Differenza tra il delitto tentato ed il reato consumato

Il vigente sistema non statuisce sanzioni penali solo per chi commette un reato (reato consumato); è espressamente previsto, infatti, che viene punito anche chi “tenta” di commettere un delitto (delitto tentato).

In altre parole il legislatore punisce sia chi commette un reato, sia chi tenta di commettere un delitto.

Il reato è consumato quando si compie l’azione o quando l’evento si verifica. In altre parole, alcune volte la sola azione od omissione è sufficiente alla consumazione del reato (es. omissione di soccorso, Art. 593 c.p.), mentre in altri è necessario che si verifichi un evento (es. l’omicidio si perfeziona nel momento in cui l’evento morte si verifica).

Il delitto tentato, che è specificamente disciplinato dall’Art. 56 c.p., è previsto per i soli delitti, non anche per le contravvenzioni (v. differenze tra delitti e contravvenzioni).

Secondo la norma il tentativo ricorre quando qualcuno compie atti idonei diretti in modo non equivoco a commettere un delitto.

Chi pone in essere un tentativo di delitto viene punito, nella maggior parte dei casi, con la pena stabilita per il delitto stesso diminuita da un terzo a due terzi (cfr. Art. 56 c.p.).

Per tornare all’esempio dell’omicidio, se l’evento morte non si verifica il reo dovrà comunque rispondere di tentato omicidio (v. approfondimenti sul tentato omicidio) poiché ha posto in essere uno o più atti idonei diretti in modo non equivoco ad uccidere una persona.

Il tentato omicidio, dunque, è disciplinato dal combinato disposto dagli Articoli 575 c.p. e 56 c.p.; la tentata rapina, invece, è disciplinata dal combinato disposto dagli Artt. 628 c.p. e 56 c.p.

Per meglio comprendere quando sussiste il tentativo di un delitto, la dottrina ha approfondito ed approfondisce tuttora il significato della locuzione “atti idonei diretti in modo non equivoco a commettere un delitto“; come è facilmente immaginabile, però, ci sono numerose teorie che tentano di dare un significato universalmente applicabile a tale definizione.

La teoria più classica, e forse più accreditata, è quella secondo cui il tentativo ricorre quando, oltre a non esserci consumazione del delitto, vi è la compresenza della idoneità degli atti (atti idonei) e della univocità degli atti (atti non equivoci) posti in essere dal reo.