Ufficiale, 24 febbraio 1992, n. 45.

[463] In particolare, per tale dottrina, v. §3.2 La tesi dell’usura come reato permanente o eventualmente permanente e la giurisprudenza di merito immediatamente successiva all’entrata in vigore della l.n. 108/1996, pag. 190 ss.

[464] Per tale sentenza, v. infra, § successivo, pag. 216 ss.

[465] Per approfondimenti sul tema, v. circolari A.B.I., prot. n. 1647 del 3 aprile 1996 e prot. n. 2047 del 20 marzo 1997; con particolare riferimento alla sentenza qui esaminata, v. prot. LG n. 3369 del 2 maggio 2000, nel quale non si omettere di ricordare, per opportuna completezza, la sentenza del Trib. di Roma del 15 dicembre 1999 (oggetto di notizia nella lettera-circolare A.B.I., prot. n. 1093 del 9 febbraio 2000), che ha stabilito che il momento consumativo del reato di usura si realizza all’atto della pattuizione, stante la natura istantanea con effetti permanenti dello stesso. In particolare, il Tribunale ha affermato che “il momento essenziale del reato…è quello della condotta, perché con essa si realizza quella ribellione del soggetto alla legge penale”; si aggiunge, inoltre, che “una condotta legittima non può generare un evento antigiuridico. In altre parole, “è il momento consumativo…che segna la violazione alla legge penale, e se, in una determinata epoca, la condotta dell’agente non è penalmente precettata, non si può ritenere la condotta legittima e gli effetti illegittimi, isolandoli dalla condotta”.

[466] C. Cass., sez. I, 17 novembre 2000, n. 14899.

[467] V., anche, <a “http:=”” www.cittadinolex.kataweb.it=”” article=”” 0,1519,9120%7c30,00.html”=””>http://www.cittadinolex.kataweb.it/Article/0,1519,9120|30,00.html (del 4 febbraio 2001).

[468] Per una compiuta trattazione del tema, v. infra, §3.6 Il d.l. 29 dicembre 2000, n. 394, pag. 219 ss.

[469] In Giust. pen., 1999, II, 267.

[470] Disciplinati, rispettivamente, agli artt. 416, 644, 629, 586 c.p.

[471] V. §3.3 La tesi secondo cui la verifica di usurarietà può operarsi solo al momento della pattuizione e la critica alla decisione del Tribunale di Velletri, pag. 196 ss.

[472] In questo senso, v. anche circolare A.B.I. prot. n. 1509 dell’ 8 marzo 1999.

[473] V. §3.4 L’orientamento interpretativo della Cassazione in sede civile, pag. 216.

[474] Cit. delle premesse del d.l. 394/2000.

[475] V. supra, §3.4 L’orientamento interpretativo della Cassazione in sede civile, pag. 209 ss.

[476] A riguardo, v. circolare A.B.I. prot. n. 72, del 5 gennaio 2001, in Il Sole 24 Ore del 5 gennaio 2001.

[477] Posto che, sia il d.l. qui in esame, sia la l.n. 108/1996, non operano alcuna distinzione, non c’è ragione di ritenere escluso l’uno o l’altro. Peraltro, anche la C. Cass., sez. I, 22 aprile 2000, n. 5286, in relazione alla sola legge di riforma dell’usura, effettua tale interpretazione del dato normativo (v. nota n. 461).

[478] In questo senso, v. circolare A.B.I. prot. n. 72, del 5 gennaio 2001, cit., pag. 2.

[479] In particolare, si assume la violazione degli artt. 3, 24, 47, 77, Cost.

[480] Per completezza, qui di seguito si riporta il testo integrale del d.l. 394/2000. L’art. 1 dispone che: “Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.

In considerazione dell’eccezionale caduta dei tassi di interesse avvenuta in Europa e in Italia nel biennio 1998 – 1999, avente natura strutturale, il tasso degli interessi pattuito nei finanziamenti non agevolati, stipulati nella forma di mutui a tasso fisso rientranti nella categoria dei mutui, individuata con il decreto del Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica previsto dall’articolo 2, comma 2, della legge 7 marzo 1996, numero 108, in essere alla data di entrata in vigore del presente decreto, salvo diversa pattuizione più favorevole per il debitore, è sostituito dai tassi indicati dal comma 3, maggiorati di mezzo punto percentuale, qualora sia ad essi superiore. La maggiorazione non si applica alle persone fisiche che agiscono per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta. Tale sostituzione non ha efficacia novativa e si applica alle rate che scadono successivamente al 2 gennaio 2001.

Il tasso di sostituzione è stabilito, per le rate che scadono nel periodo 3 gennaio 2001 – 31 dicembre 2001, in misura non superiore al valore medio per il periodo gennaio 1976 – ottobre 2000 dei rendimenti lordi dei buoni del Tesoro poliennali con vita residua superiore ad un anno; per le rate che scadono nel periodo 1° gennaio 2002 – 31 dicembre 2002, al valore medio per il periodo gennaio 1977 – ottobre 2001 dei rendimenti lordi dei buoni del Tesoro poliennali con vita residua superiore ad un anno, e così di anno in anno di modo che l’ultimo mese, del periodo venticinquennale considerato per il calcolo del valore medio dei rendimenti lordi dei buoni del Tesoro poliennali con vita residua superiore ad un anno, sia sempre l’ottobre dell’anno antecedente al periodo, con decorrenza 1° gennaio, cui si riferisce il nuovo tasso di sostituzione.

Le disposizioni legislative in materia di limiti di tassi di interesse non si applicano ai finanziamenti ed ai prestiti, in essere alla data di entrata in vigore del presente decreto, concessi o ricevuti in applicazione di leggi speciali in materia di debito pubblico di cui all’articolo 104 del trattato sull’Unione europea”.

L’art. 2 dispone che: “Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sarà presentato alla Camere per la conversione in legge.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana.

E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare”.

Si fa presente che il decreto-legge in oggetto dovrà essere convertito in legge entro il 28 febbraio 2001.

[481] In generale, v. BELLACOSA, op. cit., 154 ss.; SFORZA, op. cit., 547 ss; PEDRAZZI, op. cit., 667 ss.; BONORA, op. cit., 73 ss.

[482] Il primo comma dell’art. 2 c.p. dispone che: “Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato”; questa prima norma si applica alla disposizione introduttiva di nuove incriminazioni.

Il secondo comma prevede che: “Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”; tale comma disciplina i casi in cui si è in presenza di una disposizione abrogatrice di precedenti incriminazioni.

Il terzo comma recita: “Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”; qui viene regolato il caso della disposizione modificativa di precedenti incriminazioni.

[483] Espressione di Fiandaca-Musco. Cfr. FIANDACA-MUSCO, op. cit., parte speciale, II, 1996, 214.

[484] Cioè dell’usura impropria, fattispecie che è stata abrogata dalla l.n. 108/1996.

[485] Essa, infatti, per quanto riguarda la condotta, effettua un rinvio implicito al primo comma che prevede: “…si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione…”.

[486] Con riguardo a quest’ultimo aspetto, v., in particolare, cap. II, §2.4 La prestazione tipica del soggetto passivo e l’usurarietà, pag. 63 ss.

[487] In questo senso, cfr. BELLACOSA, op. cit., 155

[488] V. BELLACOSA, loc. ult. cit. In tal senso, cfr. circolare A.B.I. prot. n. 2047, del 20 marzo 1997, in Il sole 24 Ore, n. 23, del 27 marzo 1997, la quale, con riguardo ai rapporti  sorti precedentemente all’entrata in vigore della l.n. 108/1996, sostiene che “essi non dovrebbero essere interessati dalla normativa…qualora si tratti di operazioni regolate a tasso fisso…A tale conclusione può giungersi sulla base del principio generale enunciato dall’art. 2 del codice penale secondo cui è esclusa la punibilità per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu concesso, non costituiva reato…”; cfr., inoltre, BONORA, op. cit., 75; SFORZA, loc. ult. cit.

[489] In generale, sia per quanto riguarda il sistema sanzionatorio, che quello delle circostanze aggravanti, v. BELLACOSA, op. cit., 156 ss.; BONORA, op. cit., 54; MANZIONE, op. cit., 99 ss.; GIANFELICI E. e GIANFELICI F., op. cit., 69 ss.; DE ANGELIS, op. cit., 5 ss. e 9 ss.; MANNA, op. cit., 97 ss.; PROSDOCIMI, op. cit., 776 ss.; MUCCIARELLI, op. cit., 531 ss.

[490] Con riguardo la previgente disciplina, v. cap. III, §3.2 La circostanza aggravante ex art. 644 3° comma c.p., pag. 125 ss.

[491] V. cap. III, §1 EVOLUZIONE DEL FENOMENO USURARIO,  pag. 101 ss.

[492] In questo senso, v. MANZIONE, op. cit., 102.

[493] Cfr. MANNA, op. cit., 102; DE ANGELIS, op. cit., 5.

[494] Cfr. CAPERNA-LOTTI, in CAPERNA-CONTI-FORLENZA-LOTTI-SACCHETTINI-TRICOMI, op. cit., 37.

[495] Così, BELLACOSA, op. cit., 157; PROSDOCIMI, loc. ult. cit.; MANNA, op. cit., 100; MUCCIARELLI, loc. ult. cit.

[496] In questo senso, cfr. BELLACOSA, loc. ult. cit.; DE ANGELIS, op. cit., 6; MANZIONE, op. cit., 106; CRISTIANI, op. cit., 52; MANNA, op. cit., 104. Per quanto riguarda l’abrogato delitto di usura impropria, v. cap. III,2.3 Il nuovo requisito delle «condizioni di difficoltà economica o finanziaria di persona che svolge una attività imprenditoriale o professionale», pag. 117.

[497] In questo senso, v. DE ANGELIS, loc. ult. cit.; MANZIONE, op. cit., 107.

[498] Ai sensi dell’articolo 444 c.p.p.

[499] Ex Art. 32 quater c.p.

[500] Ex Art. 266 c.p.p.

[501] Ex comma 1 dell’art. 14 della legge 19 marzo 1990, n. 55 e successive modificazioni, e ex art. 3 quater della legge 31 maggio 1965, n. 575, introdotto dall’art. 24 del d.l. 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356.

[502] Cfr. BELLACOSA, loc. ult. cit.; ANTOLISEI, op. cit., parte speciale, I, 1996, 373; DE ANGELIS, op. cit., 3; MANNA, op. cit., 94. Per quanto riguarda la mediazione usuraria ex vecchio art. 644 c.p., v. cap. II, §6 MEDIAZIONE USURARIA, pag. 96 ss.

[503] Cfr. MANZIONE, op. cit., 50; DE ANGELIS, loc. ult. cit.

[504] Così BELLACOSA, loc. ult. cit.; MANZIONE, op. cit., 51; MANNA, op. cit., 95.

[505] Così, cfr. BELLACOSA, op. cit., 158; MANZIONE, op. cit., 52, il quale giunge all’ulteriore conclusione che “La necessità di ricorrere, in materia di mediazione usuraria, allo stesso criterio previsto per l’usura reale peraltro non è frutto di una «similitudine»: in realtà, la mediazione usuraria è una forma di usura reale, della quale ha anzi il connotato tipico della prestazione di servizi”. Contra, Antolisei, loc. ult. cit.

[506] Cfr. BELLACOSA, loc. ult. cit., MANNA, op. cit., 94.